Palestina, Giornata del Prigioniero. 8500 prigionieri politici nelle carceri israeliane

Un nuovo rapporto pubblicato dall’ex prigioniero e ricercatore specializzato sulle questioni dei detenuti palestinesi ‘Abd al-Naser Farwana spiega che gli occupanti israeliani, dal 1967, hanno arrestato circa 750.000 palestinesi di ogni parte della Palestina, tra cui circa 12.000 donne e decine di migliaia di ragazzini.

Il rapporto statistico, pubblicato in occasione della Giornata del prigioniero palestinese, che cade ogni anno il 17 aprile, evidenzia che vi sono circa 70.000 prigionieri messi in carcere da Israele a partire dall’Intifada di al-Aqsa (scoppiata il 28 settembre 2000), tra cui si contano circa 850 donne e 8.000 ragazzini.

Farwana chiarisce che gli arresti non si limitano ai membri di una specifica parte politica o di un settore della società, ma interessano tutti, indistintamente, comprendendo bambini, ragazzi, vecchi, ragazze, madri e mogli, malati e invalidi, operai e accademici, parlamentari ed ex ministri, leader politici, sindacali, professionali eccetera.

Farwana osserva perciò che quello di “prigioniero” è, nello specifico lessico palestinese, il termine più chiaro e stabile, essendo ormai entrato a far parte della cultura palestinese, poiché non vi è famiglia palestinese in cui uno o più membri non siano stati arrestati. Pertanto la questione dei prigionieri è diventata una questione centrale per il popolo palestinese, interessando ogni famiglia palestinese.

Farwana rivela nel suo rapporto che il totale dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, al 15 aprile 2010, è di circa 7.000, tra cui 35 donne e 337 ragazzini, oltre a 257 “detenuti amministrativi”. Tra costoro, vi sono anche ben 15 parlamentari ed ex ministri, nonché leader politici. Tutti sono distribuiti in circa venti carceri, istituti penitenziari e centri di detenzione, i più noti dei quali sono quelli di Nafha, Rimon, Ashqelon, Beersheba (Bi’r as-Sab’), Hedarim, Jalbu’, Shatta, ar-Ramla, ad-Damon, Hisharun, più i penitenziari del Negev, di Ofer, di Megiddo…

Circa 5.110 detenuti (il 73% del totale) scontano pene di diversa durata: 791 prigionieri scontano uno o più ergastoli, 579 sono i prigionieri condannati a pene superiori ai vent’anni e 1.065 scontano pene comprese tra i dieci e i vent’anni.

Ve ne sono poi 1.633 (il 23,3% del totale) in attesa di giudizio, con i “detenuti amministrativi” che sono 257 (il 3,7% del totale), mentre otto sono agli arresti in base alla legge sui combattenti illegali.

Da quando è scoppiata l’Intifada di al-Aqsa, le autorità d’occupazione hanno emesso a carico di palestinesi circa 20.000 condanne alla “detenzione amministrativa”, tra nuovi arresti e rinnovi di precedenti arresti, così 257 palestinesi sono ancora in carcere in base a questo tipo di detenzione.

Per quanto riguarda i ragazzini, il curatore del rapporto evidenzia che gli occupanti israeliani, dall’inizio dell’Intifada di al-Aqsa, ne hanno arrestati circa 8.000, di cui 337 sono ancora in carcere, rappresentando oggi una percentuale del 4,8% del totale dei prigionieri. Tra costoro, 298 hanno un’età compresa tra sedici e diciotto anni e 39 hanno meno di sedici anni, ma sono egualmente esposti a tutti i maltrattamenti, le punizioni, i diritti negati ecc. che devono sopportare gli adulti, pertanto il loro futuro è fortemente a rischio e la loro situazione è in contrasto senz’altro con tutte le norme e i patti internazionali sui diritti dell’infanzia.

Il 97% dei ragazzini arrestati sono stati sottoposti a torture: sacchetti in testa, terrore, botte. Vi sono tra coloro circa 400 prigionieri che hanno compiuto diciott’anni in galera e continuano ad essere in galera; altri invece sono stati arrestati che erano ragazzini, ma poi hanno passato in carcere più anni di quelli che ne avevano passati fuori.

Per quanto riguarda le prigioniere, Farwana riferisce che le forze d’occupazione israeliane, a partire dall’Intifada di al-Aqsa, hanno arrestato circa 850 donne. Oggi in carcere ve ne sono 35: una è di Gaza (Wafa’ al-Bus), in isolamento nel carcere di ar-Ramla da alcuni mesi; quattro sono di al-Quds (Gerusalemme), tre della Palestina occupata nel 1948 [Israele, ndr] e le altre di varie località della Cisgiordania. Tutte si trovano in luoghi inadatti per delle donne, senza alcuna attenzione al fatto che sono donne, ai loro bisogni, quindi senza alcun rispetto dei loro diritti sanciti nei trattati internazionali. Cinque di queste prigioniere scontano pene all’ergastolo: Ahlam at-Tamimi, Qahira as-Sa’di, Sana’ Shahadeh, Du’a’ al-Jayyusi e Amina Muna.

Quattro di queste prigioniere hanno partorito in carcere, senza poter godere di condizioni adeguate a livello medico e senza che i familiari potessero star loro accanto durante il parto in ospedale. Queste ‘madri in carcere’ sono: Mirfat Taha, di al-Quds (Gerusalemme), il cui bambino è nato l’8 febbraio 2003; Manal Ghanim, che ha partorito il 10 ottobre 2003; Samar Subayh, del campo profughi di Jabaliya (Gaza), che ha messo al mondo un figlio il 30 aprile 2006; Fatima Az-Zaqq, il cui figlio Yusuf ha visto la luce il 17 gennaio 2008. Tutte, adesso, sono state liberate.

Per quanto riguarda invece la distribuzione geografica dei prigionieri, Farwana osserva che la stragrande maggioranza (5.873, ovvero l’83,9%) è della Cisgiordania, mentre quelli della Striscia di Gaza sono 735 (il 10,5% del totale); invece, quelli di al-Quds (Gerusalemme) e della Palestina occupata nel ’48 [Israele, ndr] sono 392 e rappresentano il 5,6% del totale, per non parlare poi delle decine di detenuti di vari Paesi arabi.

Per quanto concerne gli aspetti sociali, il rapporto sottolinea che la maggioranza dei prigionieri sono ragazzi non sposati tra i diciotto e i trent’anni: 4.760 (il 68% del totale) sono per l’appunto non sposati.

Vi sono poi 313 detenuti in carcere da prima degli “Accordi di Oslo” e dell’edificazione dell’Autorità Nazionale Palestinese (4 maggio 1994): 126 sono della Cisgiordania, 125 della Striscia di Gaza, 41 di al-Quds (Gerusalemme), 20 della Palestina occupata nel 1948 [Israele, ndr] e uno del Golan [al-Julan, ndr] siriano occupato.

Tra i “veterani” ve ne sono 115 che sono in carcere da più di vent’anni di fila. Essi sono noti come “i decani della prigionia”. Tra questi vi sono i cosiddetti “Generali della perseveranza” che comprende quattordici prigionieri, e sono quelli che hanno trascorso in carcere più di un quarto di secolo consecutivamente: questa denominazione gli è stata attribuita in virtù della loro pazienza e perseveranza dimostrate nel sopportare ogni difficoltà. Si tratta di Na’il al-Barghouthi (di Ramallah, in carcere dal 4 aprile 1978), Fakhri al-Barghouthi (di Ramallah, in carcere dal 23 giugno 1978), Akram Mansour (di Qalqiliya, agli arresti dal 2 agosto 1979), Fu’ad ar-Razim (di al-Quds/Gerusalemme, in carcere dal 30 gennaio 1981), Ibrahim Jaber (di al-Khalil/Hebron, arrestato l’8 gennaio 1982), Hasan Salama (di Ramallah, in prigione dall’8 agosto 1982), ‘Uthman Maslah (di Salfit, arrestato il 15 ottobre 1982), Sami, Karim e Maher Younis (della Palestina del ’48/Israele), in carcere dal gennaio del 1983, Salim al-Kayyal (in carcere dal 30 maggio 1983), Hafid Qandas (di Yafa/Giaffa, arrestato il 15 maggio 1984, ‘Isa ‘Abd Rabbo (di Betlemme, in carcere dal 20 ottobre 1984), Ahmad Farid Shahadeh (di Ramallah, agli arresti dal 16 febbraio 1985). È degno di nota che tre di questi “Generali della perseveranza” sono nelle carceri di Israele da oltre trent’anni.

Per ciò che attiene alle condizioni sanitarie dei prigionieri, il rapporto, senza timore d’esagerare, consente di affermare che tutti costoro soffrono di varie malattie causate dalle dure condizioni in cui versano le prigioni (incuria sanitaria, cure vietate ecc.). Alcuni di questi malati soffrono di patologie gravissime, ed alcuni sono addirittura in stato terminale, come quelli che, e sono decine, sono malati di cancro.

Farwana, nel suo rapporto, fa riflettere sul fatto che Israele è l’Unico Stato al mondo che ha reso le torture fisiche e psicologiche, proibite in ogni loro forma a livello internazionale, una cosa legale tra i suoi apparati di sicurezza e giudiziari, fornendo loro addirittura copertura. Gli apparati di sicurezza israeliani praticano la tortura contro i prigionieri palestinesi in circa settanta modi diversi, a livello corporale e psicologico: percosse, congelamento, terrore, scosse, stare in piedi a oltranza, privazione del sonno e del cibo, isolamento, pressioni sui testicoli, rottura delle costole, percosse sulle ferite, imprigionamento dei parenti (puniti anche davanti al prigioniero), sputi in faccia, incaprettamento, botte allo stomaco e alla testa eccetera.

Farwana ha dichiarato che nel periodo per il quale esistono statistiche ufficiali si può dire che vi sia una stretta relazione tra l’arresto e le torture, poiché tutti quelli che sono stati arrestati sono stati in qualche modo torturati, psicologicamente o corporalmente, oppure sono stati sottoposti a danneggiamenti morali e ad umiliazioni di fronte ad un pubblico o a membri della loro famiglia.

Nel suo rapporto Farwana ricorda che, in base alla documentazione a sua disposizione, dal 1967 i martiri tra i prigionieri sono 197, l’ultimo dei quali è stato ‘Ubayda Maher al-Qudsi ad-Duweyk (25 anni, di al-Khalil/Hebron), arrestato e ferito il 26 agosto 2009, ma deceduto il 13 settembre 2009 perché rimasto senza le cure necessarie.

Tra i prigionieri che hanno trovato il martirio in carcere se ne contano 49 a causa dell’incuria sanitaria, 70 a causa delle torture, 71, intenzionalmente, dopo l’arresto e 7 a causa di un eccessivo utilizzo della forza o ammazzati con una revolverata dentro il carcere.

‘Abd el-Ghani ash-Shami – Infopal

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