L’aspetto fisico conta. I brutti discriminati fin da bambini

Chi non ricorda la favola del brutto anatroccolo? Al termine del racconto la morale è quella che l’importante sia essere belli dentro.

La bellezza interiore è un bene d’inestimabile valore forse anche più importante di quella esterna che tutti possono vedere.

“L’importante è essere belli dentro”, quante volte abbiamo sentito dire questa frase? Tra i perbenisti, è molto in voga.

Ma sarà poi così vero? Oppure è una frase inventata a consolazione per i brutti? Un pò come si fa per i bassi quando si dice: “nella botte piccola c’è il vino buono”, “si…ma ce n’è poco!” risponderebbe qualcun’altro con un pizzico di perfidia!

Insomma, “l’importante è essere belli dentro..” sembra una frase messa in giro proprio da qualche brutto, rinverdendo un pò i fasti dell’antico racconto de “la volpe e l’uva”.

“Io non arrivo all’uva? Chi se ne importa! Tanto sarà senz’altro acerba!” E così il brutto: “l’importante è essere belli dentro”!

Ora basta ripetere ancora questa frase, sta diventando un tormentone! Però abbiamo reso l’idea.

In realtà sappiamo benissimo che l’aspetto fisico conta e anche parecchio. Il problema è che ammetterlo è politicamente scorretto.

Ma da sempre chi è bello ha avuto la strada spianata. La bellezza è il primo biglietto da visita e questo non lo si può negare.

Ormai la nostra società è basata esclusivamente sull’apparire, sull’esteriorità più superficiale e la causa principale di questo messaggio sballato è la televisione.

Non c’è una pubblicità, un film, un programma di varietà che non esalti la bellezza in tutte le sue forme. Perchè una bella donna fa vendere il prodotto, alza l’audience.

Tutte le copertine sono dedicate ai calciatori e alle soubrette che ormai formano un’accoppiata vincente e sono la massima espressione moderna di bellezza e salute fisica.

Addirittura il binomio calciatore-velina è diventato l’esempio paradigmatico da seguire e da ammirare. Il sogno di milioni di teenagers.

Se il bello ha spesso le porte spalancate e ha vita facile praticamente a tutti i livelli, il brutto invece deve faticare le fatidiche “sette camicie” per avere le stesse chances. A volte pur mettendocela tutta non riesce comunque ad ottenere lo stesso trattamento riservato al bello.

Ebbene sì, la bruttezza, quindi, è da considerarsi un vero e proprio handicap. O almeno, questo è quanto ci arriva dal dipartimento di Sociologia dell’Università di Alberta, in Canada.

Un gruppo di ricercatori, infatti, ha deciso di affrontare il delicato e controverso problema alla radice. Il gruppo, diretto dal professor Andrew Harrell, ha studiato il comportamento delle madri con i figli piccoli in una serie di supermercati.

Vi domanderete cosa c’entra tutto questo con la bellezza o la bruttezza? Presto detto! La prova inconfutabile che viene da questa ricerca è davvero impietosa.

Pare che la ricerca fatta all’interno dei supermercati abbia stabilito che più il bambino è carino e più la madre gli presta attenzione, non perdendolo mai di vista e tenendolo quasi sempre per mano.

Ma se il piccolo è bruttino la madre diventerebbe molto più sbadata, non tenendolo per mano e arrivando persino a non allacciare l’apposita cintura di sicurezza del carrello.

Naturalmente una volta resi pubblici tali risultati, il professor Harrell ha ricevuto centinaia di e-mail di genitori indignati i quali, l’hanno invitato a vergognarsi per esser giunto ad una conclusione tanto cinica, definendo la ricerca offensiva e inutile.

Per il sociologo Jean-François Amadieu, docente alla Sorbona e direttore del laboratorio di ricerca sulle discriminazioni nel mondo del lavoro, le cose invece starebbero proprio così.

I belli hanno sempre vita facile, soprattutto nei colloqui di lavoro, dove nella stragrande maggioranza dei casi vengono preferiti ai brutti che invece soccombono non venendo assunti.

Nelle selezioni quelli belli vengono preferiti rispetto ai brutti, soprattutto nei lavori dove la “bella presenza” è tra i requisiti fondamentali.

Secondo Amadieu ci sono argomenti che gli anglosassoni affrontano con maggiore naturalezza e che invece nei Paesi latini si preferisce evitare.

Uno di questi è proprio quello della bruttezza e dell’aspetto fisico. Ciò è una forma di ipocrisia latente, di falso moralismo, un taboo difficile da spiegare.

Insomma, stando a questi studiosi, essere brutti può essere un difetto molto grave non solo per quanto riguarda le relazioni interpersonali ma anche nel mondo del lavoro.

Tutte le indagini e gli studi statistici hanno dimostrato, infatti, che la discriminazione nei confronti dei brutti comincia fin dalla prima infanzia.

Discriminazioni che il più delle volte perseguiteranno i malcapitati per tutta la loro vita, condizionandone l’intera esistenza e destabilizzando la loro personalità a scapito dell’autostima.

E’ vero che esiste la bellezza oggettiva, Brad Pitt è bello, punto, non si può certo dire il contrario! Però c’è anche il detto: “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”.

Molti brutti hanno fatto carriera, nel cinema, ad esempio: Danny De Vito, Gerard Depardieu. E che dire di alcuni politici nostrani: Brunetta, La Russa, Rosy Bindi?

Ma il caso emblematico è quello di Susan Boyle la vincitrice-morale del noto talent show inglese Britain’s Got Talent, diventata famosa in tutto il mondo perchè in possesso di una voce meravigliosa celata, però, dal suo aspetto goffo da vecchia zitella.

Tanti brutti, poi, sono sposati con donne bellissime e viceversa. Quindi spesso i brutti si sanno prendere delle belle soddisfazioni.

Fossilizzarsi sulla bellezza e non riuscire ad andare oltre, facendola diventare un valore assoluto, è purtoppo un triste segno dei nostri tempi.

Fabio Porretta