La flottiglia della libertà come simbolo della questione israelo-palestinese

Il muro di Israele

Sono ormai trascorsi più di quindici giorni da quella notte del 31 maggio in cui una decina di persone sono rimaste uccise nel corso dell’abbordaggio condotto dalle forze armate israeliane alla nave turca Mavi Marmara, l’ ammiraglia della Flottiglia della Libertà diretta a Gaza.

Nuove testimonianze sono emerse, nuovi particolari si sono aggiunti, andando progressivamente a ricomporre un puzzle che rimane purtroppo nebuloso nei dettagli, ma che permette tuttavia di ricostruire un quadro generale sufficientemente chiaro.

Viste le versioni confuse e discordanti che sono apparse su molti mezzi di informazione, e visto il valore simbolico che ha acquisito l’episodio, sarà dunque utile soffermarsi ancora una volta su alcuni suoi aspetti.

Sono due gli elementi che spiccano sugli altri: il primo è che Israele ha condotto questa azione in acque internazionali, a ben 70 miglia dalla costa, quando ancora era notte; il secondo è che a bordo della Mavi Marmara si è registrata una reazione da parte di alcuni passeggeri, che hanno risposto in maniera violenta all’irruzione dei soldati sulla nave.

L’azione israeliana è stata abbondantemente criticata non solo a livello internazionale, ma da diverse voci all’interno di Israele, dove si sono registrate aspre polemiche anche in seno al governo. Il fatto che la marina israeliana abbia condotto un’azione contro una nave di civili appartenente ad un paese straniero in acque internazionali ha inevitabilmente posto Tel Aviv in una posizione difficilmente difendibile, non solo a giudizio di gran parte della comunità internazionale, ma anche secondo il parere di diversi commentatori israeliani.

Il fatto che dell’operazione siano stati incaricati alcuni commando militari invece che una normale forza di polizia, e che essi abbiano agito di notte essendo equipaggiati anche con armi letali, ha posto tutte le premesse perché la tragedia si verificasse.

Infine, il fatto che alcuni (ed è necessario sottolineare la parola “alcuni”, visto che la gran parte della spedizione era genuinamente nonviolenta) passeggeri abbiano reagito facendo ricorso alla forza (probabilmente perché intenzionati fin dal principio ad opporsi ad un’irruzione israeliana) non ha fatto altro che trasformare il rischio di una tragedia in una certezza, anche a causa della risposta del tutto sproporzionata dei militari israeliani.

Sono questi due elementi – l’azione illegittima e mal gestita da parte delle forze armate israeliane, e la reazione violenta di una parte dei passeggeri – ad aver determinato le due conseguenze più gravi:

1) la tragedia in se stessa, che ha portato all’uccisione di una decina di attivisti ed al ferimento di molti altri e di alcuni soldati.

2) L’emergere di due versioni contrastanti dello svolgersi dei fatti e delle ragioni che hanno portato alla tragedia: la versione israeliana, e quella degli attivisti, abbracciata da tutto il mondo arabo-islamico. Tali versioni appaiono del tutto inconciliabili e sono destinate ad aggravare ulteriormente le funeste conseguenze di questo episodio (l’odio reciproco fra israeliani da un lato, e palestinesi ed arabi dall’altro, il senso di isolamento di cui soffre Israele, la grave crisi nei rapporti fra Ankara e Tel Aviv) ed a prolungarne gli effetti nel tempo.

Il massacro consumatosi sulla Mavi Marmara assurge quindi a episodio simbolo di una tragedia ancora più grande, quella del conflitto israelo-palestinese, non solo per le ripercussioni che ha prodotto e che produrrà nella regione, ma anche perché l’episodio riassume in sé la drammatica incomunicabilità di due posizioni aspramente contrapposte e apparentemente inconciliabili, irriducibili ad una visione condivisa.

Gli israeliani hanno cercato di giustificare la loro azione affermando che a bordo della nave vi erano dei terroristi (alludendo persino alla possibile presenza di elementi di al-Qaeda). Tali “terroristi”, secondo la versione israeliana, volevano forzare l’embargo imposto a Gaza portando armi ad Hamas e mettendo così in pericolo la sicurezza di Israele.

Questa tesi sarebbe corroborata, secondo Israele, dalla reazione violenta di alcuni passeggeri, i quali avrebbero assalito i soldati costringendoli a fare ricorso alle armi.

Gli israeliani non hanno però saputo addurre prove a sostegno della tesi “terroristica”: la flottiglia aveva realmente uno scopo umanitario, quello di portare aiuti alla popolazione di Gaza, e non vi erano armi a bordo, ad eccezione di quelle che sono state rinvenute e mostrate al mondo: sbarre di legno e di ferro, e qualche coltello; ovvero gli oggetti che sono stati utilizzati dai passeggeri che si sono opposti ai soldati israeliani.

Come è stato più volte osservato e ripetuto, si tratta di oggetti comunemente reperibili su una nave, e che certamente non avrebbero rappresentato una minaccia alla sicurezza di Israele qualora fossero giunte a Gaza.

Come emerge dalle testimonianze di molti degli attivisti turchi, trasmesse anche da numerose televisioni arabe, l’obiettivo era realmente quello di portare aiuti alla popolazione di Gaza, ed allo stesso tempo di mettere in difficoltà Israele con un’azione che avesse un forte impatto mediatico e che avesse come esito o di riuscire a forzare il blocco di Gaza, o di obbligare Israele a compiere un’azione di interdizione che ne mettesse in evidenza i metodi brutali e repressivi.

Dunque, allo stato attuale dei fatti, la realtà che emerge è che i soldati israeliani non si sono trovati di fronte a pericolosi terroristi che portavano con sé armi ed esplosivi diretti ad Hamas, ma a dei civili pronti a sacrificare anche la vita, pur di difendere la loro nave che, a loro giudizio, era stata illegalmente circondata in acque internazionali, ed invasa da soldati di un paese che essi considerano ostile (va sottolineato che questa è stata essenzialmente la reazione degli attivisti turchi, e non di tutti i pacifisti a bordo della nave, la quale a sua volta era parte di una spedizione molto eterogenea, composta da persone appartenenti a più di 30 diverse nazionalità).

Tra l’altro, è stato fatto notare che la violenza praticata dagli attivisti ha avuto un carattere limitato: nessun israeliano ha perso la vita, sebbene gli attivisti che hanno disarmato e catturato i soldati avrebbero certamente potuto ucciderli. Sembra invece che l’obiettivo primario di coloro che si sono opposti ai soldati fosse quello di ridurli all’impotenza e di impedire che prendessero possesso della nave.

Questo punto è essenziale per comprendere la natura della “minaccia” di fronte alla quale si sono trovati i soldati israeliani (ovvero dei civili che hanno opposto resistenza) e l’inadeguatezza della lettura “terrorista” che Israele sovraimpone a forme di protesta di questo genere.

Questi civili ritengono di aver fatto ricorso allo stesso principio a cui fa appello Israele per giustificare le sue azioni repressive ai danni dei palestinesi: quello dell’autodifesa, questa volta di fronte all’irruzione dei soldati israeliani.

Anche qui emerge il carattere apparentemente inconciliabile delle visioni adottate rispettivamente da Israele e da coloro che vi si oppongono (siano essi palestinesi, arabi, o turchi): a una mentalità israeliana (in questo caso del tutto assimilabile a quella occidentale) che è pronta ad uccidere per “autodifesa”, e per scongiurare “minacce” potenziali (si pensi alla logica che sottende la guerra al terrorismo e le guerre “preventive” come quelle in Iraq e in Afghanistan), si contrappone una mentalità palestinese, araba, o islamica, che è pronta a farsi uccidere prima ancora che ad uccidere, per difendere una causa che ritiene giusta (in questo caso la lotta per la liberazione del popolo palestinese).

Questa disponibilità a sacrificare la propria vita è ciò che Israele definisce invariabilmente come estremismo, che a sua volta diventa immediatamente sinonimo di terrorismo (una logica che l’Occidente applica in maniera pressoché identica in Afghanistan).

In questo modo, sfugge l’enorme differenza che vi è tra un attacco suicida, magari contro obiettivi civili, e la protesta (in alcuni casi anche violenta) di civili i quali sono disposti a mettere a repentaglio la propria vita per difendere quelli che ritengono essere i loro diritti calpestati, cosa che nel mondo arabo (e – bisognerebbe aggiungere – ovunque) viene fatta rientrare nel concetto di “resistenza”.

Per comprendere perché dei civili possano arrivare a mettere a rischio la propria vita bisogna risalire alle motivazioni che li spingono.

In questo caso la ragione primaria è la brutalità dell’assedio di Gaza. Per cogliere la portata di questo assedio – che in Israele si tende a minimizzare – non è sufficiente ricordare le limitazioni che vengono imposte all’ingresso di generi alimentari e di forniture mediche. Non basta ricordare che a Gaza è proibita l’importazione di cemento e di qualsiasi altro materiale da costruzione. Tre anni di assedio hanno ridotto completamente al collasso l’economia di Gaza, come conferma un rapporto dell’organizzazione israeliana B’tselem apparso proprio in questi giorni.

Il 95% delle fabbriche ha dovuto chiudere. Gaza non solo non può importare nulla, ma non può neanche esportare. Il 98% degli abitanti non può usufruire dell’elettricità per 8-10 ore al giorno. Gli impianti di desalinizzazione e di depurazione non funzionano a causa della mancanza di elettricità e di pezzi di ricambio.

Il 93% delle risorse idriche della Striscia di Gaza sono inquinate. I contadini i cui terreni sono vicino al confine con Israele non possono coltivare la loro terra perché l’accesso alle aree vicino al confine è proibito. Chi infrange questi divieti rischia di essere ucciso. I pescatori non possono pescare poiché viene loro proibito di allontanarsi dalla costa per più di tre miglia nautiche.

I gazesi non possono lasciare la Striscia. Non possono andare a trovare i loro parenti in Cisgiordania. In base a una recente ordinanza, ogni palestinese nato a Gaza – o i cui documenti sono stati emessi a Gaza – che venga trovato in Cisgiordania viene dichiarato “infiltrato”, e come tale può essere deportato.

Non è sufficiente far entrare degli aiuti umanitari a Gaza per affermare che non vi è alcuna crisi umanitaria nella Striscia (come spesso si sente dire in Israele). E’ la distruzione della civiltà di un popolo, la sua riduzione in uno stato di completa dipendenza, che non è moralmente accettabile, e che risulta insopportabile agli occhi dei palestinesi, degli arabi, dei musulmani, e di tutto il mondo civile che è a conoscenza di questa realtà.

Ed è ormai risaputo che l’assedio non ha indebolito Hamas, anzi lo ha rafforzato. Così come è risaputo (o almeno dovrebbe esserlo) che la spaccatura tra Fatah e Hamas, e la presa di Gaza da parte di quest’ultimo, è stata provocata con il contributo determinante dell’amministrazione Bush, dopo che Israele e l’intero Occidente avevano rifiutato l’esito delle elezioni democratiche svoltesi in Palestina nel 2006.

Per comprendere il senso di umiliazione, di oppressione e di disperazione che vivono molti palestinesi, arabi, e musulmani, la specificità del caso di Gaza va poi inserita nel contesto più generale della questione palestinese, e della situazione mediorientale. Alla speranza mai concretizzatasi di uno stato palestinese bisogna aggiungere le tragedie e le tensioni regionali di quest’ultimo decennio: dalla guerra in Afghanistan all’invasione americana dell’Iraq, dalla guerra israeliana in Libano nel 2006 a quella nella Striscia di Gaza tra il 2008 e il 2009, dalle torture di Guantanamo e Abu Ghraib alla crescente islamofobia in Europa e in America.

Si potrebbe poi ricordare la storia mediorientale del XX secolo, che a sua volta si innesta sull’eredità del colonialismo occidentale. A ciò si aggiunga che, alla fine dell’era coloniale, gli arabi e i musulmani si sono venuti spesso a trovare sotto regimi dispotici e dittatoriali, non di rado sostenuti dalle potenze occidentali, ed ancora una volta hanno visto calpestati i loro diritti e le loro libertà.

“Non confidiamo nei regimi arabi , confidiamo solo in Dio, in noi stessi, e nei popoli arabi ed islamici”, ha dichiarato un religioso libanese che manifestava il suo sostegno alla Flottiglia della Libertà.

Di fronte al carattere repressivo della maggior parte dei regimi che li governano, ed all’impotenza (o alla complicità) di tali regimi davanti alle guerre promosse dall’Occidente, i popoli arabi e musulmani ricorrono a forme di resistenza e di protesta che nascono dal basso, che vengono a volte incarnate da attori non-statuali (come Hamas e Hezbollah), e per le quali l’Islam diviene spesso l’unico collante.

A questo mare di malcontento che, come abbiamo detto, trae origine dalla storia degli ultimi anni e degli ultimi due secoli, e che si coagula intorno alla questione palestinese vista come simbolo per eccellenza dell’oppressione straniera contro gli arabi e i musulmani, si contrappone il tragico senso di isolamento che vive Israele, la quale si sente circondata da una marea ostile, ma non sembra saper cogliere il nesso tra questa ostilità e la propria occupazione dei territori palestinesi.

Queste due percezioni contrapposte – quella araba e musulmana, e quella israeliana – che sembrano caratterizzate da una totale incomunicabilità, si sono riprodotte esattamente in questi termini nel recente episodio della flottiglia di Gaza.

L’inasprirsi della crisi palestinese si inserisce purtroppo in un contesto regionale ed internazionale dominato dall’incertezza, dove altre questioni, come quella iraniana, stanno creando un quadro di instabilità che appare sempre più interconnesso. Sullo sfondo, emerge la crisi generalizzata dei regimi arabi.

Le nuove sanzioni imposte all’Iran e la crisi nei rapporti fra la Turchia ed Israele rischiano di avere ripercussioni anche in futuro sulla questione palestinese, in cui sia Ankara che Teheran (seppure per ragioni diverse) ormai giocano un ruolo.

Il dato allo stesso tempo triste e allarmante è che ogni tentativo di dialogo o di negoziato sembra ormai un ricordo lontano, e che negli ultimi tempi stiamo assistendo ad un’escalation di episodi che non fanno altro che inasprire le contrapposizioni, mentre invece sarebbe urgente individuare o riaprire un canale di dialogo, almeno con quella parte della società israeliana che, seppure a volte confusamente, si rende conto che Israele può avere un futuro solo integrandosi nella regione che la circonda, e non certo contrapponendosi eternamente ad essa.

Israele avrà un futuro solo se lo avrà anche il popolo palestinese, poiché questi due popoli condividono la stessa terra, ed i loro destini sono inscindibilmente legati l’uno all’altro.

Medarabnews

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