Dossier Somalia, integralismo islamico e silenzio dell’ Occidente

Sheikh Sharif Sheikh Ahmed

Quasi cinquanta i morti e un centinaio i feriti dall’inizio del mese: è l’ultimo grave bilancio del conflitto che da circa vent’anni dilania la Somalia. Le milizie fedeli al Governo Federale di Transizione, sostenute dalla missione dell’Unione africana Amisom, e il movimento islamista radicale Harakat al-Shabaab al-Mujahideen continuano a contendersi il territorio della capitale, Mogadiscio. Il presidente Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, che è alla guida delle Istituzioni federali di transizione dal gennaio 2009, sembra ormai completamente dipendente dalle forze di sicurezza dell’Unione africana, dislocate nei punti nevralgici della capitale, ma che la guerriglia islamista tiene continuamente sotto attacco.

Sotto scacco

La situazione è profondamente degenerata dagli ultimi accordi di Gibuti del giugno 2008, che avevano portato a una ristrutturazione delle istituzioni transitorie. La crisi sembra essersi ormai cristallizzata su diversi livelli, e lo scenario interno riflette anche le difficoltà della comunità internazionale di far fronte ad un conflitto che dura da troppo tempo.

In questo momento sono almeno tre gli attori che si contendono i territori somali del centro-sud. A parte le Istituzioni federali di transizione, asserragliate in alcuni quartieri della capitale, il gruppo di opposizione più importante è rappresentato dalle milizie radicali di al-Shabaab, che controlla ormai circa l’ottanta percento della Somalia meridionale. Negli ultimi tempi gli Shabaab hanno concentrato la loro forza di fuoco nella capitale. Alleata nel jihad contro le forze dell’Amisom e del governo vi è poi un’altra formazione armata, conosciuta come Hizbul Islam (“partito islamico”). Gli Shabaab hanno avviato una sorta di “epurazione” dell’opposizione, con il chiaro intento di prenderne il controllo totale. Gli scontri di questo mese infatti hanno contrapposto in molti casi le milizie di Hizbul Islam agli Shabaab, che sembrano aver avuto la meglio. L’opposizione alle istituzioni transitorie si è dunque ridotta ai soli giovani mujahideen, e il partito Islamico è quasi sparito dalla geografia del conflitto.

Nell’ultimo mese si sono registrate diverse novità sul fronte governativo. Alcuni ministri hanno dovuto dimettersi dal governo guidato dal primo ministro Omar Abdirashid Sharmarke per scandali di varia natura.. Le lacerazioni interne al governo hanno reso inevitabile un rimpasto. Sono stati così inclusi nell’esecutivo alcuni membri del gruppo islamista moderato Ahlu Sunna Wal Jama’a, con cui proprio il governo federale di transizione aveva firmato un accordo di power-sharing lo scorso febbraio ad Addis Abeba, presso la sede dell’Unione africana.

Latitanza della comunità internazionale

La comunità internazionale ha dovuto affrontare nell’ultimo periodo diverse difficoltà. Il discutibile ruolo giocato dall’ufficio dell’Onu per la Somalia (Unpos), e in particolare dal rappresentante speciale Ahmedou Ould-Abdallah, ha finito per aggravare la situazione. Alla vigilia della conferenza internazionale per la sicurezza e la ricostruzione di Istanbul del maggio scorso il rappresentante speciale aveva avallato la decisione del presidente, poi rivelatasi incostituzionale, di rimuovere il primo ministro. Tutto ciò ha contribuito a mettere seriamente a rischio il ruolo dell’ Onu. Prendendo atto del clima di sfiducia che lo circondava, Ould-Abdallah ha ritirato la sua candidatura per un nuovo mandato, che è stato affidato al tanzaniano Augustine Mahiga.

Sul fronte europeo ci si muove ancora timidamente. Nonostante il sostegno alle forze di sicurezza governative, attraverso il programma di training militare EU Somalia Training Mission (Eutm), Bruxelles non riesce ancora a parlare con una sola voce, anche perché gli interessi degli stati membri non coincidono. Che l’Unione europea stenti a trovare una linea comune sulla questione somala lo dimostra anche il basso profilo che ha fin qui mantenuto l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue Catherine Ashton. Più chiare appaiono le priorità degli Stati Uniti che non sono cambiate molto rispetto a quella della precedente amministrazione: lotta al terrorismo internazionale e contrasto alla pirateria. Stando al Segretario di stato per gli affari africani Johnnie Carson, la strategia antiterrorismo continua a incentrarsi sulle “hitting and getting out operations”, ovvero su operazioni mirate contro i feudi di al-Shabaab, che gli Usa considerano il braccio operativo di al-Qaida in Somalia. Tale strategia però, adottata in parte anche in Afghanistan, rischia di compromettere il rapporto con i civili, il cui sostegno resta cruciale per il successo degli sforzi di stabilizzazione.


Dimensione regionale

Negli ultimi tempi hanno perso peso gli attori regionali. Il ritiro definitivo del contingente etiopico nel gennaio 2009 e le sanzioni contro il governo eritreo approvate dal Consiglio di sicurezza dell’Onu con la risoluzione 1907 del 23 dicembre scorso hanno di fatto ridimensionato l’influenza dell’Etiopia e dell’Eritrea.

Un nodo da dipanare riguarda il futuro della missione dell’Unione africana Amisom, il cui compito, in base al mandato conferitole dall’Onu, è di sostenere al processo di pace. Il problema è che l’Amisom viene percepita dall’opposizione come una parte in conflitto schierata a protezione delle Istituzioni federali di transizione, il che la espone a continui attacchi da parte delle guerriglia islamista.. La gravità della situazione ha spinto l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Inter-Governmental Authority on Development, Igad), , che promuove la cooperazione economica e politica tra i paesi del Corno d’Africa ad organizzare all’inizio del mese un incontro straordinario ad Addis Abeba. Dall’incontro è emersa la richiesta di rivedere i termini della missione. Il numero dei caschi verdi dell’Amisom dovrebbe in futuro aumentare di almeno duemila unità, che si andrebbero ad aggiungere alle circa seimila già presenti a Mogadiscio. Forti preoccupazioni sono state espresse dall’Uganda, che fornisce oggi il maggior numero di soldati. Al momento del dispiegamento di Amisom circa tre anni fa, diversi paesi africani, tra cui Nigeria e Ghana, avevano dato la disponibilità ad inviare truppe. Promesse che sono state però disattese anche a causa della situazione di precarietà politica e insicurezza. Così, a sostenere il peso della missione sono rimaste solo Uganda e Burundi.

La difficile situazione politica e il rischio che le autorità transitorie di governo perdano il controllo anche della capitale richiederebbero invece un maggior impegno da parte di tutti gli attori in campo. Ma il quadro regionale rimane a sua volta instabile e frammentato e a livello internazionale è diffuso un sentimento di disillusione, che potrebbe portare a un ulteriore disimpegno. L’Ue da sola non può fare molto, ma ha un ruolo importante da svolgere su almeno tre versanti: sul piano operativo con la missione di addestramento; attraverso i suoi legami con l’Unione africana; e stimolando il coinvolgimento degli altri attori internazionali.

Matteo Guglielmo – AffarInternazionali