Il crollo del Pd, la scomparsa della sinistra italiana e l’ inesistenza dell’ antiberlusconismo

Contrordine compagni, l’importante è continuare a perdere. Cosa dire d’altro dopo la direzione del Pd di sabato scorso? Desolante. Non una parola sui temi che contano davvero per l’Italia e gli italiani, neppure uno sguardo alle emergenze del lavoro, dei diritti, del declino del Paese. E nessuna, neppure parziale, presa d’atto della sonora sconfitta alle ultime elezioni. Non che il resto dell’opposizione sia messa meglio, ma il Pd sabato scorso ha raggiunto livelli sconcertati di vuoto di azione e proposta. Bersani ostaggio. D’Alema che sembra intenzionato a non fare prigionieri. L’unico che sembra cercare una via di uscita dignitosa alla crisi sembra Ignazio Marino. Ma lui, si sa, non è un politico di professione e quindi non conta. Almeno non conta nelle logiche del Pd.

È terribile dirlo, ma ci siamo abituati.

Se andiamo a vedere nelle altre “case” della sinistra (?) italiana la situazione è altrettanto desolante. Rifondazione e Pdci si stanno estinguendo (a quando l’ufficio di collocamento per funzionari di partito?) a colpi di centinaia di migliaia di voti in fuga a ogni tornata elettorale, Sel è solo un cartello elettorale che si tiene in piedi unicamente grazie al successo di Vendola in Puglia, i Verdi (qui la fitta si fa personale, scusatemi) attendono sullo zerbino del Pd che qualcuno apra la porta. E poi c’è L’Idv che non riesce a fare a meno di un ceto politico, in gran parte ex democristiano, che governa manu militari il partito sul piano locale e contemporaneamente isola e respinge gran parte di quello che arriva dalla società civile. Anche i voti. Addirittura, tanto per riscindere l’inscindibile ancora una volta, ci sarebbe qualcuno (Realacci a quanto si mormora) che vorrebbe mettere in piedi un’operazione movimentista alla Daniel Cohn-Bendit. Peccato che chi si proporrebbe a guidare questo processo aggregativo arrivi con almeno dieci anni di ritardo (caro Ermete, quante volte in passato ti sei tirato indietro a un passo dal farlo?) e dopo aver bruciato la propria credibilità (che era tanta) con operazioni politiche nella Margherita e con Rutelli.

Poi c’è Grillo. Qui la questione si fa delicata e necessita uno sforzo di analisi aggiuntivo. E altrettanta spietatezza. Grillo sopravvive (in termini politici) solo se la politica continua a fare schifo. La sua non è una proposta politica, è una proposta di indignazione per quello che è la politica oggi. Quindi, a rigor di logica, Grillo non ha alcuna intenzione a “migliorare” la politica, a ridargli credibilità e ruolo e rappresentanza. Il grillismo esiste solo grazie alla degenerazione del sistema politico e quindi per quale ragione i grillini dovrebbero lavorare a migliorare il quadro politico generale? Ergo, si lavora a peggiorare, a disgregare, raccattando qualche consigliere qua e là per poi tuonare contro “l’orrore” della politica nazionale. A piazze stracolme e osannanti, ovviamente.

Ci si pone una domanda, sempre più ossessivamente: c’è qualcuno che finalmente si assuma uno straccio di responsabilità e faccia un passo indietro? Non è una domanda retorica, sarebbe l’unica cosa decente da fare.

È questa l’opposizione politica e culturale al berlusconismo? Quello del centro destra è un progetto coerente e chiaro non solo politico tattico ma sociale e culturale. Loro hanno chiara un’idea del Paese che vogliono, la perseguono, la gestiscono, la consolidano. In questi 15 anni hanno cambiato l’Italia e la società. Il loro non è un consenso effimero. La risposta dovrebbe essere altrettanto chiara, coerente, strutturata. E invece l’opposizione si perde nelle nebbie dell’autoconservazione del ceto politico e culturale (e sottolineo culturale) di una sinistra che ha sempre meno riscontro (e consenso) nella società. Non perché nella società non ci sia bisogno di un’idea rinnovata di sinistra, ma perché non si può offrire alla società un progetto che non ha nessuna corrispondenza ai bisogni delle persone e del Paese. Parolo dei bisogni reali, e non della percezione (mediata e strumentale) che la politica e la cultura “di sinistra” ha di questi bisogni.

Faccio solo un esempio, tanto per essere chiaro. Quanti iscritti alla Fiom in Veneto, Piemonte e Lombardia hanno votato Lega? Pensate che sia solo un voto di protesta? No. È una scelta culturale radicale, basata sui bisogni immediati di rappresentanza più “bassi”, di pancia. Ma è un fatto. Che nessuno nell’opposizione ha avuto la forza di raccogliere. Non oggi, da quindici anni. Sinistra cosiddetta “radicale” compresa.

La maggioranza del Paese è in pugno a un centro destra che, invece, illude e ricatta, promette e fornisce vie d’uscita ai bisogni più immediati. È qualcosa di molto più efficace del clientelismo classico italiano quello che offre questa classe dirigente che noi da bravi snob schifiamo per poi essere bastonati ogni volta all’apertura delle urne. Siamo davanti al clientelismo identitario, alla mercificazione della politica e delle idee. Ma che comunque permea la società con un “sogno”. Aberrante e egoista quanto vogliamo. Ma un sogno chiaro. Il centro destra ha ben chiaro in testa cosa è l’Italia. Noi no.

Basterebbe ammetterlo e rimettersi in gioco per cambiare un po’ le cose. Come insieme collettivo. Ma per ammettere di essere inutili singolarmente, per chi ha fondato la propria identità sulla sopravvivenza politica (e personale) giorno per giorno, ci vuole un sacco di coraggio.

Pietro Orsatti