Si dicono un sacco si sciocchezze sul Nepal, anche da parte di chi, non fosse che per la conclamata affinità ideologica col partito maoista di quel paese, sarebbe invece titolato a capirne senso strategico e relative mosse tattiche. Qui in Italia, ad esempio, con imperdonabile faciloneria, alcuni compagni sono passati dalle grida di osanna per il “finale assalto insurrezionale” dei primi giorni di maggio, all’enfasi con cui, (fine maggio) veniva comunicato che il partito maoista era “entrato nuovamente a far parte del governo di coalizione”. Due notizie false, due stampelle del medesimo pressappochismo. Se infatti fosse stato vero che lo sciopero a oltranza proclamato dall’ UCPN (maoista) era il finale assalto rivoluzionario allo “stato borghese”, l’ingresso a pochi giorni di distanza in un governo di coalizione coi “partiti feudali e borghesi” era, o un “tradimento politico” oppure la prova che l’assalto era fallito.

Né l’una né l’altra.

Proprio in questi giorni le agenzie di stampa nepalesi riportavano due notizie. La prima riguardava l’incontro, svoltosi sabato 10 luglio, tra i tre partiti maggiori. Ordine del giorno: la formazione del nuovo governo di coalizione, visto che la spallata dello sciopero generale di inizi maggio ha provocato la caduta di quello tra NC (Partito del Congresso, diretta emanazione di quello indiano) e CPN-UML (il partito comunista “riformista”, anch’esso filo-indiano). La delegazione maoista ha presentato la sua proposta: governo di coalizione sì, ma con un maoista come primo ministro. Manco a dirlo gli altri hanno risposto con un secco no. La crisi istituzionale e politica, già ad un punto morto, ci resta. I negoziati vanno avanti senza che si intraveda uno sbocco.

La seconda notizia riguardava le dichiarazioni di un leader importante del CPN (UML), Bam Dev Gautam, tra l’altro considerato il più vicino ai maoisti. Cosa ha affermato Gautam? Due cose, la prima con un significato esplicito, la seconda con significato implicito, ed entrambi simboleggiano i due corni del dilemma attorno ai quali si è aggrovigliato il negoziato per dar vita ad un nuovo governo di coalizione.

Prima cosa affermata da Gautam: se i maoisti vogliono davvero far parte di un governo di coalizione essi debbono deporre le armi e smantellare tutte le strutture, locali e centrali, del loro esercito guerrigliero. Il senso di questa prima condizione è talmente esplicito che non occorre spenderci su molte parole.

Seconda cosa: esaudita questa condizione, deve essere chiaro che il primo ministro non può che essere una soluzione di compromesso, ovvero un uomo del CPN (UML). Perché diciamo che qui il senso è implicito? Perché la formale questione del primo ministro contiene quella sostanziale: il rapporto con l’India, una potenza in ascesa che considera il Nepal un satellite, che tale deve restare, e al quale non è permesso sganciarsi dalla sua soffocante tutela geopolitica oltreché economica.

Due domande dunque s’impongono: smantelleranno i maoisti la loro struttura militare? Accetteranno di far parte di un governo di coalizione con un primo ministro avversario? Una soluzione di compromesso per tirare a campare, ovvero per dar vita ad uno straccio di governo “fondato sul consenso” (questa è la formula in voga a Katamandu) che impedisca la guerra civile, potrebbe essere che i maoisti accettino un primo ministro non loro (è da vedere se egli possa essere quello dimissionario, ovvero il leader del CPN (UML) Jhala Nath Khanal), senza fare alcuna concessione sullo smantellamento della propria forza armata. Una simile soluzione mediana non farebbe uscire il paese dal punto morto, ma almeno eviterebbe uno scontro dall’esito imprevedibile, visto che un’eventuale seconda guerra civile, questa volta, potrebbe scatenare un diretto intervento militare di Nuova Dehli. Si capisce dunque perché i maoisti non possano accettare di sciogliere le loro forze armate, che sono la sola garanzia, se non proprio per sventare il rischio probabile di un’invasione indiana, per tenerle testa.

Di questo discutevamo coi maoisti nepalesi, a Istanbul, in occasione del Forum sociale europeo. Ma se ne discuteva nel quadro di quale fosse lo stadio attuale della rivoluzione nepalese, e dunque di quale debba essere linea strategica del partito. Partiamo da questa prima questione. E’ quella nepalese una rivoluzione socialista? E se non lo è, di che cosa si tratta?

I maoisti nepalesi hanno le idee chiare. Quella in corso è una rivoluzione democratica, antifeudale e antimperialista. Essa non pone all’ordine del giorno l’edificazione del socialismo, ma lo sradicamento delle vestigia feudali e castali del paese, la piena sovranità nazionale (ovvero lo sganciamento sia dal sistema imperialistico che la fine della sudditanza verso l’India), una democrazia rivoluzionaria, ovvero la diretta partecipazione delle masse lavoratrici dei campi e delle città all’amministrazione della cosa pubblica, il passaggio dei settori cruciali per quanto rachitici dell’economia nazionale in mano statale e/ comunitaria, una riforma agraria audace che spazzi via la parassitica classe dei latifondisti (tutti Hindù, quindi legati al brahamanesimo, che non è solo una setta religiosa o un’ideologia ma l’officina che sforna le classi dominanti).

Si oppongono forse i maoisti in linea di principio ad una rivoluzione socialista? Ovviamente no, essi mettono in risalto due fattori ostativi, in questa fase insormontabili. Da una parte essi sono consapevoli (e di ciò se ne discute al loro interno con passione) che il fallimento e le difficoltà dei tentativi di transizione al socialismo, dalla Russia alla Cina, dal Vietnam a Cuba, impongono la ridefinizione di cosa il socialismo sia e di quali strade siano percorribili. Su questo terreno i maoisti sono coscienti di essere indietro (come lo è del resto il movimento comunista mondiale), e per questo si attengono ad un atteggiamento strategico prudente e pragmatico, il che non significa, ci tengono a sottolinearlo, opportunistico.

Ma essi non difendono l’idea che sia possibile il “socialismo in un solo paese” (il che non vuol dire che i comunisti non debbano tentare di prendere il potere anche in un solo paese —la qual cosa mette tutti d’accordo, maoisti, trotskysti e staliniani) anche a causa dell’isolamento della rivoluzione nepalese. Essi sono consapevoli che senza un’estensione della rivoluzione sociale, almeno in India, ogni accelerazione apertamente anticapitalistica, sarebbe votata al fallimento, più prima che poi. In altre parole, dal punto di vista dottrinario, essi sembrano respingere la tesi staliniana per antonomasia, quella del “socialismo in un paese solo”, appunto.

Sono dunque forse trotskysti? Sì e no. Sì perché considerano la loro rivoluzione come parte di quella, se non internazionale, regionale. Sì perché affermano che il socialismo richiede lo sforzo congiunto delle classi lavoratrici di una serie di paesi. No perché a loro volta respingono una tesi centrale della teoria trotskysta della “rivoluzione permanente”, quella per cui i comunisti debbano impossessarsi di tutto il potere, dando vita ad un presunto “governo operaio” ovvero alla “dittatura del proletariato”, che in un paese arretrato altro non potrebbe essere che dittatura politico-militare del partito comunista, a sua volta fondata sulla statizzazione monopolistica dei mezzi di produzione.

Cos’è che dunque prospettano i maoisti nepalesi? Un fase di “Nuova Democrazia”, ovvero un periodo, la cui estensione non è predeterminabile in anticipo, in cui il partito comunista è tenuto a fungere da perno di un’alleanza, antifeudale e antimperialista, con quelle classi sociali e quelle forze politiche disposte a mettere in atto le riforme sociali indispensabili per uno sviluppo economico, sociale, culturale e morale; trasformazioni sia della struttura sociale che delle sovrastrutture senza le quali il socialismo sarebbe impensabile. La “Nuova democrazia” è dunque quella fase intermedia della rivoluzione nepalese che deve condurre il paese, in un periodo certo non breve, dal predominio della borghesia compradora e dei vecchi rapporti sociali feudali e castali hinduisti, a quello della masse lavoratrici. Di mezzo c’è poi, come dicevamo, la questione delle pressioni esterne, della piena sovranità nazionale, in quanto nella fase di “Nuova Democrazia” si dovrebbero recidere i vincoli di sudditanza con l’imperialismo, quindi con l’India che funge da gendarme regionale armato della divisione mondiale del lavoro neocolonialistica.

La fase di “Nuova Democrazia” dovrebbe dunque fungere anche da ponte verso la rivoluzione regionale e internazionale, consentendo alla forze rivoluzionarie nepalesi non solo di respirare e temporeggiare, ma anche di aprirsi dei varchi nel cordone sanitario eretto dai nemici esterni, India e USA in primis.

L’ultima cosa che abbiamo colto discutendo coi compagni nepalesi. Una grande e sincera consapevolezza della centrale importanza della democrazia, ovvero della più ampia partecipazione popolare ai processi di trasformazione sociale, che altrimenti sarebbero fragili e solo burocratici. Pur nel quadro di un rispetto formalmente ossequioso della tradizione staliniana, noi abbiamo quindi colto una frattura non meno profonda con la concezione staliniana, se si vuole un effettivo superamento dell’idea del partito unico, che non c’è socialismo senza il rispetto delle libertà, siano essi afferenti ai diritti individuali, che a quelli delle comunità di base e delle minoranze nazionali.

CampoAntimperialista