Pink Floyd, parla l’ex manager: “Combattere il file sharing è una perdita di tempo”

“Combattere il file sharing? Una perdita di tempo, anzi un’offesa ai diritti dei cittadini: qualcosa di simile a quello che era il proibizionismo in America negli anni ‘30” Non lo sostiene un “pirata” del Web o un guru del peer-to-peer ma Peter Jenner, storico primo manager dei Pink Floyd ai tempi di Syd Barrett e della Summer of Love, organizzatore (con il socio Andrew King) del leggendario concerto dei Rolling Stones ad Hyde Park nel 1969 e in seguito collaboratore di tanti artisti importanti, dai Clash a Billy Bragg. “Se facciamo affidamento su una legge sul copyright, cioè una legge che letteralmente sancisce il diritto di copiare, stiamo ovviamente percorrendo un vicolo cieco, dal punto di vista storico”, ha sostenuto intervenendo nei giorni scorsi al Westminster eForum in rappresentanza dell’associazione di categoria di cui è presidente, IMMF. “Sarebbe come legiferare sull’aviazione civile prendendo a riferimento le ferrovie. Non possiamo controllare i diritti delle persone a copiare, se queste persone hanno a disposizione dei computer. Copiare fa ormai parte del nostro modo di vivere, cerchiamo piuttosto di essere innovativi e creativi con i nostri modelli di business”. Come? Dopo avere sostenuto che sono le case discografiche, e non gli artisti, a detenere “diritti quasi monopolistici” e a insistere per un’estensione della durata dei termini di copyright (“quando scrive o registra una canzone, un artista non sta a pensare ai benefici che ne ricaveranno i suoi nipoti”), Jenner spiega che “come industria, dobbiamo cominciare a pensare a come ricostruire il modello, cosicché chi crea un’opera possa trarne un profitto, e chi finanzia l’autore con i suoi acquisti possa ottenere un ritorno sull’investimento di tempo e di denaro che ha effettuato. L’industria musicale ha a che fare con un servizio, non con un prodotto. Sono le case discografiche, ad essere sempre state nel campo dei prodotti”. Secondo Jenner, una soluzione praticabile consisterebbe in quei contratti di licenza generale che presuppongono una collaborazione tra industria e Internet Service Providers, “così da generare un flusso di ricavi che nel futuro possa permettere di remunerare chi crea opere dell’ingegno in proporzione al gradimento espresso dal pubblico”. Un esempio di successo e a portata di mano, per Jenner, esiste già. Anche se si tratta di una piattaforma invisa ai discografici perché molto usata per il p2p non autorizzato: “La miglior cosa di cui abbia sentito parlare finora è il sistema di RapidShare: un modello che sembra utilizzabile, dal momento che la gente paga per farne uso. Se potessimo ottenere una sterlina al mese da ogni persona che ascolta musica in questo Paese potremmo contare su 60 milioni di sterline al mese. Non mi sembra una sfida impossibile”.

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