Afghanistan, bombardamento Usa all’ uranio dove operano gli alpini italiani

L’ inizio di luglio è stato particolarmente caldo per gli alpini impegnati in Afghanistan. Ancora una volta la battaglia è divampata intorno alla base di Bala Murghab, la fortezza da cui la Nato controlla la frontiera con il Turkmenistan, strategica per il traffico di oppio e i rifornimenti dei talebani.

E ancora una volta gli scontri sono rimasti nel silenzio: nei comunicati dello Stato maggiore Difesa non c’è traccia. Invece i bollettini statunitensi permettono di capire l’ intensità dei combattimenti, fornendo un bilancio sintetico dei bombardamenti.

Negli ultimi mesi il Pentagono aveva ridotto al massimo i raid aerei per evitare di colpire la popolazione civile: ci sono intere giornate in cui gli stormi alleati non sganciano nemmeno una bomba. Invece il 2 e il 3 luglio nel distretto affidato al comando italiano c’è stato fuoco a volontà. Con l’ impiego – reso noto per la prima volta – dei proiettili ad uranio impoverito, sparati dai caccia A10 Avenger americani: si tratta delle munizioni al centro di una lunghissima discussione sui danni trasmessi alle truppe, più volte indicati come responsabili delle leucemie e dei tumori dei reduci, senza tuttavia arrivare a una certezza scientifica.

In base alle comunicazioni dell’ Us Air Force Central Comand all’inizio le squadriglie si sono limitate a proteggere le colonne di soldati, passando con i motori a tutta potenza e facendo piovere bengala luminosi per intimidire i talebani. Un’ attività a cui sembra di capire avrebbero partecipato anche i caccia Amx dell’Aeronautica stanziati sulla pista di Herat: jet che non possono usare bombe e hanno solo compiti di ricognizione. Infatti quando sono cominciati i combattimenti sono entrati in scena gli stormi americani. All’ inizio i terribili A-10 Thunderbolt – che più spesso vengono chiamati Avenger ossia Vendicatori – con un cannone a tiro rapido che spara proiettili a uranio impoverito. I “vendicatori” hanno seminato raffiche devastanti sulle postazioni degli “insorti”.

Poi sono arrivati i B1 Lancer, i più grandi bombardieri statunitensi, che hanno sganciato “multiple precision guided munitions”: una serie di bombe di precisione, con più attacchi contro i rifugi dove si erano appostati i talebani. Il risultato delle incursioni – recita il bollettino dell’Us Air Force – è stato “un successo” e avrebbe messo a tacere la resistenza.

Ma l’indomani la battaglia è ricominciata. Sabato 3 luglio, mentre gli italiani affollavano le spiagge per il weekend di afa, nei monti desertici di Bala Murghab alpini, marines e fanti afghani riprendevano a sparare.

In cielo sono comparsi gli F16 Fighting Falcon americani. La loro presenza all’inizio ha intimidito i talebani, che avevano già subito un giorno di bombardamenti. Poi gli scontri sono aumentati, con contrattacchi dei miliziani. I caccia americani prima hanno fatto fuoco con i cannoni di bordo, scagliando raffiche da venti millimetri. Quindi sono passati alle bombe: anche in questo caso “multiple”, sintesi burocratica che in genere indica numerosi ordigni fatti cadere sugli appostamenti segnalati dalle truppe a terra. Anche in questo caso, i raid sono stati “un successo”. E a Bala Murghab – almeno stando ai comunicati Usa – è tornata la calma nella “missione di pace” italiana.

L’ Espresso