Nuovi papi e vecchi profeti

La devozione che oggi la Cristianità elargisce ai profeti biblici potrebbe far sorgere presso i meno informati – o almeno quelli tra i fedeli più semplici che si sono soffermati a riflettere su cosa fosse mai un profeta – l’ opinione che quelle figure grandiose i cui marmi monumentali formano tutt’ora l’addobbo barocco delle nostre Chiese, e che con espressione corrucciata ostendono cartigli con frasi di una lingua straniera le cui parole finiscono oscuramente in –um -us ed –er, nel tempo della loro vita mortale godessero di grande prestigio e considerazione presso le loro comunità. Niente affatto. La gloria dei profeti è tutta postuma, e la loro fama in vita era di gran rompiballe la cui attività non era mai tanto gradita come quando se ne stavano nel deserto a mangiare locuste e a contemplare le verità divine per i fatti loro e senza importunare il prossimo. Che ci fosse una seria possibilità che il Signore avesse deciso di parlare a questi e non alla brava gente che al sabato andava al Tempio non faceva grandi differenze.

Lo stile del loro eloquio, più tardi chiamato profezia, non era un semplice predicare il compiersi degli eventi del Piano Divino. Vi era anche un che di spiacevolmente minaccioso nel modo in cui presagivano l’avvento della giustizia divina, giacché le colorite descrizioni del modo inesorabile in cui questa avrebbe agito si accompagnavano a una minuziosa ed esauriente enumerazione dei peccatucci pubblici e privati ai quale il Popolo di Dio indulgeva con animo spensierato. I profeti, insomma, tagliavano i panni addosso alla gente in maniera così penetrante e irresistibile da scuotere davvero qualche coscienza e operare qualche conversione di anime che formavano poi minoranze ascetiche che vivevano accanto alle maggioranze paghe del comodo formalismo clericale di sempre. Naturalmente i cattolici di oggi sono gli eredi delle minoranze ascetiche e non delle maggioranze ipocrite, conformiste e farisee.

Ma non sempre il rigorismo profetico dà nerbo alla parola dei pastori, o anche del pastore in capo che siede in Vaticano. Benedetto XVI, ricevendo ieri il nuovo ambasciatore del Benin, Comlanvi Theodore Loko, per la presentazione delle lettere credenziali, ha pensato bene di aggiungerci il predicozzo, e dopo aver parlato della fraternità come promotore dello sviluppo e della stabilità sociale, ha detto riferendosi ai politici, agli industriali e ai finanzieri che è “la ricerca di interessi personali a scapito del bene comune” il male da combattere, poiché “corrode le istituzioni pubbliche, impedendo il pieno sviluppo degli esseri umani”.

Sono sicuro che non c’è politico, industriale o finanziere — tra quelli col dono della fede — che non pensi d’essere d’accordo col papa, e che per quanto lo concerne non anteponga la sanità delle istituzioni pubbliche e il pieno sviluppo degli esseri umani alla ricerca degli interessi personali. Un profeta, questi qui, li avrebbe chiamati “ricettacoli d’iniquità”, “sepolcri imbiancati”, “miserabilisima schiatta”, “semenza del diavolo”. Ma almeno dai tempi in cui i papi falsificavano la Donazione di Costantino non ci sono più stati profeti in quella carica, e i riferimenti all’interesse personale si sono fatti vaghi.

Gianluca Bifolchi