Pearl Jam, musica per il disastro del Golfo del Messico

La campagna della band di Seattle per salvare il Golfo del Messico. Insieme al video “Amongst the waves”, undici regole indispensabili in difesa degli oceani e della biodiversità

Volendoci affidare alla cabala, possiamo dire che qui si chiude un lungo e virtuoso cerchio di musica e coscienza. Il disco d’esordio con cui si affacciava al mondo il miracolo Pearl Jam, nel 1991, si intitolava Ten. Da allora sino ad oggi, la band di Seattle non ha fallito un colpo, vedendo la sua schiera di fan ingigantirsi a vista d’occhio. Un abbraccio che ha finito per accogliere i seguaci dell’ epoca grunge e i rockettari di ultima generazione, ma anche, ed è quello che ci interessa, gli attivisti di ogni campo: negli anni, Vedder e soci hanno fatto proprie campagne anti-Bush e pro-aborto, di supporto ai rifugiati kosovari e ai disastrati dell’uragano Katrina. E ora, a concludere idealmente la parabola di live memorabili e nobili battaglie, tornano i numeri. Il “dieci”, trampolino di lancio vent’anni fa, si trasforma in “undici”, come i consigli rivolti all’umanità col fiato sospeso per il disastro ambientale nel Golfo del Messico. Congiuntamente al nuovo singolo preso dall’ultimo Backspacer “Amongst the waves” (mai titolo fu più azzeccato), i Pearl Jam hanno diffuso un “vademecum ecologista”, sorprendente messa in pratica delle buone intenzioni professate dalle rock-star impegnate.

Nella sezione “Oceans” sul loro sito pearljam. com, sotto lo spettacolare video del brano (accompagnato nel finale da crude immagini dalla Louisiana), si leggono le 11 regole a difesa dell’oceano, «risorsa finita, preziosa sottoposta a un’atroce pressione economica e ambientale», e in nome di una vita più sostenibile, per sé e per l’equilibrio globale. Al primo posto, c’è l’urgenza principale: quella di supportare il ripristino della situazione nel Golfo, collaborando alla rete Gulf Restoration Network con cui la band è in stretto contatto. A scendere, tutto quello che va fatto per evitare di perdere il patrimonio di biodiversità presente nei nostri mari: incoraggiare le energie rinnovabili contro il climate change; informarsi sull’annoso problema dell’acidificazione degli oceani; far sentire la propria voce ai politici competenti; aderire alla campagna “Save a mile” per proteggere un miglio di mare; diventare attivista; scegliere risorse alternative al petrolio; supportare i prodotti locali, l’agricoltura biologica, l’autoproduzione e la riduzione dei deflussi tossici; mangiare pesce “ocean friendly”; pulire le spiagge e riciclare per ridurre sprechi e inquinamento. Una tracklist memorabile da cui non c’è alcun modo di “skippare”.

Diego Carmignani – Terranews