Grecia: crisi di sistema e conseguenze geopolitiche

Nella generale tetraggine della cronaca finanziaria sull’eurozona e la Grecia, un amaro sorriso mi è stato strappato ieri da un lettore della sezione online di discussione del Guardian, Comment is Free, che si chiedeva sarcasticamente se lo spingere al parossismo le esportazioni di feta e olio d’oliva potesse mai risolvere i problemi di una Grecia uscita dall’euro e tornata a una dracma svalutata. Mi sembrava una risposta adeguata a tutti i fautori di una nuova voodoonomics secondo cui per far sparire d’incanto i problemi basta svalutare o espandere la base monetaria. Una concezione fantasiosa che ricorda specularmente il dogmatismo dei gran sacerdoti dell’ortodossia monetarista che contro ogni evidenza legano lo sviluppo economico al rigorismo finanziario.

Le due grandi industrie greche sono il turismo e le compagnie di navigazione, entrambe incapaci di spingere verso quel surplus commerciale che potrebbe rimettere in piedi la Grecia dopo l’uscita dall’euro. Per il resto c’è ben poco, eccetto una cantieristica che ha lavorato per lo sviluppo del settore immobiliare della nazione, e, per l’appunto, la feta e l’olio d’oliva. In ben altra condizione si trovava l’Argentina dopo il default del 2001, sia perché la sua precedente struttura economica non era integrata in alcuna area monetaria e di libero scambio, sia perché il suo comparto agro-industriale era di tutto rispetto. (Tra parentesi, mi piacerebbe sapere cosa avrebbero detto i nemici giurati degli ogm se al momento del recupero l’Argentina non avesse trovato alle stelle il prezzo internazionale della soia transgnenica, diventata la prima produzione agricola del paese).

E che dire dei rischi di una spirale inflattiva fuori controllo? Chi conosce un po’ la situazione economica del Venezuela sa cosa significa combattere l’inflazione quando si ha una debole base industriale. E la Grecia non ha il petrolio che ha Chavez per avviare quel tanto realizzazioni nel settore delle infrastrutture, dell’abitazione e dell’industria alimentare che hanno impedito una crisi inflazionaria di scala weimeriana. E, ancora, chi comprerà i titoli di stato di una Grecia post-default, e a che differenziali rispetto al mercato del reddito fisso internazionale? Particolarmente se si pensa che l’attuale debito pubblico greco è quasi interamente nelle mani di investitori internazionali che possono solo subire senza possibilità di reazione gli sviluppi della situazione politica greca.

E perché mai le violente agitazioni di questi giorni dovrebbero cessare in una Grecia fuori dall’eurozona? Le doglianze finora espresse riguardano i tagli a una spesa sociale che finora era stata alimentata largamente dal debito pubblico. I bond greci trovavano buona accoglienza tra gli altri investitori dell’eurozona (la regione Lombardia ne ha attualmente per l’ammontare di 115 milioni di euro) perché offrivano un buono spread nella cornice di garanzie offerta proprio dall’eurozona. Inoltre il debito greco è stato sostenuto dall’estero anche perché nella fragile economia del paese era l’unico modo per sostenere quella domanda interna che permetteva l’export di paesi più forti, a partire dalla Germania.

Questo è esattamente il punto in cui desidero marcare la mia distanza non solo da coloro che vedono i greci come vittime incolpevoli dei furfanti della finanza internazionale, quasi non esistesse una responsabilità civile dei popoli per le malefatte dei loro governi e per i benefici che tutti ne ricavano a breve termine. Ma voglio separare il mio punto di vista anche da quelli che credono che tutto il problema stia nella mancanza di maturità politica e di virtù finanziaria dei popoli levantini o affini (nel caso specifico i PIIGS).

Sul blog del premio Nobel per l’economia Paul Krugman ho ieri letto un altro commento divertente. Notando la proclività di Krugman verso una Grecia che non solo ristruttura il suo debito, ma esce anche dall’eurozona per svalutare, un lettore osservava che deve essere una bella notizia per stati praticamente in default come la Florida e la California sapere che se non vengono aiutati dagli altri possono sempre secedere dall’Unione, abbandonare il dollaro e svalutare per aumentare la competitività del proprio export. (E si badi che la California non è la Grecia, ma è lo stato della leggendaria Sylicon Valley).

Aggiungiamo che tutti si ricordano ora come la Grecia sia stata aiutata da Goldman Sachs per fare quel po’ di cosmesi contabile che gli permise di entrare nell’euro nel 2001, ma pochi si ricordano come, qualche mese dopo il varo dell’euro nel 1999, risultò chiaro che Belgio, Francia, Italia e Germania (sì, anche la Germania!) avevano presentato conti pubblici notevolmente abbelliti da espedienti di finanza creativa. Chi per nascondere magagne che forse l’avrebbero tenuto fuori dall’euro, chi per acquisire un potere negoziale da far valere negli organismi direttivi. Adesso però fa comodo ricordarsi dell’inclinazione levantina dei Greci.

Mi dà anche fastidio questa idealizzazione del laborioso tedesco a cui non va giù che il suo governo aiuti i fannulloni greci. Il governo federale ha appena finito di aiutare le banche tedesche a venir fuori da guai per perdite di 400 miliardi di euro inceneriti nel mercato dei subprime. Tutto a spese del contribuente. Il rigore finanziario sembra svegliarsi solo quando si tratta della finanza allegra greca, e non quando c’è il vecchio andazzo domestico di socializzare le perdite della speculazione finanziaria privata. Si dirà che le banche sono tedesche mentre il debito greco non lo è. E qui brilla tutta l’ambiguità di una nozione di integrazione economica a cui si danno definizioni di comodo che variano a seconda dei tempi. Le asimmetrie dell’eurozona, in cui vi sono aree economicamente e finanziariamente forti e aree deboli, è proprio ciò che permette alla Germania di essere la possente entità commerciale che è, piazzando il 90% delle sue merci proprio nell’eurozona. Facciamoci una domanda: cosa vogliono veramente le elite politiche e finanziarie tedesche? Siamo certi che vogliano il superamento di queste asimmetrie e una più generale virtuosità finanziaria? Vorrei proporre una spiegazione alternativa. E se ciò a cui i tedeschi mirano con queste sciarade non è tanto un maggiore ordine nei conti dell’eurozona ma solo precostituirsi la possibilità di un’eurozona a geometria variabile il sui profilo cambia di volta in volta in base agli interessi tedeschi? Oggi c’è la Grecia, domani magari c’è la Slovacchia. E’ noto a tutti che l’area centro-orientale dell’Europa interessa ai tedeschi molto più del Mediterraneo. Non discuto la legittimità di questa visione geopolitica, a patto però di non prendere troppo sul serio i tedeschi quando pretendono di salire in cattedra e dare lezioni agli altri.

Sempre a proposito di ipocrisia che dire di tutta la grande stampa occidentale, sempre pronta a bacchettare i Greci per “aver vissuto al di sopra dei propri mezzi”, ma stranamente evasiva quando si tratta della spirale di spesa militare imposta in anni recenti alla Grecia per allinearsi agli standard Nato? La Grecia non può permettersi le forze armate che ha, ma di questo non si parla. Sembra anzi che Sarkozy e la Merkel siano stati molto chiari con Papandreu nell’esigere che ogni aiuto è condizionato all’impegno greco a restituire ogni centesimo dovuto all’industria della difesa franco-tedesca. Sarà bene qui ricordare che l’entrata della Grecia nell’euro nel 2001 fu vivamente caldeggiata dagli Usa e dalla Gran Bretagna per le importanti basi militari americane sul territorio nazionale, e ciò in un’area di notevole interesse strategico. Ricordiamoci delle difficoltà che ebbero gli Usa a rifornire Israele nella guerra contro Gaza dell’anno scorso a seguito del boicottaggio dei portuali greci. E rimane il sospetto che il tappeto rosso srotolato sotto i piedi di Cipro da parte dell’Ue rispondesse al desiderio di mantenere viva la tensione tra Grecia e Turchia, utile agli interessi imperiali.

Uno stato prossimo al default deve ristrutturare il suo debito e ristabilire la fiducia nella sua economia e nella sua finanza. Ciò comporta sacrifici per la sua popolazione, e da qui non si scappa. Ma è difficile sfuggire all’impressione che vi sia in atto un tentativo di umiliare i Greci al di là di ogni utilità pratica che non sia la ricerca di un capro espiatorio dietro cui nascondere le debolezze strutturali dell’eurozona e le mire a volerla modellare in futuro secondo interessi di parte. A questo si deve dire no.

Gianluca Bifolchi