Cina, investimenti all’ estero per finanziare il fondo pensione e il welfare state

Il fondo National Social Security cinese, nato per gestire le risorse fiscali delle pensioni di moltissimi lavoratori, ha da poco deciso di espandere i propri investimenti all’estero, in particolare nei mercati finanziari di USA ed Europa. Finora i guadagni di tale fondo pensione sono giunti tramite la borsa di Shanghai e Hong Kong, ma recentemente il suo direttore generale ha affermato di essere particolarmente interessato in investimenti diretti in quelle multinazionali, quotate in borsa e non, di paesi come India o di economie emergenti.

Istituito all’inizio del 2000 con un valore iniziale di 30 bilioni di yuan, il National Social Security ha raggiunto i 114 bilioni e si propone l’obiettivo del 20% di investimento estero entro la fine del 2010. Esso verrà dirottato sull’acquisto di azioni di compagnie straniere per cercare di accelerare lo sforzo, da parte della Cina, di disinnescare la bomba dell’ invecchiamento della propria popolazione.

Questa novità nella gestione del fondo pensione cinese è dettata dalla paura, da parte del Partito, di non avere abbastanza risorse per pagare le pensioni in un prossimo futuro. Una stima recente afferma che il 15% della popolazione cinese avrà 60 anni entro 15 anni, come conseguenza della politica del figlio unico introdotta nel 1970. Entro il 2040 ci saranno circa 397 milioni di cinesi in età di pensionamento – ovvero più della somma della popolazione di Inghilterra, Francia, Germania, Italia e Giappone messi assieme. La preoccupazione è che anche una crescita del 20% del fondo pensione non potrebbe essere sufficiente per coprire la domanda delle pensioni totali, per un buco di circa 100 bilioni di dollari nel 2010.

Le pensioni e il welfare state cinese vengono dunque pagati e finanziati dai ritorni in capitale negli investimenti globali di questo fondo sociale. La rendita transnazionale è alla base della sostenibilità del welfare state della stessa Cina, laddove nella fabbrica del mondo la commistione tra finanza e manifattura perde completamente di senso e le garanzie dei lavoratori alla catena di montaggio sono garantite nei mercati finanziari.

In questo quadro, altrettanto, perde di senso parlare di welfare nazionale o statale, i lavoratori dell’export globali, infatti, utilizzano questo stesso spazio, ovvero il mercato internazionale, per garantirsi il proprio futuro di pensionati.

Un futuro caratterizzato da un progressivo invecchiamento della popolazione è qualcosa di ben conosciuto da noi, ma esso sembra non appartenere più solo ai cosiddetti paesi dal capitalismo avanzato.

L’utilizzo della globalizzazione e dei mercati finanziari globali per sostenere il proprio welfare state, l’uso dei fondi d’investimento come una sorta di “pagatore di ultima istanza” delle pensioni fa della economia ‘emergente’ cinese uno dei nuovi attori, laddove finanza, futuro e bisogni sociali si intrecciano nello scenario di una nuova quanto inedita globalizzazione.

Paolo Do – Ya Basta Napoli

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