Fiat di Pomigliano: no della Fiom, accordo separato con altri sindacati

Oggi pomeriggio è stata siglata l’ intesa per portare la nuova Panda a Pomigliano d’Arco (NA) tra FIAT e le organizzazioni sindacali Fim, Uilm, Fismic e Ugl. La Fiom ha confermato il suo ‘NO’ e resta fuori. L’ accordo complessivo firmato da metalmeccanici e azienda è composto da 16 punti, rispetto ai 15 previsti in precedenza. Il sedicesimo punto aggiunto, come era stato richiesto dalle organizzazioni, che lo scorso venerdì avevano già dato un primo ok all’intesa, riguarda la clausola di raffreddamento con l’ istituzione della cosiddetta commissione paritetica che si occuperà di verificare le possibili inadempienze all’accordo e deciderà sulle eventuali sanzioni per chi non lo rispetta. Stabilito anche che martedì 22 giugno si terrà il referendum per i lavoratori di Pomigliano che dovranno dare il loro ok all’intesa. Ovviamente l’accordo di oggi non sblocca gli investimenti pari a 700 milioni di euro circa che la FIAT ha promesso di fare per lo stabilimento di Pomigliano. Tutto dipende dall’esito del referendum tra i lavoratori e solo se vince il ‘SI’.

Continua l’ Odissea dei 5200 addetti dello stabilimento FIAT di Pomigliano d’Arco. Il timore che possano perdere il posto di lavoro si fa ormai sempre più forte tra di loro. Specie se il loro calvario si sta svolgendo in una delle regioni con il più alto tasso di disoccupazione d’Italia, 13 per cento. Da circa due anni essi vivono questa perenne insicurezza tra cassa integrazione, ordinaria e straordinaria. Un fermo produttivo che, complessivamente tra dipendenti diretti della FIAT e lavoratori dell’indotto, coinvolge circa 15mila persone e le loro famiglie. Pertanto la volontà di tutti è protesa nella ricerca di un accordo che possa far riavviare e far continuare a vivere lo stabilimento campano della FIAT. L’accusa che però, viene lanciata alla FIAT è quella di voler approfittare della paura generata dalla crisi per imporre una sorta di schiavitù senza catene. A lanciarla è la Fiom secondo cui si basa il piano industriale della FIAT presentato lo scorso 21 aprile. La trattativa in corso infatti, riguarda il futuro dello stabilimento campano della FIAT. Oggi si è giunti alla firma dell’accordo tra azienda e quattro delle cinque sigle sindacali, Fim-Cisl, Uilm-Uil, Fismi e Ugl dopo che una prima intesa era stata raggiunta verbalmente lo scorso venerdì. La sola Fiom-Cgil invece, ha detto di ‘NO’ all’accordo. Un accordo secondo cui il lavoro si svolgerà su 18 turni settimanali e prevede in base a delle ‘clausole integrative del contratto individuale di lavoro’ la punibilità per chi decide di proclamare scioperi in occasione del turno di straordinario del sabato notte. Inoltre non verrà pagata la malattia se il tasso di assenteismo nella fabbrica superasse una certa soglia. In pratica la FIAT ha chiesto di portare a 120 ore il tetto di straordinario nel caso ci sia bisogno di produrre di più. Inoltre l’azienda torinese ha chiesto di disciplinare in maniera più rigida una materia come quella delle assenze. Quando il Napoli gioca di mercoledì a Pomigliano i certificati di malattia fioccano e le assenze da una media del 5 per cento salgono fino al 30 per cento. Senza poi, considerare quando si è in tempo di elezioni. A centinai si dichiararono impegnati nei seggi.

La posizione della Fiom, a detta di alcuni esponenti delle altre sigle sindacali, rischia di creare una spaccatura anche tra gli stessi operai, divisi tra la possibilità di continuare a lavorare, ma alle condizioni dettate dall’azienda, e la chiusura paventata dall’Ad Sergio Marchionne. La mancata condivisone ha infatti, aperto la via ad un referendum tra gli operai, voluto anche dai vertici aziendali. Esso dovrebbe svolgersi il 22 giugno prossimo. La FIAT infatti, pur apprezzando le adesioni dei sindacati, si è riservata di verificare l’applicabilità dell’accordo dopo il referendum. La scelta dell’azienda torinese per ‘salvare cavolo e capra’ è quella di portare la produzione della Nuova Panda a Pomigliano d’Arco. L’azienda si è però, detta pronta ad investire al ‘GianBattista Vico’ circa 700 milioni di euro, ma in cambio ha chiesto ai sindacati di assumersi delle responsabilità. Chiedendo sopratutto una totale flessibilità, anche modificando norme del contratto nazionale. La radicale ristrutturazione della fabbrica dovrà condurre alla produzione di 270mila Panda all’anno diversamente non sarà produttiva. Da parte sua la Fiom nel ribadire il suo ‘NO’ ad uno stravolgimento delle leggi e del contratto nazionale ieri al termine del Comitato centrale, riunitosi per decidere il comportamento dell’organizzazione di fronte alla proposta FIAT per Pomigliano, ha lanciato una proposta all’azienda. Secondo il segretario generale dei metalmeccanici della Cgil, Maurizio Landini: “è possibile garantire una produzione annua superiore alle 280 mila Panda, indicate come obiettivo dall’azienda, con un 18mo turno strutturale, senza lo straordinario restando nei limiti del contratto”. “Il diritto individuale di aderire a uno sciopero, sancito dall’articolo 40 della Costituzione diviene oggetto di provvedimento disciplinare fino al licenziamento”, osserva la Fiom, secondo la quale “non c’è alcuna legittimità in questo, ma intanto la FIAT ci prova”, si leggeva in un volantino consegnato ieri ai rappresentanti del comitato centrale riuniti a Roma. Nella proposta di accordo avanzata dalla FIAT è previsto infatti, che la violazione, da parte del singolo lavoratore, di una delle condizioni contenute nell’accordo costituisce infrazione disciplinare da sanzionare, secondo gradualità, in base agli articoli contrattuali relativi ai provvedimenti disciplinari e ai licenziamenti per mancanze. Anche sulla clausola di responsabilità, che nella proposta FIAT libera l’azienda da obblighi contrattuali in caso di mancato rispetto degli impegni assunti con l’accordo. Stamani la risposta indiretta dell’amministratore delegato della FIAT, che secondo quanto pubblicato dal quotidiano ‘la Repubblica’, per Pomigliano D’Arco puntava al consenso da parte di tutti i sindacati e dopo il ‘NO’ della Fiom starebbe pensando, secondo quanto scrive la Repubblica, a un piano B. In pratica, rivela il quotidiano, vuol dire: o la Fiat viene messa in condizioni di lavorare per raggiungere anche in Italia gli obiettivi che si è data oppure andrà a farlo dove ciò è possibile. Si tratta in realtà, viene precisato, di un’ipotesi remota perchè comporterebbe difficoltà pratiche e avrebbe ricadute politiche. Meno remota sarebbe, invece, l’ipotesi di trasferire all’estero, allo stabilimento di Tichy in Polonia, l’investimento da 700 milioni attualmente destinato a Pomigliano. “Marchionne ci ripensi, non contrapponga lavoro a diritti. Pomigliano non può diventare una fabbrica-caserma”. Questo l’appello che il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, ha rivolto oggi a Sergio Marchionne. “Il documento della FIAT è un golpe ai diritti dei lavoratori. Il governo, Costituzione alla mano, non solo può ma deve intervenire a difesa dei lavoratori e dei sindacati. L’azienda non può pensare di cancellare il diritto alla malattia o allo sciopero, annullare il ruolo dei sindacati e stravolgere le regole costituzionalmente garantite. Porre ricatti, infine, con la minaccia di delocalizzare la produzione è roba da Medioevo. La FIAT, con tutti i soldi pubblici che ha preso, farebbe bene a portare più rispetto per i lavoratori italiani”, questo le parole del segretario nazionale del PdCI, Oliviero Diliberto. Alla fine chi ci rimetterà saranno solo loro i lavoratori. La Fiom parla di ricatto, ma in effetti quello che si chiede è un compromesso. Uno scendere a patti tra i dipendenti di Pomigliano d’ Arco e la FIAT.

Da una parte c’è chi lotta per conservarsi il lavoro e dall’altra c’è chi cerca di produrre e restare competitivo. Non bisogna perdere di vista lo scenario in cui si svolge tutta la vicenda. La fabbrica in questione è uno dei stabilimenti che l’azienda torinese considera a rischio. Da quando venne avviata, nel 1968, i suoi impianti non hanno mai funzionato a pieno regime. Da Pomigliano escono in media 40mila vetture, mentre ne potrebbe ‘sfornare’ 300 mila. Non si può certo definire un fiore all’occhiello dell’industria automobilistica italiana. Per cui con i tempi di crisi che corrono chi è così pazzo da volerla lasciarla attiva, specie se di alternative convenienti c’è ne sono. Come ad esempio trasferire la produzione altrove, in Paesi in cui costa meno. Un ipotesi questa paventata più vpòte dallo stesso Marchionne. A tutto questo poi si associa anche il fatto che sono in corso da due sfide personali. Da una parte un Marchionne a cui interessa dimostrare di essere il manager di una multinazionale che fa sopravvivere l’industria in Italia fino a farla diventare un punto di riferimento, di attrazione per investimenti esteri. Dall’altra Maurizio Landini, neo segretario Fiom, che è alla ricerca di un ruolo nel sindacato dei metalmeccanici. La sfida Pomigliano inoltre, si combatte anche all’interno dello stesso sindacato. Nei rapporti tra la Cgil e Fiom e tra le due ali all’interno della Fiom stessa dove gli ‘epifaniani’ sono in minoranza.

Ferdinando Pelliccia