Il premier Silvio Berlusconi

Nel pomeriggio di ieri si è tenuto a Palazzo Grazioli il vertice del Pdl, nel corso del quale il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non ha escluso l’ipotesi di slittamento dei tempi parlamentari del ddl intercettazioni. Secondo quanto riferito da alcuni partecipanti all’incontro, il premier avrebbe infatti ipotizzato un cambiamento di strategia e all’interno della maggioranza si considerano possibili modifiche ai punti più controversi del provvedimento. Proprio ieri il leader della Lega Umberto Bossi aveva prospettato l’eventualità di apportare cambiamenti, dichiarando che eventuali emendamenti non verranno “buttati nel cestino”. A questo punto la situazione potrebbe prendere due diverse strade: potrebbero essere inserite le modifiche chieste insistentemente dai finiani -che riguardano essenzialmente tempi e modalità delle intercettazioni e la possibilità di intercettare i ‘reati satelliti’, come l’usura, come se fossero reati di mafia- e si potrebbe così procedere all’esame in aula del provvedimento in tempi brevi oppure l’intero esame del testo potrebbe slittare a settembre. Probabilmente l’epilogo della vicenda sarà più chiaro domani, quando il presidente della commissione Giustizia della Camera Giulia Bongiorno leggerà la sua realzione sul ddl.
Ad ogni modo, l’improvvisa inversione di rotta del Cavaliere è un vero e proprio colpo di scena, anche perché solo nella mattinata di ieri, nel corso dell’assemblea di Confcommercio, il premier aveva mostrato un atteggiamento molto diverso. “In Italia siamo tutti spiati -ha dichiarato ieri Berlusconi- Ci sono circa 150mila telefoni sotto controllo, il che significa che circa 7 milioni e mezzo di persone possono essere ascoltate. Questa non è vera democrazia. Non c’è tutela della libertà di parola. Inoltre c’è una piccola lobby di magistrati e giornalisti che è ostile al ddl del governo. Noi abbiamo preparato in 4 mesi il provvedimento poi è stato 11 mesi alla Cmera, 12 mesi al Senato  e ora alla Camera si parla di metterlo in calendario a settembre. Dopo bisognerà vedere se il capo dello Stato lo firmerà e poi, quando uscirà, ai pm di sinistra non piacerà e si appelleranno alla Corte Costituzionale che, secondo quando mi dicono, la boccerà”.
Dichiarazioni, queste, che innescano la reazione dell’opposizione e una guerra di numeri con l’Associazione nazionale magistrati. “Siamo in presenza di affermazioni scomposte e propositi pericolosi -ha infatti puntualizzato il segretario del Pd Pierluigi Bersani– Mi fa impressione la strana contabilizzazione delle intercettazioni che ha fatto Berlusconi, fino a dare l’idea che noi saremmo in una sorta di Grande Fratello, in uno stato di polizia. Questo terrorismo ad personam non va bene, perché non si può prendere a pretesto il problema per mettere dei limiti alle investigazioni e alla libertà di informazione. Questo è terrorismo e lascia il tempo che trova”. E Luca Palamara, presidente dell’Anm, ha smentito le cifre citate dal premier, precisando che lo scorso anno le utenze telefoniche sono state 119.553, le cimici piazzate in ambienti pubblici e privati 11.119 e le altre tipologie di bersaglio sono state 1.712, per un totale di 132.384 intercettazioni ad un costo approssimativo di 2727 milioni di euro, somma di poco superiore alla media di spesa degli anni 2003-2009. Inoltre il vicepresidente Gioacchino Natoli ha sottolineato che “le spese per queste azioni vengono anticipate dallo stato, ma in caso di condanna vengono recuperate a carico del condannati”. L’Anm poi ribadisce che l’approvazione della riforma avrebbe “conseguenze gravissime” sulla lotta al crimine: il provvedimento impedirebbe infatti intercettazioni ambientali in luoghi come i bagni delle scuole, dove “tale strumento investigativo ha spesso consentito di individuare gli autori di reati di pedofilia”. Inoltre, conclude l’Associazione, se al momento dell’omicidio D’Antona fosse stata in vigore questa legge gli autori del delitto non sarebbero stati individuati.

Tatiana Della Carità