“Umiliare i potenti Castagna”. E’ questo, secondo i giudici della prima corte d’Appello di Milano, il movente che ha armato la mano di Olindo Romano e della moglie Rosa Bazzi a compiere la strage di Erba. In oltre 90 pagine di motivazioni sulla sentenza emessa il 20 aprile scorso, che ha confermato le condanne all’ergastolo e a tre anni di isolamento diurno per i coniugi, viene ricostruita la dinamica e il perché del quadruplie omicidio dell’11 dicembre 2006. Sotto i colpi di spranghe e coltelli morirono Raffaella Castagna, il figlio Youssef di soli 2 anni, la nonna del piccolo, Paola Galli e una vicina di casa, Valeria Cherubini. Si salvò solo perchè creduto morto, il marito di quest’ultima, Mario Frigerio.

Un attrito “sorto -scrivono i giudici- da anni e a mano a mano cresciuto ed accumulatosi fino a rendere invivibile l’esistenza dei due coniugi”. Un odio “forte, insistito” che diventa quasi un’ossessione. I coniugi con l’omicidio, si legge nelle motivazioni, volevano “realizzare il desiderio di voler dimostrare a se stessi che loro, due, deboli, ad un certo momento potevano umiliare i potenti Castagna”.
Una famiglia con cui le liti e le querele diventano sempre più frequenti, fino alla strage che anticipa, di pochi giorni, un’udienza davanti a un giudice. “Fondamentali – si sottolinea – per ritenere la colpevolezza degli imputati sono state le confessioni, spontanee, coerenti e non indotte da suggerimenti o altro, ritrattate senza alcuna ragione o prova convincente, se non una scelta difensiva diversa che ha ingenerato nei Romano la speranza di potersela cavare”. Confessioni, scrivono i giudici, “riscontrate dagli appunti di Olindo Romano sulla Bibbia, dalla condotta tenuta dagli indagati durante la prima fase delle indagini preliminari” e accreditare da “particolari da loro indicati e che mai avrebbero potuto riferire in una versione ‘costruita’ da loro stessi e da altri in un tempo brevissimo, senza che i dettagli potessero essere concordati fra di loro”.
Parole a cui va aggiunta la testimonianza del supertestimone Frigerio. “Non viene spiegato – osservano i giudici – perché Frigerio, persona della cui onestà nessuno dubita, dovesse insistere sul riconoscimento di un vicino verso il quale non nutriva, prima del fatto, alcun risentimento: proprio la sua esitazione nel dire quel nome deriva dalla difficoltà ad accettare che, senza ragione, una persona normale quale era Olindo avesse voluto fargli tanto male con l’uccidere sua moglie e con l’accanirsi in quel modo contro lui stesso, ferito e a terra”.
Fonte Adnkronos