UE, Belgio e Olanda alle urne tra spinte separatiste e tentativi di riforma

Jan Peter Balkenende

Due paesi fondatori dell’Ue, l’ Olanda e il Belgio, sono chiamati alle urne la settimana prossima per una scadenza elettorale la cui rilevanza va ben oltre i confini nazionali. Si tratta infatti, in entrambi i casi, di consultazioni anticipate che toccano tematiche di interesse generale: dal conflitto in Afghanistan al rapporto con l’Islam, fino alla riforma dello Stato in un quadro condizionato da pulsioni separatiste.

Radicalismo crescente

Il voto olandese, che avrà luogo il 9 giugno, ha origine nel fallimento di un lunghissimo Consiglio dei ministri, tenutosi nella notte tra il 19 e 20 febbraio scorsi, in cui il primo ministro Jan Peter Balkenende fu costretto alle dimissioni per le divisioni nella maggioranza sul rinnovo del mandato al contingente in Afghanistan. Leader dei cristiano democratici (Cda), Balkenende è premier dal luglio del 2002 e ha guidato, con formule diverse, quattro governi. L’ ultimo nato dopo le elezioni del novembre 2006, è stato un governo di “grande coalizione” e si è insediato nel febbraio dell’anno successivo, dopo un tormentato negoziato con l’altra grande forza della scena olandese, il partito laburista (PvdA) di Wouter Bos. Proprio la contrarietà del PvdA al prolungamento della missione in Afghanistan, che dai sondaggi risulta molto impopolare fra gli olandesi, ha portato alla crisi del governo e al conseguente scioglimento della Camera.

È la prima volta che la guerra di Kabul provoca la caduta di un esecutivo occidentale. L’esercito olandese è presente in Afghanistan dal 2006, con un contingente di circa 1900 uomini, l’ottavo della coalizione dopo quelli di Usa, Regno Unito, Germania, Francia, Italia, Canada e Polonia. Schierato nella provincia meridionale di Uruzgan, dove la presenza talebana è forte e agguerrita, ha svolto anche un ruolo di integrazione tra forze straniere e popolazione locale, ad esempio curando le infrastrutture che collegano le due maggiori città della provincia, Tarin Kowt e Chora, e sostenendo l’agricoltura per arginare la coltivazione di papaveri da oppio. In base a una decisione del Parlamento, il mandato doveva concludersi entro il 2010, ma era poi giunta la richiesta dell’Alleanza atlantica di un prolungamento di un anno, che ha provocato la spaccatura della maggioranza e la conseguente caduta del governo.

A pochi giorni dal voto, i sondaggi prevedono un buon risultato per i liberali del Vvd di Mark Rutte e per i laburisti, mentre il Cda dovrebbe perdere la maggioranza relativa. La destra di Geert Wilders (Pvv), che ha ottenuto di recente un notevole successo in un turno di amministrative parziali, rimane un’incognita. Espulso dal Vvd, strenuo difensore di Israele, Wilders si è distinto per un’aspra retorica sull’immigrazione e per i toni incendiari nei confronti dell’Islam. Sono temi che dividono da anni la società olandese (e non solo). Ad agitarli per primo fu Pim Fortyun, che passò come un ciclone nella scena politica all’inizio dello scorso decennio, modificandone non poco l’agenda. Il quadro interno è completato da un altro partito liberale, D66, guidato da Alexander Pechtold, dal Partito socialista (sinistra radicale) di Emile Roemer, dai verdi, dagli animalisti e da piccole formazioni della destra protestante, una delle quali, l’Unione cristiana (Cu), ha fatto parte del governo uscente.

I cittadini sono chiamati a rinnovare solo i 150 seggi della Camera, con sistema proporzionale e mandato quadriennale, mentre il Senato viene eletto in modo indiretto dai Consigli delle 12 province del Regno. Le norme vigenti e la tradizione inclusiva olandese impongono un governo di coalizione, che nasce spesso solo dopo lunghissime trattative. È prevedibile che anche questa volta il copione sarà rispettato, anche se il profilo politico del nuovo governo è tutto da tracciare.

Minaccia separatista

È di natura istituzionale, invece, la crisi che investe il Belgio, alle prese con un puzzle di difficile soluzione, attorno a cui ruotano le elezioni che si terranno il 13 giugno. La riforma costituzionale del 1993, che ha introdotto un complesso sistema federale, non sembra aver attenuato il tradizionale antagonismo tra le sue componenti, fiamminga e vallone, anzi lo ha paradossalmente inasprito.

Prima di analizzare lo scenario elettorale, però, è necessario fornire alcuni dati di riferimento generale. Va sottolineato, innanzi tutto, il divario economico, che vede il Pil procapite fiammingo superare di almeno un terzo quello della regione francofona, che ha più disoccupati (17% contro 7%). La popolazione fiamminga rappresenta il 58% del paese, mentre quella francofona il 32%. Il 9% della popolazione è nella capitale Bruxelles, formalmente bilingue, ma in netta maggioranza di lingua francese. Vi è poi una piccola minoranza di lingua tedesca. La modifica costituzionale ha creato un sistema su tre livelli: accanto ai poteri federali, vi sono tre regioni (Fiandre, Vallonia – ciascuna con 5 province – e Bruxelles capitale) e tre comunità linguistiche (francofona, fiamminga e germanofona). Anche le comunità hanno organismi legislativi ed esecutivi. Il federalismo belga non prevede, inoltre, una gerarchia normativa, quindi non esiste nessuna prevalenza della legge federale su quella locale. I conflitti di competenza sono risolti dalla Corte arbitrale.

La pietra dello scandalo che ha fatto cadere il governo di Yves Leterme (cristiano democratico fiammingo), e portato a elezioni un anno prima della scadenza, è costituita dal nodo della circoscrizione Bruxelles-Halle-Vilvorde, fiamminga per geografia ma francofona per popolazione, con i fiamminghi che puntano a modificarne i confini. Una sentenza ha definito incostituzionale la norma che consente ai francofoni di poter votare anche per partiti fiamminghi, mentre il contrario non è previsto, ordinando al Parlamento una soluzione prima delle elezioni. La crisi e la chiamata alle urne hanno impedito che si risolvesse la questione.

Tutta la legislatura è stata all’insegna dell’instabilità. Dapprima uno sfibrante negoziato per arrivare alla formazione di un esecutivo, formato da cinque partiti; poi le dimissioni del premier Leterme per il coinvolgimento di suoi consiglieri in uno scandalo finanziario; quindi la nomina del nuovo primo ministro, Herman van Rompuy, in seguito costretto a lasciare perché nominato presidente del Consiglio europeo; infine la travagliata esistenza del nuovo gabinetto di Leterme.

Una difficile equazione

Con un messaggio su twitter, il premier uscente ha chiarito che, quale che sia l’esito elettorale, rinuncerà a tornare al governo, indicando come successore il nuovo leader del suo partito, Marianne Thyssen. Sarebbe la prima donna a guidare l’esecutivo belga, ma i sondaggi annunciano un forte successo dei separatisti del N-VA (Nuova alleanza fiamminga), destinati a complicare non poco l’equazione per la formazione della maggioranza e a rilanciare lo spettro della spaccatura irreversibile del paese.

Il 1° luglio Bruxelles avrà la presidenza di turno dell’Ue e la scadenza imporrebbe una celere soluzione della crisi. I belgi dovranno rinnovare l’intera Camera (150 seggi) e parte del Senato (40 su 71), con legge proporzionale e mandato di 4 anni. Dagli anni settanta, non esistono più partiti nazionali, e il re Alberto II resta l’unica figura di riferimento unitario. Il nuovo governo sarà inevitabilmente il prodotto di un difficile equilibrio tra forze politiche e componenti regionali, sullo sfondo di possibili e ulteriori modifiche costituzionali.

Giovanni Casa – AffarInternazionali.it

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