Padania e Lega Nord, inconsistenza della secessione e danni del federalismo fiscale

Molte espressioni odierne, parole e slogan, formule linguistiche e modalità comunicative derivanti dal gergo più o meno popolare, sono il risultato del processo storico che attraversiamo. Giovanni Gentile, il filosofo siciliano del fascismo, avrebbe definito questo attuale momento una vera e propria decadenza o, meglio, il tramonto della cultura nazionale. Forse pensando a un’ Europa più grande dei confini nazionali e vedendo l’ Italia come una realtà nella quale, senza i grandi rappresentanti della cultura di un tempo, questa perdeva senso, privando il futuro di ogni prospettiva “regionalistica”. Esattamente come nel 1919 veniva a cadere, a suo giudizio, la cultura siciliana, dopo la morte dei grandi fautori che l’ avevano portata in auge: Salvatore Salomone Marino, Giuseppe Pitrè e Gioacchino di Marzo.

Nel contrasto tra unità nazionale e frammentazione locale risiede certamente uno dei fattori dello scontro al quale assistiamo tra i cosiddetti finiani e i berlusconiani asserviti ai ricatti della Lega Nord. In una Italia così congegnata non c’è chi non veda la provvisorietà dell’ impianto dello Stato e persino delle riforme che dovrebbero renderlo moderno. Su questo presupposto il federalismo fiscale porterebbe il Mezzogiorno allo sfascio finale, consegnandolo in mano alle mafie, ai don Calò Vizzini di turno a suo tempo investiti della legittimazione istituzionale. Gli effetti di tale investitura nel corso di oltre sessant’ anni si conoscono bene e purtroppo ne piangiamo ancora le conseguenze.

La cosa peggiore e assurda è che gli italiani oggi sono costretti a fare i conti con nuove formulazioni prive di radici storiche in grado di giustificarle. E questo è uno degli aspetti dello sfascio.

La Padania è l’ aberrazione più vistosa e divulgata fino all’ ovvietà. Ma questa identità non esiste, se non come provocazione eversiva, per il semplice fatto che non è contemplata in nessuna parte della Costituzione italiana e in nessuna norma che ne preveda la nascita e la reale consistenza geografica e normativa. Ciò nonostante tutti hanno fatto coro alla sua anomala insorgenza, fino ad accettarne la nozione, opposizione compresa.

Il presidente della Camera dei deputati, Fianfranco Fini, col suo fiuto raffinato di vecchio segugio della politica, ha definito il federalismo o il secessionismo padano come una disquisizione filosofica. E tale mi appare nonostante mi separino alcuni anni luce da questo allievo di Almirante da qualche anno votato alla filantropia.

Il federalismo è come un treno con diverse carrozze. Molte di seconda classe, e alcune di prima classe. Tutte trascinate da una locomotiva a carbone, quale può essere considerato il Carroccio, con i suoi comandanti corazzati: da Bossi in giù. Ma si tratta di un concetto politico ambiguo; di una idea costosissima che ha messo assieme in nome del governo, e di alcuni forti interessi localistici, cani e porci.

Giuseppe Casarrubea