New Orleans, marea nera: pescatori costretti alla fame

«Le ostriche sono scomparse dal nostro menù, spiega Susan Spicer, top chef del noto ristorante Bayona. Lo scorso inverno il suo ristorante serviva ancora il gratin di Ostriche e Oyster & Italian Sausage con spinaci, finocchi e briciole di parmigiano. Ora questo piatto che lascerà perplessi i palati italiani ma considerato fantastico da molti avventurieri, è stato sostituito da altre portate, sempre basate su ingredienti locali, come la Roulade di Lepre. «Anche il pesce è cambiato. Il branzino che serviamo oggi viene dalla Carolina del Sud e non dalle acque del golfo. Non abbiamo granchi. E ovviamente non abbiamo ostriche dopo che la compagnia da cui ci rifornivamo, nel commercio da 137 anni, ha chiuso. È rimasto solo qualche pesce come il tonno, ma non molto di più». Spinta dalla rabbia Susan ha deciso di dare inizio ad una class action con altri ristoratori di New Orleans contro Bp. «Lo abbiamo fatto per difendere la nostra cultura e la nostra economia e la nostra terra, non per guadagnarci» spiega ancora la chef mentre sorseggia un bicchiere di vino bianco. Secondo gli avvocati di Susan è stata compromessa la reputazione di numerosi ristoranti, costruita sull’uso di frutti di mare e pesce fresco e locale. A partire proprio dalla dipartita delle ostriche. Questo nobile mollusco, che contiene secondo gli esperti «l’aroma del mare» che si consuma solitamente tra aprile e settembre, noto per filtrare nitrati ed ammoniaca dalle acque, è una delle specie più a rischio a causa della marea nera. I fondali del golfo infatti sarebbero pieni di ostriche morte, come spiega un pescatore della zona. Notizia confermata dalle autorità. Secondo Patrick Banks, ufficiale del Louisiana Department of Wildlife and Fisheries, il dipartimento responsabile per caccia e pesca, le coste della Louisiana tradizionale, habitat del mollusco bivalve, sono diventate un’ecatombe.

A causare la morte, secondo gli scienziati del Department of Wildlife and Fisheries, potrebbe essere stata l’ apertura delle condotte del fiume Mississippi, una strategia impiegata nelle scorse settimane per creare correnti opposte alla marea nera in modo da tenere il petrolio lontano delle coste. A impartire l’ ordine di iniziare a far fluire le acque dolci, lo scorso 25 aprile, sarebbe stato lo stesso governatore della Louisiana Bobby Jindall con l’ approvazione del Genio militare. Le ostriche che hanno bisogno di acqua salata per sopravvivere non sono sopravvissute “all’inondazione” di acque dolci fluviali, rivelatasi mortale. Infine, a dare il colpo di grazia a quelle sopravvissute ci avrebbe pensato la contaminazione del petrolio e degli agenti chimici impiegati, che hanno distrutto completamente non solo i molluschi ma anche l’ambiente dove erano soliti riprodursi. Secondo gli esperti ci vorranno anni prima che si ricostruisca un ambiente favorevole per far tornare le ostriche. Ma per qualcuno potrebbe ro anche non tornare mai più. Nel 1979 quando dalla falla nel pozzo offshore di Ixtoc 1 della compagnia messicana Pemex, a Campeche lungo le coste messicane del Golfo, fuoriuscirono 3 milioni di barili di petrolio contaminando chilometri di coste e numerose paludi di mangrovie abitate da immense colonie di ostriche, che vennero sterminate, 31 anni dopo i molluschi non hanno ancora fatto ritorno. In Usa dunque gli oysterman, i raccoglitori di ostriche, si preparano al peggio. Per il solo settore della raccolta questo potrebbe significare un danno da 60 milioni di dollari l’anno e centinaia di posti di lavoro bruciati. In queste settimane centinaia di pescatori disoccupati si stanno rivolgendo a Bp per essere assunti dal programma Vessel of Opportunity, creato dalla compagnia petrolifera per limitare il danno occupazionale. Certo non sono i 380 milioni di dollari in meno che si attendono dalle perdite nel settore della pesca dei gamberetti, il prodotto numero uno del Golfo del Messico. Ma ad aggravare la situazione potrebbe essere il largo indotto collegato al settore. Dalle compagnie che fanno i sacchi speciali per la raccolta agli Oyster Bar dove si vendono esclusivamente queste prelibatezze fino ai ristoranti come Bayona. I rivenditori, poi, ci stanno già speculando sopra.

Al momento il prezzo è schizzato da 24 dollari al gallone (circa 3,7 litri, unità di misura dei sacchi) a 74. Nei piccoli ristoranti come Liuzza’s By the Track, dove gli avventori divorano per 9.99 dollari l’Oyster Po- Boy, un panino ripieno di ostriche fritte, si è ricorso alle ostriche importate dal Connecticut, decisamente meno care di quelle poche locali rimaste catturate lungo le coste del Texas. Intanto il Laboratorio per la Pesca della Noaa, l’Agenzia per gli Oceani e l’Atmosfera, ha assunto 56 annusatori per valutare fino a 100 campioni di pesce esposto alle contaminazioni di petrolio e disperdenti in modo da individuare la contaminazione da idrocarburi in varie tipologie di animali, dalle ostriche ai tonni. Il naso, secondo questi esperti, è infatti il modo migliore per misurare la qualità del pesce. Secondo la Fda, la Food and Drug Administration, l’agenzia governativa per la qualità del cibo e delle medicine, piccole concentrazioni di idrocarburi non sono dannose all’organismo anche se, spiega un comunicato dell’agenzia, «non dovrebbero essere presenti del tutto». Un altro lato del disastro del Golfo a cui chef e pescatori dovranno trovare nuove idee per rimediare. Magari preparando una «pasta alla marea nera », un’invettiva culinaria che abbiamo suggerito a Susan Spicer. «Una buona idea per far riflettere i clienti», sorride la chef di New Orleans prima di rituffarsi nella sua cucina stravagante e priva di pietanze marine. Chissà cosa accadrebbe se in Italia scomparissero gli spaghetti ai frutti di mare e il fritto

Emanuele Bompan – Terranews