Alla fine degli anni ’80 in Ecuador alcune esplorazioni del sottosuolo nella foresta amazzonica, precisamente nella provincia di Villano, scoprirono alcuni giacimenti di petrolio. Con questa scoperta lo stato ecuadoriano decise di mantenere propri i diritti sfruttamento dell’oro nero ma affidava a due compagnie, Arcoriente controllata da Petroecuador ed AGIP OIL, l’estrazione.
In questi venti anni Agip ha acquisito la maggioranza delle azioni di Arcoriente e di conseguenza oggi è l’unica società che estrae greggio nell’area di Villano.

Per poter estrarre l’oro nero Agip ha dovuto negoziare con le comunità indigena, che secondo la costituzione dell’Ecuador sono le legittime proprietarie delle terre da loro abitate sin da epoche ancestrali. Il compromesso a cui sono giunte le trattative dava il permesso al Agip di estrarre il petrolio a patto che giungessero nell’area degli investimenti che permettessero il locale sviluppo con nuove infrastrutture e con formazione tecnica.

L’estrazione del petrolio ha causato alcuni problemi sia a livello sociale che ambientale.
Gli accordi tra Agip e comunità indigene doveva creare nella regione alcune infrastrutture e migliorare la qualità della vita grazie alla creazione di nuovi posti di lavoro con un buon salario, invece il miglioramento non vi è stato ed anzi la migrazione interna, attratta da nuove prospettive di lavoro, ha creato tensioni sociali ed ha aumentato addirittura la disoccupazione.
Sembra che molti leader indigeni si siano lasciati corrompere dall’azienda italiana per cercare di avere un certo controllo sulle manifestazioni di protesta e per limitare gli investimenti che secondo gli accordi doveva effettuare.

Oltre ai problemi sociali si sono avuti anche quelli legati all’ambiente a causa di versamenti dalle condutture, che trasportano il greggio e le acque reflue ancora non trattate, nei fiumi della provincia causando la morte di numerosissimi pesci, la formazione di schiume e macchie oleose ed infine rendendo impossibile per le comunità locali l’utilizzo delle acque dei fiumi per le irrigazioni.
La preoccupazione dei nativi sta aumentando; a fine 2009 il contratto tra Ecuador ed Agip scadeva ma le operazioni di estrazione e di esplorazione da parte della compagnia petrolifera sono continuate ed addirittura si ha notizia dell’apertura di tre nuovi pozzi. Dopo alcune proteste e manifestazioni contro l’apertura dei tre nuovi pozzi, non concordati con le comunità locali, l’azienda italiana ha affermato di essere in possesso di una proroga per l’estrazione del petrolio; questa proroga, però, per adesso non è stata ancora resa pubblica e non se ne trova traccia in alcun documento ufficiale dello stato ecuadoriano.
Lo scontro tra i nativi ed Agip è sfociato anche in una denuncia al tribunale di Puyo per per danni ambientali con la richiesta di risarcimento di molti milioni di dollari.

Il portavoce della comunità Villano Paparaua durante una manifestazione contro le trivellazioni ha dichiarato: “In questi anni l’azienda italiana ha ricavato notevoli utili dallo sfruttamento ma le promesse non si sono avverate. I soldi e lo sviluppo promesso sono rimasti sulla carta. […] Oggi gli effetti dell’intervento occidentale, quali aver causato divisione nell’organizzazione indigena, alcolismo, contaminazione del suolo e conseguente povertà per mancanza di alternative sono elementi di cui le nuove generazioni chiedono conto. C’è effettivamente stato un accenno di sviluppo. La gente pero’ non si è resa conto di aver pagato con la propria cultura, di aver perso la capacità di vivere la Natura. In un certo senso è corretto dire che ci siamo impoveriti tutti, perché ci è stato tolto il bene più prezioso che avevamo, un patrimonio tramandato a voce per secoli”.

Daniele F.