Sudan a rischio secessione, campanello d’ allarme per Africa e Medio Oriente

Il Sudan sta per dividersi in due stati, e la stabilità della regione è a rischio. Il primo segnale preoccupante è stato il riconoscimento delle elezioni presidenziali tenutesi lo scorso aprile da parte di un personaggio esperto nel monitoraggio delle elezioni come Jimmy Carter. Sebbene le operazioni di voto non siano state ritenute all’ altezza degli standard internazionali, l’ ex presidente americano ha detto chiaramente che la comunità internazionale avrebbe riconosciuto il vincitore.

In considerazione del fatto che il presidente del Sudan, Omar al-Bashir, è stato accusato la scorsa settimana dalla Corte Penale Internazionale di aver compiuto un genocidio in Darfur, e che alcuni democratici sudanesi di primo piano, soprattutto l’ esponente dell’opposizione Sadeq al-Mahdi, si sono rifiutati di partecipare alle elezioni, le conclusioni della missione di Carter creano qualche problema. Come è possibile che un dittatore che ha compiuto un genocidio venga riconosciuto come vincitore in simili circostanze?

Poi ho capito che la farsa elettorale realizzata dal presidente sudanese per restare al potere, e che è stata condonata dalla missione di osservazione internazionale, non è altro che un preludio dei gravi eventi che si verificheranno in Sudan tra sei mesi. Carter, e i paesi occidentali in generale, hanno facilitato la sopravvivenza del dittatore per salvare il referendum sull’ indipendenza del Sudan del sud che si terrà nel gennaio del 2011. Avendo accettato che le elezioni fossero monitorate da una missione internazionale, Bashir non può più impedire che il referendum si tenga nel sud del paese. Tale referendum, che avverrà ugualmente sotto monitoraggio internazionale, avrà come risultato la formale divisione del Sudan in due stati.

Ciò provocherà uno tsunami che seminerà distruzione nei due stati sudanesi emergenti e nel resto dell’Africa e del Medio Oriente. Coloro i quali sono a favore della secessione del sud probabilmente non si rendono completamente conto di quello che ciò significherà per l’ordine internazionale. Con un dittatore come Bashir che continuerà a mantenere il potere a Khartoum, e molto probabilmente con una forma di autoritarismo molto simile in arrivo nella nuova capitale sudanese del sud, assisteremo a continue dispute riguardo ai confini e a episodi di pulizia etnica. Tutto questo sarà alimentato dalla maledizione del petrolio che rappresenta il 98% delle rendite del governo centrale del Sudan e il 60% di quelle del sud.

La secessione significherà inoltre che il Darfur rimarrà sotto le grinfie del crudele regime di Bashir, mentre i democratici di Khartoum verranno lasciati soli nella loro battaglia contro uno dei peggiori governanti della storia del Sudan.

Il Sudan del sud sarà il primo paese del dopo-indipendenza, in Africa dagli anni ’60, creato in conseguenza di una secessione. I leader africani sono a buon diritto preoccupati per il precedente che ciò determinerà. Essi tuttavia non hanno sufficiente voce per farsi sentire, e gli Stati Uniti e l’Europa sostengono pienamente le divisione del Sudan, in parte a causa della componente cristiana che è predominante tra la popolazione del sud.

Anche noi in Medio Oriente siamo ugualmente preoccupati. Invece di trovare modi per convivere in maniera civile con coloro i quali hanno un’origine etnica, religiosa e linguistica differente, i gruppi che avanzano rivendicazioni saranno tentati in futuro di ottenere una secessione in stile sudanese. E vi sono molti gruppi e molti risentimenti rivolti contro i regimi dittatoriali nella nostra regione.

Inoltre, verrà anche esacerbata la logica distruttiva della divisione tra cristiani e musulmani. L’Europa ha già pagato un prezzo enorme con la secessione dell’ex Yugoslavia, e il Sudan riaccenderà le tensioni mal sopite nell’Africa orientale. Dopo il Sudan, i cristiani del Libano potrebbero essere incoraggiati a cercare di dar vita al loro staterello, a Cipro l’unificazione delle due comunità divise, greca e turca, potrebbe risultare più difficile da raggiungere, e la coesistenza tra musulmani e cristiani all’interno degli stati-nazione esistenti potrebbe essere minacciata in tutto il mondo.

Eppure chi può rimproverare ai sudanesi del sud di voler tagliare i ponti con un paese governato da una crudele dittatura fin dal colpo di stato di Bashir del 1989? Tuttavia, sebbene molti dei risentimenti del sud siano giustificabili, l’indipendenza non è la soluzione. Vi è la necessità di una diversa sistemazione giuridica al fine di accomodare le differenze esistenti tra i gruppi che vivono all’interno di un unico stato-nazione, e questa sistemazione è il federalismo. Eppure il federalismo non ha senso senza democrazia. Ciò è vero oggi per il Sudan come per l’Iraq, come lo fu per gli Stati Uniti negli anni che condussero alla guerra civile del 1861.

Visto che il paese si trova ormai sull’orlo del collasso, solo il presidente americano Barack Obama e il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon possono fare qualcosa, anche se dubito che ciò accadrà. Obama ha fin troppi problemi in patria e in Afghanistan per dedicare al Sudan l’attenzione richiesta, e Ban Ki-moon è un segretario delle Nazioni Unite di poco polso. In effetti, il sistema onusiano sembra incapace di produrre segretari generali che siano qualcosa di più di un “minimo comun denominatore”.

L’unica possibilità rimasta per evitare l’effetto distruttivo di una crisi sudanese è che Omar al-Bashir venga rimosso dal potere. Ma anche in questo caso l’accettazione internazionale delle sue cosiddette “elezioni” complica la faccenda. Entro un anno i cittadini sudanesi avranno due stati litigiosi, e Bashir continuerà a torturare la gente e a ucciderla a Khartoum e in Darfur. Avremo anche un precedente che legittima la secessione quale espediente privilegiato contro la dittatura, insieme a un ulteriore passo indietro nel processo democratico.

Democrazia significa risolvere i problemi insieme, non significa andarsene ognuno per la propria strada dando vita a uno stato distinto ogni volta che vi è un’incomprensione. Solo un miracolo può salvare il Sudan dai demoni della secessione. Il precedente che si creerà potrebbe avere effetti devastanti per il Medio Oriente ed anche altrove.

Chibli Mallat insegna diritto e politiche mediorientali all’Università dello Utah, ed è professore di diritto europeo all’Università St. Joseph di Beirut; è autore di “Introduction to Middle Eastern Law” (Oxford University Press)

Traduzione a cura di Medarabnews