Governo in crisi: Lega contro Casini, Berlusconi contro Bossi: “Ci si mette pure lui”

La tela con l’ Udc che si lacera e il Cavaliere che perde la pazienza. È furente per lo strappo di Bossi, Silvio Berlusconi. Ci aveva lavorato con pazienza per settimane, la diplomazia di Gianni Letta, la mediazione della Curia romana. “Ma se ne riparlerà a ottobre, quanto si aprirà la partita sulla Finanziaria 2011 – si è confidato il premier Berlusconi con chi lo ha sentito a fine giornata, nella pausa week end lontano da Roma -. Umberto proverò a convincerlo io, certo questa poteva risparmiarmela, proprio in questa fase. Ci si mette pure lui. Non capisce che se si arriva alla rottura con Fini, quei voti di Pier conteranno, eccome?”.

La trattativa, per il momento, si chiude qui. Azzoppata dalla mannaia leghista e dall’intransigenza del leader Udc. Ruggine che si aggiunge ad altra ruggine, nei rapporti tra Pdl e gli alleati del Carroccio, dopo l’imbarazzo creato appena due settimane fa dal caso Brancher, il ministro sponsorizzato proprio dalla Lega e poi costretto alle dimissioni, causa incombenze giudiziarie. Rapporti che si fanno tanto tesi tanto da convincere Berlusconi che forse sarà il caso di chiarire la faccenda con Bossi già oggi, al telefono.

Quel che il Senatur non confesserà al presidente del Consiglio però è il timore di fondo che ha indotto prima Maroni e poi lo stesso leader leghista a intervenire per uccidere sul nascere la trattativa con l’Udc. Il fatto è che l’eventuale rientro dei centristi entro il perimetro della maggioranza – raccontano i dirigenti del Carroccio – non sarebbe indolore. Intanto, perché Casini porrebbe sul piatto della bilancia, fin da subito, un ridimensionamento del potere del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Magari rivendicando un congelamento della riforma federalista. Bossi ricorda bene quel che accadde lo scorso 25 marzo alla Camera, quando in occasione del voto sul federalismo fiscale il Pd si è astenuto, l’Idv ha votato addirittura a favore, mentre Casini e i suoi hanno bocciato (unici con Rutelli) il ddl che sta più a cuore alla Lega. Ma dietro l’angolo dell’agganciamento dei centristi, il Carroccio teme pure le incognite nella corsa alla successione. Perché con “Pier” dentro, è evidente che assieme a Tremonti anche il leader Udc finirebbe nel bussolotto dei “papabili” del dopo-Berlusconi.

Il premier è più concreto e interessato all’oggi. E lo stop alla trattativa lascia l’amaro in bocca a lui e a tutto l’entourage che sogna ormai lo “smarcamento” da Fini. “Ma quale voto anticipato, come minaccia Maroni! La politica non si fa con gli altolà! La maggioranza trarrebbe solo giovamento da un supporto” protesta Osvaldo Napoli. Per adesso quel supporto centrista non ci sarà, riconosce con un pizzico di rassegnazione un ministro che con gli ex diccì ha una certa dimestichezza, come Gianfranco Rotondi: “Non resta che andare avanti con le forze in campo fino alla fine della legislatura. È destino che nella seconda repubblica non ci debbano esser due legislature consecutive con la stessa maggioranza, a Berlusconi toccherà sfatare anche questo tabù”.

D’altro canto, nelle ultime ore anche dentro l’Udc il fronte ultra-cattolico inizia a rumoreggiare contro l’ingresso al governo. “Continuiamo a fare opposizione” intimano Carra e Pezzotta. “La situazione è drammatica ma avevamo detto che la via d’uscita era solo un governo di unità nazionale” ricorda Paola Binetti. E stando così le cose, chiosa Roberto Rao, braccio destro di Casini, “i rimpasti non ci riguardano, ognuno va per la propria strada”.

Sulla scrivania del premier resta una pila di dossier. E si riapre quello sul coordinatore Denis Verdini, coinvolto anche nelle indagini sulla “nuova P2”. I finiani, dopo la battaglia vinta su Brancher, lo attendono al varco anche qui. Non cita il coordinatore, ma Italo Bocchino si riferisce anche a lui quando sostiene che il premier dovrà promuovere “una verifica interna perché è evidente che gli uomini che ha messo alla guida del partito stanno tradendo il mandato ricevuto”. Ma dopo il forfait del ministro dei 17 giorni, Berlusconi fa sapere che non offrirà ancora una volta il fianco agli avversari.

Per non dire delle manovre più o meno alla luce del sole dei “pupilli” Gelmini, Frattini, Prestigiacomo e Carfagna. Nonostante gli strali del premier contro il correntismo rampante, le tre ministre hanno tenuto ieri a Siracusa la kermesse della loro fondazione “Liberamente”. Il presidente del Consiglio ha snobbato l’iniziativa, nessuna telefonata. Piuttosto, ha inviato il suo messaggio audio con affondo sulla libertà di stampa ai “Promotori della libertà” della Brambilla, avversaria giurata dei quattro. Chiaro l’intento – sostiene un ministro ex forzista – di oscurare chi è troppo impegnato a ragionare del dopo-Berlusconi.

Repubblica.it