Yemen, il sud si conferma polveriera per presidente filo-americano Saleh

Il sud dello Yemen si conferma una polveriera per il presidente filo-Usa e amico dell’Arabia saudita, Abdallah Saleh. E’ di almeno cinque morti e 10 feriti il bilancio del duplice attacco lanciato da una ventina di uomini armati di mitragliatrici, bombe a mano e lanciarazzi a Zinjibar, capoluogo della provincia meridionale di Abyan, contro le caserme dei servizi di sicurezza. Per le autorità di Sanaa gli attacchi sarebbero stati compiuti da al Qaida che nel sud e nell’ovest dello Yemen ha le sue roccaforti.

Tuttavia la provincia di Abyan è anche uno dei centri principali della rivolta dei separatisti, che acquista forza e popolarità con il passare delle settimane. Aden, capoluogo del sud dello Yemen, era rimasta al buio la notte tra l’8 e il 9 luglio dopo un attacco lanciato contro la centrale elettrica, il terzo negli ultimi mesi ed uno dei tanti compiuti in altre città meridionali dai militanti per l’indipendenza dello Yemen meridionale. All’ inizio del mese sempre ad Aden, capitale un tempo della Repubblica socialista dello Yemen, si era conclusa nel sangue la manifestazione secessionista in occasione dell’anniversario della vittoria delle truppe dello Yemen del nord, guidate dal presidente Ali Abdullah Saleh, nella guerra con il governo del sud. La polizia aveva ucciso due sostenitori dell’ex presidente dello Yemen del Sud, Salem al-Baydh.

Lo Yemen, lo scorso 22 maggio, ha «celebrato» i venti anni dalla riunificazione tra Nord e Sud nel momento in cui il separatismo conquista consensi. Secondo l’analista arabo Abdul Azir Sajer, il separatismo è conseguenza della riunificazione riuscita solo in minima parte dopo il 1990 tra il Nord governato sin dal 1978 dal presidente Saleh e il sud che nei precedenti 23 anni era stato una repubblica socialista, con una delle costituzioni più avanzate nel mondo arabo, in particolare per i diritti riconosciuti alle donne. Ma incidono anche fattori economici, con il Sud che sente di essere discriminato rispetto al Nord, a partire dalla creazione di posti di lavoro.

Sino ad oggi il presidente Saleh, un alleato di ferro degli Stati Uniti nella lotta ad al Qaeda (e non solo), ha voluto e saputo usare solo la forza contro il movimento separatista meridionale ma i circoli yemeniti più illuminati, a differenza di Saleh, guardano allo sviluppo economico e sperano che il «Consiglio di Cooperazione del Golfo» (Ccg) – i sei Stati arabi che si affacciano sul Golfo – intervenga nel paese favorendo investimenti e sviluppo e, soprattutto, la creazione di posti di lavoro. E’ possibile peraltro che l’Arabia saudita – scesa in campo negli ultimi mesi con il suo esercito contro i ribelli «houtisti» – decida di investire nella povera economia yemenita per evitare che la frantumazione del suo turbolento vicino porti all’ instabilità alla sua frontiera meridionale.

Nena News