Fiume Nilo, alla ricerca di un accordo per spartire la risorsa idrica

Chiunque abbia sorvolato un largo fiume e guardato dall’alto le sue sinuosità lucenti e morbide, avrà riconosciuto il cliché del serpente come metafora.

Forse opportunamente nel caso del Nilo, il fiume più lungo del mondo, il serpente ha due teste. Una si trova nei territori montuosi dell’Etiopia, l’ altra vicino al lago Vittoria in Uganda. Ciascuna di esse assorbe avidamente acqua dai bacini di utenza circostanti per sostenere il proprio corpo mentre scivola attraverso le terre inaridite a valle. Quando il Nilo Azzurro e il Nilo Bianco si fondono nella capitale sudanese, Khartoum, la terra verde si è già trasformata in un deserto marrone, che si estende fino all’Egitto, dove la coda del fiume finalmente raggiunge il Mar Mediterraneo.

Da quelle parti, la durezza del clima fa sì che il Nilo non sia soltanto un grande fiume, ma anche un’ ancora di salvezza essenziale, che va protetta ad ogni costo – un fatto riconosciuto politicamente già nell’ultima parte del XIX secolo, quando l’ Egitto, il Sudan e la potenza coloniale che ne era responsabile, la Gran Bretagna, iniziarono a stendere accordi volti a negare il diritto delle nazioni a monte del fiume di usarne le acque o di erigere progetti su di esso. Quando i movimenti per la decolonizzazione coinvolsero tutto il continente africano nei primi anni ‘60, i 7 paesi colpiti negativamente da tali accordi – accanto a Uganda ed Etiopia, il Burundi, il Ruanda, la Repubblica Democratica del Congo, la Tanzania e il Kenya contribuiscono tutti al corso d’acqua – ripudiarono le intese coloniali. Tuttavia, visto che le loro popolazioni erano poco numerose, e date le loro abbondanti risorse idriche alternative, questi paesi non andarono oltre.

Cinquant’anni più tardi, per il Sudan, e soprattutto per l’Egitto, il quale ricava il 90% delle sue risorse idriche dal Nilo, l’importanza del fiume rimane fondamentale. Ma ora anche dai paesi a monte il fiume è riconosciuto come una risorsa cruciale, e ciò si deve in buona parte ai rapidi cambiamenti demografici. L’ Etiopia è già la seconda nazione più popolosa dell’ Africa, ma l’ alto tasso di natalità indica che la sua popolazione quasi raddoppierà entro il 2050, giungendo a 150 milioni di abitanti. La popolazione dell’ Uganda diventerà tre volte più numerosa nello stesso arco di tempo, giungendo a quasi 100 milioni.

Molti decenni di scarsi investimenti hanno portato ad una elevata domanda di elettricità in questi paesi, e il potente flusso del Nilo lo rende idoneo alla produzione di energia idroelettrica. Con più bocche da sfamare, le risorse di cibo diventeranno un problema sempre più critico per i governi – soprattutto ora che le precipitazioni stanno diventando sempre più imprevedibili – il che rende i progetti di irrigazione su larga scala attraenti per paesi come l’ Etiopia. I trattati dell’ epoca coloniale che teoricamente li vietano sono ormai visti negli uffici governativi di Addis Abeba e Kampala non solo come un affronto, ma anche come un pericoloso ostacolo allo sviluppo.

Per rispondere a queste preoccupazioni, i 7 paesi a monte insieme all’ Egitto e al Sudan hanno istituito l’ Iniziativa per il Bacino del Nilo (IBN) con lo scopo di cercare accordi più equi per la condivisione dell’ acqua e per contrastare le minacce ambientali che incombono sul fiume. Ma di fronte a una proposta di accordo finale avanzata all’ inizio dell’ anno, l’Egitto e il Sudan si sono rifiutati di firmare, sostenendo che i loro diritti dell’ epoca coloniale andavano tutelati. E così, per la prima volta nella storia della politica idrica del Nilo, le teste del serpente hanno mostrato le proprie zanne alla coda.

A maggio, Etiopia, Uganda, Tanzania, Kenya e Ruanda hanno firmato un accordo quadro per la cooperazione sul Nilo, e Burundi e Congo dovrebbero sottoscriverlo. Tale decisione ha colto di sorpresa l’ Egitto e il Sudan. Nella riunione IBN a fine giugno, il Sudan ha congelato la sua partecipazione all’iniziativa. Il ministro delle risorse idriche egiziano ha dichiarato che il nuovo accordo “non può esserci imposto” e ha accusato i paesi a monte di usare impropriamente “il nostro Nilo”.

In realtà queste posizioni diametralmente opposte non dovrebbero sorprendere, giacché riflettono una più ampia frattura fra i paesi sub-sahariani e i loro vicini nord-africani. I rapporti fra i paesi est-africani sono buoni, con il Mercato Comune Est-Africano, che consente la libera circolazione della manodopera, dei beni e dei capitali, pienamente operativo dal 1° luglio. Sebbene al di fuori del blocco economico, l’Etiopia mantiene discreti rapporti con l’Africa orientale, e sta cercando di rafforzare i suoi legami con il Kenya, attraverso la vendita di energia e il miglioramento del commercio e dei trasporti fra due paesi.

Diversamente, i legami del Sudan e dell’Egitto con i loro vicini non-arabi del sud sono relativamente deboli. L’ Egitto in particolare sembra essersi allontanato dall’ Africa sub-sahariana negli ultimi decenni, e ciò non farà che aumentare la mancanza di fiducia reciproca circa le intenzioni delle parti riguardo al fiume. Nel frattempo, il Sudan si confronta con la prospettiva di una secessione l’anno prossimo, con un referendum sull’indipendenza che potrebbe avere come conseguenza l’allineamento del Sudan meridionale con i vicini del sud piuttosto che con Khartoum.

In Egitto, dove qualsiasi discussione sul Nilo automaticamente diventa una questione politica, la reazione di fronte alla mossa dei paesi a monte volta a raggiungere un nuovo accordo è stata furiosa. Nell’Africa orientale, anche prima della spaccatura, le discussioni sono state meno accese. Tuttavia, parlando privatamente, funzionari governativi nei paesi dell’Africa orientale sono veramente furiosi di fronte al rifiuto del Sudan e dell’Egitto di firmare un nuovo accordo che, secondo loro, salvaguarderebbe i diritti dei due paesi ad accedere alla maggior parte, seppure non alla totalità, del flusso del fiume.

Tuttavia, malgrado tutta la retorica, la diplomazia sembra essere l’ unico modo per andare avanti, e le teste e la coda del serpente non hanno smesso di dialogare. Due settimane dopo che il Kenya ha firmato il nuovo accordo sul Nilo a maggio, il primo ministro Raila Odinga e alti responsabili delle risorse idriche si sono recati al Cairo per alcuni colloqui. Qualche settimana più tardi, il ministro delle risorse idriche egiziano ha intrapreso una visita ufficiale in Uganda.

Xan Rice è il corrispondente del Guardian dall’Africa orientale; ha seguito i conflitti in Somalia e in Darfur, e le violenze post-elettorali in Kenya

Traduzione a cura di Medarabnews