Global Warming: processo climatico al capitalismo

    Quchapampa (Stato Plurinazionale della Bolivia)«La Terra è un essere vivente ed è gravemente malata. Siamo noi coloro che la stanno contaminando con il virus dello sviluppo. Viviamo in un oceano chiamato atmosfera, così come i pesci vivono nell’acqua. Senza di lei non ci sarebbe vita, perché contiene ossigeno e acqua, e con loro i boschi e le piogge che danno sostentamento agli esseri viventi. Nonostante tutto la stiamo terribilmente contaminando».

    Questo era il disperatissimo appello che, nell’ottobre dello scorso anno la CAOI (Coordinadora Andina de Organizaciones Indígenas) lanciava in preparazione al c.d. Cop15, la conferenza tenutasi a Copenaghen – ribattezzata poi No-hopenaghen dagli altermondisti – nello scorso dicembre sul tema dei cambiamenti climatici. Come al solito, come tutti i carrozzoni voluti dai potenti dell’emisfero occidentale, non si risolse assolutamente niente, visto che altri e troppo importanti (soprattutto in termini economici) sono gli interessi di chi, vivendo nel Primo Mondo non ha niente da perdere dal perpetuarsi della distruzione delle zone dei paesi poveri o in via di sviluppo e naturalmente della gente che in questi luoghi abita.

    Per capire a cosa mi riferisco facciamo un salto a Brasilia, capitale del Brasile dove nei giorni scorsi c’è stata una marcia di protesta che ha coinvolto 850 persone – tra indigeni ed attivisti – per protestare contro la costruzione della gigantesca diga di Belo Monte nell’Amazzonia brasiliana. Per permettere tale costruzione (che, quando sarà terminata, sarà una delle più grandi del mondo) però è necessario deviare il corso della Natura, allagando una grandissima area amazzonica e prosciugando tratti del fiume Xingu. Questo naturalmente avrà ripercussioni anche sulle popolazioni autoctone, che dipendono in gran parte dalle risorse ittiche che il fiume offre e che, per questo, saranno costrette a mutare le proprie abitudini o – in extrema ratio – ad emigrare.

    Ma ritorniamo a No-hopenagen.

    Credo pochi ricorderanno il nome di Ian Fry. Ian Fry era il rappresentante al Cop15 delle Isole Tuvalu, una nazione insulare nell’oceano Pacifico la cui storia risaltò nelle cronache mediatiche dello scorso dicembre in quanto, per colpa di tutto quell’insieme di operazioni che l’uomo fa e che definisce “cambiamento climatico” – vicenda che vedremo essere un po’ diversa da come la raccontano le fonti mainstream – la sua popolazione (circa 11.000 persone) sarà costretta ad emigrare in Nuova Zelanda perché quelle isole sono destinate a scomparire.

    È un fenomeno di cui si parla pochissimo nei paesi ricchi, troppo presi a guardarsi l’ombelico, come nell’ultimo “scandalo” italiano che apprendo in queste ore da Facebook e dai mezzi di comunicazione nostrani: Berlusconi – divorziato – prende la comunione. È giusto? A parte un “ecchisenefrega”, francamente, non trovo altro modo per rispondere. Quotidiane morti sul lavoro dovute ad una normazione che tutela i padroni che non rispettano le più elementari norme di sicurezza, centinaia e centinaia di persone che quotidianamente perdono il posto di lavoro e noi andiamo ad aprire dibattiti su una cosa così? Scusate ma a questo punto do ragione ai giornalisti internazionali quando schifano il nostro Paese che non si occupa più di argomenti seri! Ma andiamo avanti che è meglio…

    Il fenomeno delle migrazioni per causa ambientale, pur essendo un fenomeno ormai antico nel tempo – nato più o meno in epoca coloniale – vive ancora di un dibattito in fasce, basti pensare al fatto che, oltre a mancare un codice normativo in merito, si sta dibattendo anche se sia giusto o meno definire chi scappa dal proprio paese per questo tipo di cause sotto la dicitura – e quindi con gli aspetti giuridici opportuni – di “rifugiato”.

    Secondo la Convenzione di Ginevra del 1951, infatti, è da considerarsi possibile richiedente dello status di rifugiato “chiunque si trovi nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato”. Come vedete nessun accenno alle cause ambientali. I motivi per cui questo fenomeno viene tenuto in un angolo – nonostante si parli di una migrazione che, da qui al 2050, coinvolgerà qualcosa come 200 milioni di persone – sono secondo me abbastanza evidenti: uno è dato dalla poca considerazione che l’uomo capitalistico-occidentale ha di quella che in America Latina chiamano – e venerano – come Pachamama (la Madre Terra); l’altra – ben più capibile qui in Occidente – è il fatto che iniziando a parlare di questo fenomeno c’è bisogno che l’uomo bianco faccia pubblica ammenda, ammettendo che se la distruzione del mondo (cioè dell’ambiente) sta avvenendo, la colpa non è da attribuirsi a fenomeni “naturali”, ma solo ed esclusivamente all’operato della società capitalistica, che ha trasformato l’uomo in un accumulatore individualista, per il quale le uniche cose a cui dare valore sono il denaro e il “prestigio” che detenerne in gran quantità porta con sé.

    «Quando avranno inquinato l’ultimo fiume, abbattuto l’ultimo albero, preso l’ultimo bisonte, pescato l’ultimo pesce, solo allora si accorgeranno di non poter mangiare il denaro accumulato nelle loro banche» diceva Ta-Tanka I-Yotank, conosciuto in Occidente con il più facile nome di Toro Seduto.

    Solo quando l’uomo capirà che la terra non è a sua disposizione all’infinito – e non servono grandi menti per capirlo, basta considerare che un pianeta, immenso o microscopico che sia, è comunque uno spazio finito e dunque con risorse finite – allora probabilmente non ci sarà più la necessità di trovare soluzioni al “problema ambiente”. C’è già, in questo mondo ed in questo tempo, qualcuno che ha capito che è l’uomo ad essere parte della Pachamama e non il contrario, ma su questo ci torneremo in seguito.

    Ora riprendiamo il discorso sui “profughi” climatici.

    Secondo il World Disaster Report del 2001, le venti nazioni più colpite dai cambiamenti climatici sono responsabili del 1% del totale delle emissioni mondiali e si calcola che il 98% delle persone colpite dai cambiamenti climatici, il 99% di tutte le morti e più del 90% delle perdite economiche sono sopportate dai paesi in via di sviluppo. D’altronde questi dati non stupiscono: è così che gira il mondo attuale no? Una percentuale minima di umanità campa – letteralmente – sulla vita del resto dell’umanità. L’unica discriminante? Essere nati nel paese giusto.

    Il WDR’01 poi si prodiga in previsioni: si prevede che entro il 2030 500.000 persone all’anno perderanno la vita per cause legate al clima, andando così a costituire la maggiore emergenza umanitaria mondiale per un costo – in termini economici – che si aggira intorno ai 340.000 milioni di dollari. In tutta questa tragedia i paesi più colpiti saranno naturalmente i paesi più poveri, in particolare il Bangladesh, la cui capitale Dacca (con 12 milioni di abitanti e qualcosa come 400.000 persone che vi si riversano ogni anno), è già la principale meta dei rifugiati climatici.

    Non bisogna però pensare – come invece fa, in maniera colposa, la classe politica occidentale – che con questo fenomeno faremo conoscenza in un prossimo futuro. Esistono già ampie fasce di umanità costretta a spostarsi dai propri luoghi di origine verso altri, solitamente più “occidentalmente civilizzati” ed industrializzati, che vanno così non solo a creare problemi di sopravvivenza dettati dallo scombussolamento di un habitat urbano che si ritrova di colpo centinaia di migliaia di persone in più con le quali fare i conti – motivo che porta spesso alla nascita di nuovi conflitti di natura violenta – ma, in molti casi, questi profughi vanno ad aumentare il c.d. “capitale umano” che l’industria capitalista ruba al settore agricolo, con tutto quello che ciò implica.

    Inondazioni, terremoti, deforestazioni e disastri “naturali” in genere (come il terremoto di Haiti, sulla cui “naturalezza” ci sono fortissimi dubbi in chiave politica), e naturalmente interventi diretti della mano capitalista sono alla base di quella che per molte popolazioni indigene latinoamericane è una vera e propria “vendetta” da parte della Madre Terra, primi fra tutti il continuare a legittimare la condizione di falsa solidarietà che i paesi del Nord attuano “per salvare” i paesi del Sud, quando è evidente che questo altro non è che il piano criminale con cui in ambito politico, sociale ed economico il Primo Mondo trova il modo per continuare a legittimare il suo ruolo di “democrazia mondiale” e parte “ricca” – naturalmente secondo l’ottica capitalista – del pianeta.

    La discrasia tra lo sfruttamento delle risorse del pianeta attuato nel e dalla cittadinanza dei paesi ricchi e quello dei cittadini dei paesi poveri è alla base del c.d. “debito ecologico”, il cui assunto di partenza è: “se tutti hanno diritto alla stessa quantità di risorse ed allo stesso spazio ambientale, quelli che occupano meno spazio hanno un credito verso quelli che ne occupano di più”. Un esempio è il fatto che l’85% degli scarichi di gas colpevoli dell’effetto serra è prodotto nei paesi ricchi, mentre solo il 3% è prodotto in America Latina. A pagare le conseguenze ambientali più gravi, però, non sono mai i paesi più sviluppati. Il colpevole di tutto questo lo abbiamo già visto: è sempre – e solo – il modello capitalista, quel modello grazie al quale le scorie nucleari di un paese come l’Italia sono state inviate in passato – e probabilmente verranno nuovamente inviate in futuro – in paesi come la Somalia (dove l’allora governo Craxi costruì un’autostrada – la Garowe-Bosaso – per nasconderle e comprare il silenzio del dittatore Siad Barre, come più volte ho ribadito in precedenti post) o come il global land grab, cioè quel fenomeno con il quale i paesi più industrializzati (Cina in testa) acquistano terre dai paesi poveri a scopo sicurezza alimentare (per la nazione acquirente, ovviamente).

    «I ricchi distruggono il pianeta! Non si cambia il clima senza cambiare il sistema!»

    Urlava il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela Hugo Chávez Frías dal palco del Cop15, sostenuto nella sua campagna anti-capitalista dal presidente boliviano Evo Morales (uno che smentisce tutte le teorie occidentali sull’influenza dei media sull’elettorato: nonostante l’80% degli organi di informazione nazionali gli siano contro, infatti, il suo secondo mandato presidenziale è stato votato con un’oscillazione tra il 66 e l’80% di voti a favore), naturalmente accusati di essere terroristi da quella masnada di paesi il cui guinzaglio è ben saldo nelle mani dello zio Sam.

    «Se vogliamo risolvere il problema ambientale dobbiamo chiudere con il sistema capitalista» ebbe infatti a dire il presidente indio da quello stesso palco.

    Quello stesso capitalismo che permette di inquinare i nostri cieli non tanto con il passaggio degli aerei, ma con il rilascio nell’atmosfera di sostanze tossiche di cui non si capisce bene l’utilità (per saperne di più leggetevi questo dossier: http://scienzamarcia.altervista.org/dossier.html) e che scienziati “importanti”(ed asserviti al Potere) spacciano per “operazioni per il bene dell’umanità” atte a porre fine al “global warming”, ma d’altronde da quello stesso Potere che chiama “operazioni di pace” le guerre e che inventa armi di distruzione di massa in zone ricche di petrolio (nel quale sguazzano le sue multinazionali) c’è da aspettarsi questo e molto, molto altro.

    Proprio per evitare che un giorno i cittadini del mondo possano ritrovarsi in coda di fronte alle stanze del Potere capitalista globale (quello stesso che fa morire di fame milioni di cittadini all’anno per tutelare i suoi traffici loschi tramite l’intervento delle “missioni umanitarie” fatte con personale militare)a chiedere protezione dal genocidio climatico, in questi giorni (19-22 aprile) a Cochabamba – o Quchapampa per dirla con i Quechua – il presidente Morales ha indetto la “Conferenza Mondiale dei Popoli” per i diritti della Madre Terra dove, di fronte a 15.000 delegati di tutto il mondo personalità come Naomi Klein, José Bové, lo stesso Morales e tanti altri parleranno di “soluzioni”.

    Qualcosa di sconvolgente per i popoli occidentali: i politici, le personalità intellettuali invitate, si ritroveranno in una conferenza per trovare delle soluzioni ai problemi ambientali. Quando mai è capitato da questa parte del mondo?

    Comunque tra le tante questioni sul tavolo del dibattimento ce n’è una – che il Presidente boliviano presentò già durante il Cop15 – che dovrebbe essere tenuta in gran considerazione: l’istituzione di un Tribunale Internazionale della Giustizia Climatica, cioè un tribunale il cui scopo è quello di giudicare e penalizzare imprese e governi che si macchiano di contaminare l’ambiente.

    Un Tribunale chiamato a giudicare sul più grande genocida, omicida e inquinatore della storia dell’uomo: il capitalismo.

    Andrea Intonti