Perché un tale crimine che sembra addirittura controproducente? Perché vige il vecchio slogan di Golda Meir: “Non importa quello che dicono i gentili, ciò che conta è ciò che gli ebrei stanno facendo”. La leadership israeliana, arrogante e razzista, si barrica dietro lo scontro di civiltà. Fallendo e acuendo il conflitto con gli Usa

Un atto di pirateria, un crimine di guerra, una palese violazione del diritto internazionale, l’assassinio di civili disarmati – ogni definizione usata dai media internazionali nel corso delle ultime 30 ore è vera e allo stesso tempo aggira il punto. L’operazione omicida israeliana è, infatti, l’espressione del nuovo modus operandi di Israele. E come tale è spaventosa.

In tutto il mondo, uomini e donne si chiedono: perché? Perché un tale crimine che sembra completamente disfunzionale e addirittura controproducente? Perché provocare una grave crisi con un paese alleato, come la Turchia? Perché mettere in difficoltà l’ Unione europea che sta cercando di rivalutare la funzione di Israele nel mercato europeo? Perché provocare e scioccare tutta la comunità internazionale?

Al fine di comprendere l’apparentemente irrazionale comportamento israeliano si deve tornare a un anno e mezzo fa, al massacro dei palestinesi di Israele nella Striscia di Gaza nel dicembre 2008-gennaio 2009. Questa aggressione contro Gaza, i bombardamenti e cannoneggiamenti di una città dove vivono un milione di uomini, donne e bambini, avevano provocato uno shock unanime in tutto il mondo, e reso lo Stato di Israele, agli occhi di centinaia di milioni di persone, un Stato canaglia senza alcun rispetto della vita umana e del diritto internazionale.

La decisione strategica di Israele era quello di divorziare dalla comunità internazionale e di ignorare l’opinione pubblica internazionale. Torna il vecchio slogan di Golda Meir: “Non importa quello che dicono i gentili, ciò che conta è ciò che gli ebrei stanno facendo”. Due o tre anni più tardi, Israele è stato sorpreso e sconfitto dagli eserciti arabi, e solo gli aiuti d’urgenza massicci da parte “delle genti” – in questo caso gli Stati Uniti – hanno salvato Israele da ciò che la stessa Golda Meir definì “la distruzione del Terzo Tempio” .

Una tale strategia isolazionista può funzionare solo se gli Stati Uniti sono dietro Israele, e ovviamente lo sono. Ma gli Usa sono anche molto in collera con i leader israeliani, che non sono affatto pronti ad adeguare le loro politiche agli interessi globali degli Stati Uniti, in particolare il rifiuto di Benjamin Netanyahu di congelare le attività di insediamento in Cisgiordania. E ora i governanti israeliani stanno creando una situazione di crisi con il secondo più importante alleato di Washington nel Mediterraneo orientale, la Repubblica turca.

La cooperazione tra la Turchia e Israele è al centro del dispiegamento militare della NATO nel nostro territorio e mettere in fibrillazione questa alleanza strategica potrebbe avere risvolti drammatici per la politica di sicurezza americana. Un atto di aggressione contro la Turchia è, infatti, un attacco contro gli interessi Usa in Asia occidentale. A differenza dell’apparato militare di Israele, ben cosciente di questa realtà, i politici israeliani sono ancora intrappolati nella concezione neoconservatrice di uno scontro di civiltà.

Anche se la Turchia è uno Stato laico e non-arabo, il fatto che abbia una popolazione musulmana lo ha reso, per l’ ignorante e razzista leadership di Israele, parte della minaccia arabo-musulmana, parte del campo barbaro che minaccia “la civiltà giudaico-cristiana”.

Armato di una tale “analisi”, Ehud Barak – ancora lui! – ha deciso di dare alla Turchia, e al mondo intero, una lezione. Come al solito, Barak ha perso la scommessa e Israele dovrà pagare un prezzo pesante a causa sua e della sua autistica arroganza. Parte del prezzo sarà una maggiore dipendenza dagli Stati Uniti e una maggiore accondiscendenza alle richieste della Casa Bianca. In un certo senso, i palestinesi possono essere i vincitori in questo fiasco israeliano, se la loro leadership saprà come giocare la partita. Saprà?

Quasi liberi gli attivisti internazionali

Tel Aviv, 02 giugno 2010 – Israele espellerà, probabilmente tutti entro oggi, i 679 gli attivisti internazionali che ha sequestrato in mare nella notte tra domenica e lunedì al termine del sanguinoso assalto che ha compiuto contro sei navi della «Freedom Flotilla» diretta a Gaza, in cui sono rimasti uccisi nove civili (quattro dei quali turchi). Lo ha annunciato oggi il ministero degli esteri israeliano.

Un centinaio di attivisti – di paesi arabi e islamici che non hanno relazioni con Israele – è già stato espulso verso la Giordania. Nelle prossime ore partiranno con tre aerei circa 300 pacifisti turchi e nel corso della giornata tutti gli altri, tra i quali sei italiani. La decisione è stata presa ieri sera dal primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu di fronte alle pressioni e dure condanne internazionali per l’attacco compiuto in acque internazionali contro un convoglio carico di civili e di aiuti umanitari destinati alla popolazione di Gaza sotto embargo.

Israele, scrive oggi il quotidiano di Tel Aviv Haaretz, ha «rinunciato» a processare una ventina di attivisti che accusa di aver «aggredito» i suoi soldati durante il blitz di domenica notte.

Intanto il Nicaragua ha sospeso i rapporti diplomatici con Israele di fronte, ha spiegato il governo di Managua in un comunicato, «all’illegalità dell’attacco alla missione umanitaria», che ha rappresentato «una chiara violazione della legge internazionale e del diritto umanitario». Il Nicaragua ribadisce inoltre il suo sostegno «incondizionato al popolo palestinese».

Nenanews