Aids sempre più diffuso nei paesi dell’ex Unione Sovietica, soprattutto in Russia e Ucraina

C’è una sola regione al mondo dove l’epidemia di Aids è in rapido aumento: la regione occupata dai paesi erede dell’Unione Sovietica, in particolare Russia e Ucraina. Nel complesso nei due paesi vivono almeno 1,5 milioni di persone contagiate dal virus Hiv: più del doppio di quanti ne vivano nel resto dell’Europa. Si tratta di una diffusione recente e rapida. Negli ultimi dieci anni le persone contagiate sono aumentate del 66%, un incremento relativo superiore a quello di ogni altra area al mondo, Africa sub-sahariana compresa. E sì che quando l’Unione Sovietica si è dissolta, nel 1991, il numero di persone contagiate in tutte la federazione non superava le mille unità. Per lo più si trattava di bambini che avevano ricevuto il virus dalla madre o che erano stati contagiati in ospedale.

L’Aids non è un problema nostro, sostenevano nell’ex paese comunista. Alla fine degli anni ’80 in Ucraina i nuovi contagi da Hiv non superavano gli 80 casi in dodici mesi. E ancora nel 1995 in tutta la Russia il numero registrato di persone contagiate dal virus Hiv non superava le 1.062 unità. Poi, all’improvviso, la rapida esplosione dell’epidemia. Perché? E, soprattutto, come arrestarla? Sono queste le domande che, insieme ad altre, si porranno molti tra i 20.000 ricercatori che parteciperanno alla diciottesima Conferenza Internazionale sull’Aids che si terrà a Vienna tra il 18 e il 23 luglio prossimi. La risposta a queste domande è urgente per la Russia dove ormai l’1,1% della popolazione maschile è contagiata e per l’Ucraina, dove la percentuale sale all’1,3%.

Ma è importante anche per noi. Per motivi di solidarietà. Ma anche per motivi più egoistici: perché la vicenda ci insegna che nessuno, mai, deve abbassare la guardia. Quali sono, dunque, le cause della crescita dell’Aids in Russia e Ucraina. Gli esperti ascoltati dalla rivista americana Science hanno pochi dubbi. La gran parte dei contagiati sono IDUs, ovvero persone – per lo più giovani – che si drogano e si scambiano le siringhe senza cambiare l’ago. Inoltre il rischio di contagio è alto tra gli omosessuali maschi che fanno sesso senza precauzione. Già, ma perché con queste modalità il contagio si diffonde soprattutto in Russia e in Ucraina (ma anche in altre repubbliche ex sovietiche, sebbene i numeri assoluti siano inferiori)? Per un motivo molto semplice. Perché c’è una scarsa cultura della prevenzione.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica si sono imposti rapidamente modelli di vita occidentali – come l’uso della droga – mentre si è eroso il sistema di welfare sanitario. Senza più controllo e senza più prevenzione, il rischio è rapidamente aumentato. Che questo sia il tema principale lo dimostra il fatto che solo il 22% delle persone con l’Aids accede alle terapie che curano i sintomi dell’Aids, una percentuale che è quasi la metà di quella registrata nell’Africa sub-sahariana. Ma se nel continente nero uno dei problemi resta quello della disponibilità dei farmaci, in Russia e Ucraina i farmaci sono disponibili e il problema è di portare gli ammalati a usarli. Anche per quanto riguarda gli omosessuali il principale fattore di rischio è culturale.

L’omosessualità in Russia e Ucraina viene vissuta come una scelta commendevole e i gay sono costretti a vivere quasi in una condizione di semiclandestinità. Ragion per cui hanno minori possibilità di accedere sia ai sistemi di prevenzione che di cura. La situazione sta cambiando. Per esempio oggi in Ucraina è possibile per chi si droga accedere al metadone distribuito dal sistema sanitario. Ma il cambiamento è troppo lento, rispetto alla diffusione del virus. Così gli esperti temono che in futuro la diffusione del contagio possa uscire dagli ambiti dei gruppi a rischio e porre a rischio l’intera popolazione.

La vicenda suona, dunque, come un ammonimento anche al resto del mondo. Guai a trascurare la prevenzione e guai, anche, alla discriminazione omofoba. La battaglia contro l’Aids non è stata vinta e anche il sconfinamento del virus è solo momentaneo. Basta abbassare un po’ la guardia e l’epidemia può esplodere di nuovo. Anche da noi, in Europa. Dove la frenesia dei tagli al sistema sanitario pubblico e l’intollerenza diretta verso tutto ciò che sembra diverso potrebbero trasformarsi in un cocktail micidiale anche da un punto di vista medico, oltre che culturale e sociale.

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