Cisgiordania, villaggio palestinese resiste pacificamente agli attacchi di Israele

Hamze, Sameha, Zeinab e Mohammed giocano con la nonna sul terrazzo di casa. La campagna di Hebron è bruciata dal sole. A pochi metri da loro, oltre la rete, un isolato boschetto di pini che di giorno fa un po’ meno paura. I fratellini Rabai lo tengono d’occhio, sanno che il bosco è pericoloso.

Questa casa araba – 43 persone tra fratelli, mogli, figli e nipoti – è una delle più esposte alla violenza dei coloni nazional-religiosi di Ma’On e del suo avamposto Havat Ma’on, costruito tra i pini. Siamo nel villaggio palestinese di At-Tuwani in West Bank, un pugno di case color della roccia affogate nel sole. Fino a pochi anni fa i pastori vivevano nelle grotte.

L’ ultimo attacco violento risale allo scorso 12 giugno, era di shabbat. Una trentina di coloni israeliani dall’avamposto di Havat Ma’on, col viso coperto, armati di fionde e bastoni, raggiunta la casa araba più vicina, hanno aggredito donne e bambini della famiglia Rabai. Gli uomini quel mattino erano a Yatta per un funerale. L’esercito e la polizia sono arrivati tardi.

Le violenze si ripetono al villaggio ormai da anni, quotidianamente, nel tentativo mal riuscito di allontanare gli arabi dalla propria terra. Le prime vittime, i bambini: i più vulnerabili, soprattutto quando la mattina lasciano casa por andare a scuola a piedi lungo il tragitto che passa tra la colonia e l’avamposto.

La zona è chiamata South Hebron Hills, a sud della città di Yatta, ed è compresa tra la fine dell’espansione urbana e la Linea Verde, in una zona C della Cisgiordania, sotto il completo controllo civile ed amministrativo israeliano.

Gli abitanti di At-Tuwani però non ci stanno, non cedono alle provocazioni e combattono tramite la resistenza non-violenta. Il villaggio è diventato il fulcro di una reazione fatta di riunioni, di decisioni collettive, di coinvolgimento dei mass media e dei gruppi di attivisti. Come Operazione Colomba, il Corpo Nonviolento di Pace dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII.

I ragazzi italiani vivono in una casetta bianca dove non c’è elettricità e l’acqua è poca. Giorno e notte sorvegliano il villaggio, stanno con le famiglie, filmano le violenze con le telecamere e controllano che i militari israeliani della scorta che dovrebbe difenderli portino effettivamente i bambini a scuola sani e salvi.

Dopo varie segnalazioni, infatti, il caso dei bambini presi di mira dai coloni è finito alla Knesset, il Parlamento israeliano, che dal novembre del 2004 ha imposto ai militari di fare da scorta armata lungo il tragitto da casa a scuola.

Eppure i soldati spesso non fanno il loro dovere fino in fondo, denuncia Operazione Colomba.

“Ogni giorno monitoriamo la scorta – racconta una volontaria di Operazione Colomba – il che vuol dire che due di noi aspettano i bambini in un punto e altri due li controllano con i binocoli finchè non li vedono sparire. Poi ci messaggiamo, contiamo i tempi, ogni giorno contiamo i bambini, annotiamo il numero della jeep dei militari e quindi documentiamo i ritardi, se la scorta arriva, se è puntuale, quanto tempo devono aspettare ecc…”.

Dai dati di un report, che verrà divulgato a giorni, emerge che durante quest’anno scolastico i bambini sono stati vittime degli attacchi da parte dei coloni per ben 19 volte.

I soldati sono venuti meno al loro compito nel 75% dei casi, evitando di camminare a fianco dei bambini, come predispone il loro incarico, si sono rifiutati di completare la scorta fino alla fine dell’insediamento nel 94% dei casi.

Le continue vessazioni fanno parte di una strategia che “tende a spingere noi arabi fuori dalla nostra terra – spiega Hafez Huraini, coordinatore del comitato popolare non violento di Tuwani – hanno fissato un confine e vogliono ributtarci dall’altra parte della strada. L’amministrazione militare usa questo metodo per confiscarci la terra, sostenendo gli insediamenti e tollerando che usino violenza e soprusi“.

Loro rispondono con la legalità e l’informazione. “Non possiamo cadere nella loro trappola: vorrebbero che rispondessimo alle provocazioni con la violenza, ma è esattamente quello che noi non facciamo”, dice Huraini.

“Ci concentriamo su due cose: le vie legali e i mass media. In questo modo abbiamo ottenuto molta più solidarietà da parte degli internazionali e della società israeliana che se avessimo reagito”.

Il contatto con gli attivisti israeliani che partecipano alla tutela dei diritti della popolazione palestinese per loro è fondamentale, conferma uno dei volontari italiani. “Noi abbiamo numeri di emergenza da chiamare che spaziano dal District Coordination Office ad organizzazioni pacifiste israeliane”.

I volontari se serve dormono nelle case arabe, e normalmente fanno da sentinella, riposando a turno.

“Noi dormiamo qui sul tetto di casa- spiega una ragazza di Operazione Colomba– stanotte alle tre, ad un certo punto ho sentito fermarsi dei camion, proprio qui su questa strada, apro gli occhi e vedo sei militari tutti vestiti di nero venire giù dalla collina. Non li avevo sentiti….Hanno fatto un checkpoint. Avevano tirato fuori l’immondizia dal cassonetto e avevano bloccato la strada, solo che non ci eravamo accorti di niente”.

Nena News