Ufficio di Presidenza Pdl, Berlusconi: Fini lasci la presidenza della Camera, ma poi afferma “mi si stringe il cuore”

FINI FUORI DAL PARTITO – Fini lasci la presidenza della Camera: è venuto meno il suo ruolo di garanzia. Anche se una eventuale iniziative in tal senso deve venire dai deputati. E’ il presidente del Consiglio in persona Silvio Berlusconi che, al termine dell’ufficio di presidenza del Pdl, mette di fatto Gianfranco Fini fuori dal partito.
L’ufficio di presidenza del Pdl “considera le posizioni dell’onorevole Fini assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della libertà, con gli impegni assunti con gli elettori e con l’attività politica del Popolo della libertà”, si legge nel documento approvato a maggioranza nella riunione di questa sera.
“Lasciamo che siano membri del Parlamento ad assumere iniziative al riguardo”, ha risposto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in conferenza stampa a chi gli chiedeva se ci saranno iniziative da parte del Pdl perché Gianfranco Fini lasci la presidenza della Camera, dal momento che in base al documento avrebbe ormai perso il suo ruolo di garanzia.
Berlusconi però garantisce: non c’è nessun rischio per l’esecutivo. Il premier ha ricordato che “abbiamo la maggioranza nel paese, un ottimo apprezzamento del governo e io ho un gradimento oltre il sessanta per cento”.

MI SI STRINGE IL CUORE – La faccia, e i toni, con cui Silvio Berlusconi si è presentato questa sera all’Ufficio di presidenza che ha sancito (almeno politicamente) la messa alla porta di Gianfranco Fini dal Pdl, era molto diversa da quella mostrata nelle ultime ore a tutti i suoi interlocutori. Perché dallo stesso premier che appena questa mattina tuonava contro il presidente della Camera, spezzando le ali alle colombe che ancora osavano volare, non ci si aspetterebbe una tale botta di sentimentalismo. “Mi si stringe il cuore – ha detto il Cavaliere – io non avrei nemmeno voluto partecipare a questo incontro perché questa decisione io non la vivo a cuor leggero. Ma non possiamo andare avanti così”.
Un po’ più pragmatiche le parole usate poco dopo con alcuni interlocutori: “Mi sono tolto un peso”. E anche meno in distonia da quelle pronunciate ieri sera, dopo aver letto l’offerta di ‘tregua’ dal presidente della Camera, e ancora questa mattina, incontrando alcuni parlamentari a Montecitorio.
“Io quello – era lo sfogo del Cavaliere – non lo voglio più vedere. E’ un traditore. Trovate il modo per cacciarlo”. Tanto determinato nel suo intento da reagire incredulo ai vertici del partito che gli spiegavano come fosse impossibile espellere Fini visto che non ha nemmeno la tessera del Pdl. E si capisce bene quale delle due facce del Cavaliere abbia prevalso, a leggere il documento finale votato dall’Ufficio di presidenza con il no dei tre finiani e dopo un tentativo (fallito) in extremis del ministro Giorgia Meloni di rinviare la chiusura della pratica almeno di 24 ore.
Alla fine Berlusconi ha preteso che il testo non lasciasse adito ad alcun dubbio (anche agli occhi egli elettori) che lui stava mettendo il cofondatore alla porta. Da qui l’accusa a Fini di essere “incompatibile” con i valori del partito, di fare ‘intelligenza’ con il nemico delle procure e con chi dà sostegno alla tesi di un patto criminale tra mafia e governo. Ma soprattutto quella conclusione sul venir del suo ruolo super partes di presidente della Camera. E poco cambia se l’ex colonnello di An, Ignazio la Russa, sia riuscito a far aggiungere quel “allo stato” che sembra lasciare uno spiraglio per il futuro. Perché quello che vuole ora Silvio Berlusconi lo ha detto in conferenza stampa con altrettanta chiarezza di quella usata durante la ormai famosa Direzione del 22 aprile: Fini deve togliere il disturbo e liberare lo scranno più alto di Montecitorio.

Fonte: Apcom

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