Venezia, l’affaire Mose: inutilità delle dighe e valide alternative

Una informazione seria e responsabile, è sempre necessaria ma è assolutamente doverosa, se riguarda il MoSE, le dighe di sbarramento mobile che dovrebbero salvare Venezia dalle acque alte (periodiche inondazioni per maree entranti in laguna di maggiore frequenza ed altezza rispetto al passato): la posta in gioco è una città e una laguna patrimonio dell’umanità. L’opera – iniziata ma ancora non entrata in una fase di non ritorno – è costosissima (siamo già passati dai 4.200 milioni di euro previsti agli attuali 4.678 con un costo annuo di gestione di 60 milioni per l’intero prossimo secolo), immodificabile per 100 anni se completata, contestata da cittadini (12.500 firme contrarie, portate alla Commissione Europea) ed Istituzioni veneziane (Comune e Provincia in primis) perché ritenuta la peggiore rispetto ad altre soluzioni prospettate e dannosa per la sopravvivenza della laguna perché non ne arresta la trasformazione in braccio di mare. Anche se in un clima semivacanziero meno attento, due avvenimenti recentissimi meritano grande attenzione.

Il primo è la relazione pubblica, in un contesto scientifico istituzionale, di uno studio, con verifiche operative già effettuate, che dimostra che – con le conoscenze e le tecniche attuali – è possibile sollevare un intero territorio, nella fattispecie l’intera laguna di Venezia, fino a 26-30 cm. Per valutare la rilevanza della comunicazione, basti ricordare che la causa prima dell’acqua alta sono stati i 27 cm. d’abbassamento complessivo del territorio lagunare nell’ultimo secolo e mezzo per eustatismo naturale e causato dall’uomo. Il recupero a breve di questo sprofondamento – si sono prospettati 3-5 anno – vorrebbe dire riportare il regime delle acque alte alla situazione della fine dell’800 quando non rappresentavano un rischio (1-2 eventi all’anno di altezze assai modeste contro le 80-85 inondazioni attuali di Piazza San Marco). Il MoSE sarebbe inoppugnabilmente inutile. Le dichiarazioni del Presidente del Magistrato alle Acque che si dice assolutamente ignaro, appare se non una escusazio non petita, accusazio manifesta certamente un segnale irresponsabile che conferma l’importanza enorme che la notizia riveste.

La comunicazione presentata dal gruppo di ricercatori (CNR veneziano, Geologia dell’Università di Padova e Oceanografia dell’Università di Trieste) alla sezione annuale del Corila, il Consorzio per le ricerche sulla laguna che riunisce le università veneziane ed il CNR, annuncia non solo e tanto uno studio ma comunica che è già stato approntata una mappa delle cavità degli acquiferi profondi del sottosuolo (800-1000 di profondità) utilizzando analisi dell’ENI e nuove prospezioni. Con la predisposizione di 8 o 12 tubazioni (due sono le ipotesi), è possibile iniettare acqua salata (perché già presente in quelle cavità e quindi evitando in profondità sconvolgenti modifiche) e, aumentandone la pressione fino a 14 bar (ben al di sotto delle 20 bar riconosciute come valore di sicurezza) ottenere già nei primi 2-3 anni buoni risultati di sollevamento da consolidare nei 2-5 anni successivi. Estese porzioni di territorio si possono sollevare -come già detto- fino a 27-30 cm. senza basculamenti o cedimenti differenziali pericolosi per la tenuta fisica dell’edificato in superficie. Che non sia una ipotesi solamente sperimentale – e questo rende particolarmente attuale l’annuncio – è convalidato dal fatto che, per motivi di ricerca-conservazione del gas nel sottosuolo, già oggi l’ENI così opera, pompando e prelevando dal sottosuolo con conseguenti rialzi ed abbassamenti di intere zone.

Il secondo avvenimento, del quale diamo notizia perché particolarmente attuale anche e sopratutto alla luce del contenuto della precedente relazione scientifica, riguarda la videoinchiesta “MoSE, errori. limiti e ragionevoli alternative” presentata lunedì scorso nel Municipio di Venezia che riprende due pronunciamenti, assai diversi tra loro, ma assai significativi per capire come si sta operando e valutare cosa sia meglio fare. Nel video presentato, Multi Media Records e Ambiente Venezia – con l’adesione di Italia Nostra, WWF, LIPU ed Ecoistituto – hanno ritenuto che si sia non sufficientemente riflettuto sul pronunciamento della Corte dei Conti sull’intera gestione dell’affaire MoSE. Da quanto rilevato da quei giudici l’intera gestione della più grande opera pubblica italiana, dagli studi preliminari, ai metodi approvativi in deroga ad ogni norma e legge vigente, dai progetti senza esecutivi complessivi, all’esecuzione concessa senza appalto e confronto alcuno, dai nuovi prezzi concessi per opere non previste, all’aumento non sufficientemente controllato dei costi, fino alla stessa opportunità dell’intera opera, appare nel suo complesso più un affare per alcuni piuttosto che una scelta ponderata per salvare Venezia. (un segnale inquietante: il collaudo del MoSE sarebbe dovuto andare – con annessa milionaria parcella – a Balducci, uno degli attuali inquisiti della cosiddetta cricca) Appare un pronunciamento grave quello che la Corte ha inviato al Governo ed alle Istituzioni elettive decentrate e più grave che tutti questi nulla, di fatto, abbiano risposto e predisposto nel merito.

Pure una disattenzione grave viene ritenuta, nella videoinchiesta, la poca eco seguita alla presentazione dello studio che il Comune di Venezia aveva commissionato sul progetto delle barriere mobili MoSE, ai tecnici della società francese Principia che lo hanno anche confrontato con altra ipotesi di sbarramento. Il risultato che la relazione espone, scientificamente in maniera ineccepibile, è che il sistema MoSE, in certe condizioni, non serve a salvaguardare la laguna ed è a rischio di cedimento. Con particolari condizioni mareali ed atmosferiche – condizioni non infrequenti alle bocche di porto – il movimento di vasculazione delle paratie mobili incernierate sul fondo non è quello previsto in progetto ma talmente ampio da lasciar passare nei varchi laterali talmente tanta acqua entrante da vanificare ogni possibile protezione dal crescere del livello d’acqua in laguna. In altre parole non serve contro le acque alte. Allo stato delle attuali conoscenze scientifiche e modellistiche è impossibile progettare tali cerniere con sicurezza di tenuta; è pure impossibile sperimentarle in dimensione ridotta per valutarne la tenuta “in vasca” come si dice di voler fare.

In altre parole il MoSE, con certe condizioni d’onda e vento, può o collassare o non proteggere dall’entrata della marea. Si è voluto riferire su questi due avvenimenti molto recenti e, apparentemente, non in reciproca relazione. Da un lato la realizzazione del MoSE non è ancora iniziata nella sua parte effettiva (fondazioni, portelloni, cerniere, ecc.), dall’altro rilievi pesanti e dubbi sull’intera operazione sono mossi da una istituzione di assoluta garanzia come la Corte dei Conti e una analisi tecnico-scientifica di alta attendibilità presenta rilievi tecnicamente inquietanti di utilità e tenuta. Alla luce dei nuove scenari operativi aperti dalla possibilità di sollevamento dell’intera laguna, non sembra necessaria una nuova riflessione tecnico-scientifica ma anche politica?

Terranews