Berlusconismo anticostituzionale e incapacità di replica della sinistra italiana

La questione rimane la stessa di sempre. Non essere adeguati. Il centro sinistra italiano, nonostante sia riuscito in questi vent’anni a dare un segno anche positivo al rinnovamento del Paese, si trova ora stretto da un lato da una serie di cocenti sconfitte e dall’altro dalle proprie contraddizioni. Come definire altrimenti i silenzi e i tentativi umilianti con cui nonostante tutto cerca di ritagliarsi spazi di mediazione con l’attuale maggioranza (non solo politica ma anche e soprattutto culturale) che domina il Paese? Immobilizzato dai troppi compromessi nei confronti del cosiddetto “mercato” (che in Italia ha connotazioni ben differenti da quelle che questo termine assume nel resto del mondo) e dalla sclerotizzazione della suo gruppo dirigente. Senza affrontare una questione fondamentale ma finora non affrontata per inconsapevolezza o peloso pudore: il berlusconismo, inteso come cultura e forma, ha debordato dai suoi naturali confini del centrodestra.

E questo avviene quando la destra (nel suo insieme) sembra intenzionato a non fare prigionieri e stravolgere quel poco che resta del contratto costituzionale. Il nostro patto sociale. Negazione del lavoro come valore fondante della nostra società, cancellazione dei contrappesi democratici che regolano la nostra democrazia parlamentare, affarismo e clientelismo (nella sua forma più servile) come regola nelle relazioni economiche e anche in quelle personali, cancellazione di diritti fondamentali come quelli alla salute e alla libertà di espressione e informazione (Ddl Alfano). Da un patto sociale fra eguali, questa destra vuole imporre (più che proporre) una società basata su caste fra loro impermeabili, aberrazione post-moderna alla suddivisione i classi.

E a questo progetto in progressiva e sempre più vertiginosa accelerazione il centro sinistra (che sia o no rappresentato in Parlamento e quindi visto nel suo insieme più ampio) non riesce a dare un risposta, a darsi voce e orgoglio, a contrapporre un progetto nettamente contrastante di società. I livelli di contrattazione rimangono, a tutti i livelli, sempre al ribasso. Oppure ci si continua a logorarsi in divisioni e contrapposizioni interni che in molti casi hanno origine a vicende chiuse da più di vent’anni e che nessuno ormai ricorda più o di cui nessuno vorrebbe più sentire parlare.

Come ha detto recentemente Nichi Vendola durante un incontro pubblico a Napoli, “ci siamo svegliati dopo un lungo sonno e ci siamo ritrovati in un posto che non conosciamo più”. Questo “posto” è il nostro Paese e noi non sappiamo più cosa sia, quale siano i suoi confini. Ha ragione Vendola, ma non basta.

Bene, è questo Paese, noi, che dobbiamo ritornare a interpretare, a conoscere. Con il quale riaprire un dialogo non più unidirezionale. La politica che chiede senza rispondere ascoltando la società, il Paese. Non ci saranno più occasioni, o appuntamenti ulteriori, se manchiamo questo momento. Superando la logica a compartimenti stagni dei gruppi dirigenti, superandoli, addirittura ignorandoli. Accantonando una volta per tutte questo devastante atteggiamento che ci ha travolto un po’ tutti di chiamata fuori dalle responsabilità politiche. E superando la non cultura del “tanto peggio, tanto meglio”. Ora, e senza rimandare ancora, è necessario darsi appuntamenti, voce e linguaggi nostri. E imporli. Ritornare a essere soggetti politici e non rimanere ombre sullo sfondo di una partita giocata da altri sulle nostre spalle

Pietro Orsatti