Cina, lotta contro la corruzione tra le priorità del governo

Il governo centrale le sta tentando tutte per porre un freno a quello che in Cina sembra essere uno degli elementi più destabilizzanti per la costruzione di una “società armoniosa”: la corruzione dei quadri. È di oggi la notizia, pubblicata dall’agenzia di stato Xinhua e ripresa da China Daily, dell’approvazione di una nuova regolamentazione riguardante i casi di corruzione governativi. Le nuove norme, approvate dall’Ufficio Generale del Consiglio di Stato e dall’Ufficio Generale del Comitato Centrale del Partito Comunista cinese, sono entrate in vigore già dalla scorsa domenica e hanno dato il via ad un acceso dibattito “virtuale” al quale hanno preso parte migliaia di cittadini cinesi su Sohu.com e su Sina.com.cn, due dei maggiori portali del paese. La corruzione dilagante – non solo sotto forma di pagamenti in denaro ma anche di cessioni di beni immobiliari, titoli e azioni – è divenuta una delle principali cause di malcontento nei confronti del Partito, sempre più spesso visto dai cittadini come una gigantesca macchina mangia-soldi. Il governo centrale sta quindi tentando di arginare il problema ponendo restrizioni sempre più severe.

Il nuovo sistema di regolamentazione prevede che i funzionari locali, a partire dal livello di contea, dichiarino annualmente i propri beni e quelli degli altri membri della famiglia nonché il proprio stato civile e concede inoltre agli organi locali di adottare la normativa estendendola anche ai funzionari al di sotto del livello di contea. In questo modo, il governo centrale cerca di scaricare le responsabilità alle periferie, nel tentativo di mantenere unita e compatta l’immagine del Partito a livello centrale. La nuova normativa prevede l’estensione della lista dei guadagni dichiarati allo stato e l’introduzione del licenziamento come pena massima nel caso di colpevolezza (fino a oggi, i funzionari giudicati colpevoli era semplicemente costretti – per i casi meno gravi – a fare pubblica ammenda). Sono sei i nuovi elementi aggiunti all’elenco promulgato nel 2006 dei beni dichiarabili, che arriva così a un totale di quattordici. Le aggiunte riguardano le entrate extra provenienti da conferenze, pitture e calligrafie, case di proprietà di coniugi e figli, azioni e investimenti di proprietà di tutta la famiglia. Insomma, un vero e proprio giro di vite sui funzionari pubblici che li obbliga a dichiarare il proprio stato civile nonché tutti i beni e le attività gestite dal proprio nucleo famigliare. Molti dei cittadini che lunedì hanno commentato la notizia su internet si sono dichiarati favorevoli all’introduzione di queste nuove misure. Tantissimi altri hanno però sottolineano come il governo dovrebbe spingersi oltre ed adottare regole ancora più severe. Con il nuovo sistema, il governo centrale spera di scoprire i “problemi universali” che affliggono il settore burocratico e lanciare una campagna volta a ristabilirne l’integrità. La corruzione è un fenomeno di antica data in Cina, ma soprattutto negli ultimi anni, con l’emergere del settore privato, ha assunto dimensioni preoccupanti. Un crescente numero di quadri e funzionari hanno iniziato a concedere favori, agevolazioni o appalti in cambio di “ricompense”. Solo il 7 luglio scorso è stato giustiziato Wen Qiang, ex direttore dell’Ufficio giudiziario della municipalità di Chongqing, condannato a morte con l’accusa di aver accettato tangenti in cambio di posti di lavoro e aiuti a privati e aziende per ottenere profitti illeciti. Ancora di questi giorni, i casi venuti alla luce all’interno dell’organico della China Southern Airlines e dell’aviazione civile e che ha portato all’arresto di diversi manager dell’azienda e di alcuni funzionari governativi.

Dario Fiorucci – Agi