Pinacoteca di Brera, la rinascita sulle orme del Louvre di Parigi

La Grande Brera come un piccolo Louvre, o almeno ci si prova. Da ieri, il conto alla rovescia per la rinascita della storica Pinacoteca milanese, sede di capolavori come il «Cristo morto» del Mantegna e lo «Sposalizio della Vergine» di Raffaello, può dirsi ufficialmente partito: con la firma di un protocollo d’intesa siglato dal sindaco di Milano, Letizia Moratti, dai ministri della Cultura, dell’ Istruzione e della Difesa, Sandro Bondi, Mariastella Gelmini e Ignazio La Russa, e dal commissario straordinario Mario Resca. Nella sostanza, si è ratificata l’espansione di gran parte delle attività dell’ Accademia di Belle Arti, finora ospitata nel medesimo palazzo, in un altro polo costituito dalle caserme Magenta e Carroccio di via Mascheroni, nucleo originario di quello che, nelle parole del commissario, diventerà «un nuovo campus».

E così si è finalmente tagliato il nodo che legava tutta la faccenda: quale, ce lo spiega Mario Bellini, l’architetto vincitore del concorso per la valorizzazione della Grande Brera. «Con la Pinacoteca, nel palazzo, convivono altri illustri condomini: la Biblioteca Nazionale, l’ Osservatorio Astronomico, l’Orto Botanico, l’Istituto Lombardo delle Arti e delle Lettere. Soprattutto, l’Accademia: e il rapporto con il Museo somigliava a quello di due gemelli nello stesso grembo che rischiavano l’uno di soffocare l’altro. Quando ci si è concentrati per davvero sull’ espansione della Pinacoteca per trasformarla in un’ istituzione di ancor maggiore rilievo internazionale, era chiaro che l’ Accademia dovesse lasciare il passo. Ma non di espulsione si è trattato, o di trasferimento.

L’Accademia va a trovarsi meglio, a stare infinitamente più larga, in un’area che, alla fine, totalizzerà 23 mila metri quadri edificabili contro i cinque-seimila di oggi. Le perplessità dei professori e degli studenti che v’insegnano non hanno più ragion d’essere». Ha ribadito Letizia Moratti: «Questo è un accordo che fa vincere la cultura di Milano, perché valorizza sia la Pinacoteca sia l’Accademia concedendole spazi triplicati rispetto a quelli previsti nel 2008». In serata, anche Silvio Berlusconi si compiace per «il grande museo di respiro europeo degno della storia e dell’importanza economica e civile della città».

Ma come si trasformerà Brera? E quando sarà pronta? E chi ci metterà i soldi? Sul quando, balena la data fatidica del 2015 dell’ Expo, e i tempi tecnici ci sarebbero tutti, anche se già la fase preliminare di trasferimento degli istituti dell’accademia e del riordino delle sale della pinacoteca si annuncia complessa: figuriamoci la pars construens. Quanto ai finanziamenti, Resca ha dichiarato che c’è bisogno di «oltre 100 milioni di euro: 55 per il rifacimento della grande Brera e altri 40-50 per la ristrutturazione e il campus. Un progetto sostenuto dalle istituzioni locali: Regione, Fondazione Cariplo, Comune e Amici di Brera. Lo sforzo sarà globale: i ministeri e le istituzioni impegnati per l’ obiettivo».

Lo scopo è quello di rendere l’ onusta istituzione milanese più simile a un museo contemporaneo: fruibile, aperto, insomma nella categoria del Louvre e del British, e non a caso fra gli scenari di Bellini c’è la chiusura della Corte napoleonica con una calotta trasparente, per fornire al museo ulteriori spazi. Brera registra appena 200 mila visitatori all’ anno, contro gli otto milioni e mezzo del Louvre. Pensare di giungere al milione pare un traguardo possibile.

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