Boom economico in Cisgiordania, dall’ assedio di Gaza alla pace economica

Mentre l’ assedio di Gaza prosegue pressoché inalterato (se si eccettua l’ annullamento delle restrizioni imposte ad alcuni generi alimentari) dopo il fugace episodio della ‘Flottiglia della Libertà’, da mesi ormai molti parlano del ‘miracolo economico’ che sta avendo luogo in Cisgiordania. Con un tasso di crescita che ha toccato punte del 7% nel corso dell’ultimo anno, la Cisgiordania sta assistendo ad uno sviluppo considerevole che sta modificando l’ aspetto di molte città.

Nuovi centri commerciali, cinema, e locali notturni stanno facendo la loro comparsa a Ramallah, Nablus, Jenin. Vengono costruite nuove abitazioni. Grazie agli investimenti stranieri, il settore immobiliare ha registrato una forte crescita.

Si stanno moltiplicando anche i concessionari automobilistici che vendono veicoli giapponesi e coreani, ma anche auto di lusso come BMW e Mercedes. Le banche offrono prestiti che agevolano l’acquisto di auto ed appartamenti.

L’ attuale boom economico è il risultato di politiche che hanno cominciato a delinearsi già nel 2007, sotto la presidenza Bush.

Dopo aver raggiunto l’ obiettivo di isolare Hamas, in conseguenza dello scontro cruento che portò quest’ultimo a controllare la Striscia di Gaza ma anche a perdere il governo della Cisgiordania e ad essere ostracizzato a livello internazionale, negli ambienti dell’ amministrazione americana si affermò l’ idea di far affluire ingenti quantità di denaro in Cisgiordania. L’ obiettivo era quello di rafforzare le istituzioni ed i servizi di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) guidata da Mahmoud Abbas, che si era dimostrata disposta al ‘negoziato ad ogni costo’.

L’ idea del rafforzamento delle istituzioni dell’ ANP e dello sviluppo economico della Cisgiordania venne riassunta dallo slogan ‘la Cisgiordania prima di tutto’.

Nel 2008 Benjamin Netanyahu, ancor prima di diventare primo ministro, aveva affermato che il processo di pace avrebbe dovuto concentrarsi sulle questioni economiche piuttosto che sulle controversie politiche. Promuovere una ‘pace economica’ avrebbe rafforzato i palestinesi ‘moderati’ facilitando la discussione dei nodi politici più controversi, come lo status di Gerusalemme, i confini, l’attribuzione delle risorse naturali, la questione dei profughi.

Lo scorso agosto, il primo ministro dell’ ANP, Salam Fayyad, aveva ritenuto vantaggioso sfruttare questa ‘opportunità’ ed aveva annunciato il suo piano biennale per la costruzione delle infrastrutture del nuovo stato palestinese, la cui indipendenza sarebbe stata annunciata entro il 2011.

La politica dello sviluppo all’ insegna della ‘pace economica’ e dello slogan ‘la Cisgiordania prima di tutto’, sulla quale si è innestato il piano Fayyad, ha attirato ingenti investimenti da parte dei donatori occidentali. Nel luglio 2009, il Congresso americano ha approvato uno stanziamento di 200 milioni di dollari. Nel mese di settembre, i paesi donatori hanno promesso a margine dell’Assemblea Generale dell’ONU 400 milioni di dollari entro la fine di quell’anno. L’Unione Europea ha promesso 329 milioni di dollari nei primi mesi del 2010.

Non sono tuttavia mancate le critiche a questo piano. Secondo alcuni osservatori arabi e palestinesi, esso rappresenta da un lato una forma di adescamento e dall’altro una forma di intimidazione. Esso offre la prospettiva allettante di un maggiore benessere e di un miglioramento delle condizioni di vita, affiancata dal tacito monito che se i palestinesi della Cisgiordania decideranno di non sottostare ai piani politici di Israele e dei donatori occidentali rischieranno di fare la stessa fine dei palestinesi di Gaza, sottoposti a un assedio durissimo a partire dalla metà del 2007.

L’assedio alla Striscia di Gaza, secondo tali osservatori, sta ad indicare quanto la fragile economia palestinese, in assenza di uno stato indipendente e di infrastrutture proprie su cui poter contare, sia inevitabilmente ostaggio di Israele e della comunità internazionale.

A Gaza, l’embargo impedisce l’esportazione dei prodotti palestinesi e l’importazione delle materie prime per le industrie, le quali per approvvigionarsi dipendono dal costoso e poco sicuro sistema dei tunnel che passano sotto il confine tra la Striscia e l’Egitto. Gli uomini d’affari non possono viaggiare all’estero. La guerra del 2008-2009 ha distrutto infrastrutture essenziali che tuttora non sono state ricostruite. La mancanza di elettricità per molte ore al giorno impedisce alle aziende di lavorare e di produrre. In queste condizioni, le industrie chiudono, la disoccupazione aumenta, e la popolazione di Gaza è ridotta a dipendere dagli aiuti umanitari provenienti dall’esterno.

Questa politica di deindustrializzazione, che secondo numerosi analisti è stata applicata nei confronti di Gaza ben prima dell’embargo imposto nel 2007, è stata definita da molti come una deliberata politica di “de-sviluppo” volta a ridurre la popolazione di Gaza in uno stato di totale dipendenza dall’esterno.

Secondo diversi osservatori palestinesi, di fronte alla drammatica situazione in cui versa la Striscia di Gaza controllata dal fondamentalista Hamas, il piano di ‘pace economica’ incentiva i palestinesi della Cisgiordania ad accettare la normalizzazione imposta dall’occupazione israeliana, anche in assenza di un reale processo di pace che porti alla soluzione dei numerosi contenziosi politici tuttora in sospeso.

Allo stesso tempo, il miglioramento delle condizioni di vita in Cisgiordania dovrebbe incentivare i palestinesi di Gaza a rovesciare Hamas permettendo così all’ANP di riacquisire il controllo della Striscia.

Il problema – sostengono tali osservatori – è che il piano di ‘pace economica’ non apre la strada ad uno stato palestinese, bensì ad uno stato di apartheid in cui la componente israeliana impone il proprio controllo politico, economico e di sicurezza sulla componente palestinese, la quale potrà al massimo aspirare ad un miglioramento delle proprie condizioni di vita, ma non al riconoscimento dei propri diritti civili e politici.

E’ certamente vero che lo sviluppo economico ha prodotto delle aree di prosperità e di benessere, e che il miglioramento delle condizioni di sicurezza ha portato allo smantellamento di diversi checkpoint da parte di Israele.

Ma queste aree di prosperità, secondo diversi analisti, rappresentano una facciata che nasconde una realtà molto meno rosea, e cioè il fatto che questo tipo di sviluppo non è sostenibile e non sembra avere un futuro.

Innanzitutto l’economia palestinese continua ad essere dipendente dai donatori stranieri e da Israele, in misura anche maggiore rispetto al passato. In altre parole, questo boom economico è ‘drogato’ dai finanziamenti stranieri e non è in grado di mantenersi da solo. La produzione artigiana ed agricola, che rappresentava uno dei punti di forza dell’economia e della cultura palestinese, è crollata ed il mercato palestinese è invaso dai prodotti israeliani.

La mobilità in Cisgiordania, che è essenziale per un’economia sostenibile, è migliorata ma è ancora a livelli del tutto insufficienti, e non potrà migliorare oltre un certo livello a causa dell’esigenza israeliana di proteggere gli insediamenti ebraici, situati anche in profondità all’interno del territorio palestinese. In molti casi, fra l’altro, la manodopera palestinese trova opportunità di occupazione proprio nell’economia che ruota attorno a tali insediamenti.

Inoltre, secondo alcuni, la ‘pace economica’ favorisce il consolidamento di un ‘sistema clientelare’ al servizio dell’occupazione. Questo modello di sviluppo privilegia in realtà solo alcune fasce ristrette della popolazione, che sono funzionali ad esso. Viene incentivata ad esempio l’affiliazione all’ANP. Lavorare per l’ANP garantisce un salario, che l’ANP a sua volta eroga grazie alle donazioni straniere.

La sicurezza è migliorata grazie ad uno stretto coordinamento fra i servizi di sicurezza israeliani e quelli dell’ANP. Ma coloro che criticano l’ANP affermano che questo coordinamento ha portato i servizi palestinesi ad agire per conto di Israele proteggendo lo stato ebraico, ma non i palestinesi. Organizzazioni non governative palestinesi ed internazionali hanno denunciato numerosi abusi da parte dei servizi di sicurezza dell’ANP, compresi casi di tortura e gravi violazioni dei diritti umani. In molti casi tali servizi avrebbero operato per mettere a tacere il dissenso, più che per mantenere l’ordine.

Il boom economico viene incentivato anche grazie all’erogazione di prestiti agevolati. Alcuni hanno criticato questo sistema definendolo come l’esportazione in Cisgiordania del sistema americano che è stato alla base della crisi dei mutui ormai tristemente nota negli Stati Uniti. Le famiglie palestinesi a basso reddito vengono incentivate ad indebitarsi per “accedere al benessere” e per sostenere un’economia drogata e ad alto rischio, dipendente dal denaro estero e non da una capacità produttiva radicata nel territorio. In altre parole, un modello che ha fallito a livello mondiale viene ora applicato in Cisgiordania.

Tutto ciò contribuisce anche a creare nuove disparità sociali e nuove divisioni fra la popolazione urbana e la popolazione rurale. La ‘pace economica’ ed il piano Fayyad si concentrano essenzialmente sulle aree urbane, aumentando il divario che le separa dalle zone rurali.

La maggior parte delle aree urbane palestinesi sono concentrate nelle aree A e B (rispettivamente sotto il diretto controllo dell’ANP e sotto il controllo congiunto di Israele e dell’ANP, in base agli accordi di Oslo), che però costituiscono solo il 40% della Cisgiordania. Il piano Fayyad originariamente prevedeva massicci investimenti anche nell’area C sotto il diretto controllo di Israele, che costituisce il rimanente 60% del territorio palestinese (se si esclude Gaza). Ma al di fuori dell’area A, qualsiasi progetto necessita di un permesso da parte israeliana. Ritardi e rifiuti da parte israeliana rendono di fatto impossibile implementare progetti e portare servizi in queste aree.

Recenti rapporti stilati da alcune organizzazioni non governative hanno lanciato l’allarme sulla situazione idrica e sanitaria nell’area C. In alcune zone dell’area C esistono condizioni di povertà peggiori di quelle che si registrano a Gaza – ha denunciato l’organizzazione ‘Save the Children’. Alcune di queste zone registrano anche enormi difficoltà di accesso all’acqua.

Israele controlla la falda acquifera montana, che rappresenta l’unica fonte di approvvigionamento idrico per i palestinesi della Cisgiordania (Israele ha anche l’uso esclusivo dell’acqua del fiume Giordano). Eppure i palestinesi possono accedere solo al 20% dell’acqua proveniente da tale falda, mentre il restante 80% è utilizzato da Israele.

Accanto agli insediamenti israeliani, punteggiati da prati rigogliosi e perfettamente irrigati, e serviti da strade adibite ad uso esclusivo dei coloni, i villaggi palestinesi spesso incontrano enormi difficoltà di approvvigionamento idrico.

Ancora una volta, la situazione è particolarmente drammatica nell’area C, ormai disseminata di insediamenti ebraici e zone militari chiuse, e dove la sempre più esigua ed impoverita popolazione palestinese locale viene tuttora progressivamente cacciata dalle proprie terre.

La più colpita è la popolazione beduina della Valle del Giordano. Solo nelle ultime due settimane una trentina di famiglie sono state espulse dai propri accampamenti o hanno ricevuto ordini di evacuazione o di demolizione.

Questa situazione contrasta in maniera stridente con quella dei coloni ebrei degli avamposti considerati ‘illegali’ in base alla stessa legge israeliana (va ricordato che in realtà, in base al diritto internazionale, tutti gli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est sono da considerarsi illegali). Le ordinanze di sgombero e di demolizione di questi insediamenti solitamente rimangono del tutto inapplicate.

Lo stesso stridente contrasto è evidente a Gerusalemme Est, dove recentemente sono riprese le demolizioni di abitazioni palestinesi. Le famiglie palestinesi espropriate delle loro case lasciano spazio al continuo afflusso di coloni ebrei, in quello che molti attivisti hanno definito un “tacito trasferimento di popolazione”.

Le famiglie palestinesi, private delle loro abitazioni , impossibilitate a pagare nuovi alloggi, vengono di fatto costrette a trasferirsi al di là del muro di separazione, andando a ingrossare le sacche di povertà della Cisgiordania palestinese.

Tutti questi episodi, molti dei quali lodevolmente denunciati proprio da ONG israeliane – B’Tselem, l’ ACRI, l’Israeli Committee Against House Demolitions, Machsom Watch, tanto per citarne alcune – contribuiscono a rendere i colloqui di pace sempre più remoti, ed a svuotarli di significato anche qualora dovessero aver luogo.

E’ per questa ragione che molti analisti arabi e palestinesi (ma non solo) ritengono che, in assenza di una reale volontà da parte di Israele di porre fine alle proprie politiche discriminatorie a Gerusalemme Est, in Cisgiordania, ed a Gaza – politiche che rendono sempre più remota la prospettiva di uno stato palestinese indipendente – la ‘pace economica’ non servirà ad aprire la strada ad un proficuo negoziato di pace, bensì ad un sistema che assomiglierà sempre più da vicino ad un vero e proprio stato di apartheid.

Medarabnews