Fini: non siamo traditori, rimaniamo leali al Governo. Non è mia l’idea del terzo polo

ROMA, 3 AGO – Non ci saranno «imboscate» alla prima prova dei finiani, domani sul voto di sfiducia a Caliendo alla Camera. Gianfranco Fini riunisce i suoi a cena alla fondazione Farefuturo e conferma la linea dell’astensione («perchè Caliendo non è Cosentino» e «la mozione è chiaramente strumentale»). Ma dai membri del governo Fini si aspetta un voto a favore dell’esecutivo. «Non riuscirei a capire – scioglie i dubbi il presidente della Camera – come un membro del governo possa dare un voto difforme da quello dell’esecutivo di cui fa parte». Gli altri si astengano, dunque, ma i finiani a palazzo Chigi votino pure la fiducia al sottosegretario alla Giustizia. Il punto è, per Fini che «bisogna dimostrare con i fatti lealtà al governo, ribadire assoluta fedeltà al programma». «Non siamo traditori – rivendica dopo la rottura con Berlusconi Fini – saremo coerenti, anche se c’è libertà di dissenso sulle cose non in programma». Servono in questa fase «soprattutto nervi saldi e idee chiare». Perchè, avverte Fini i suoi, «dobbiamo essere consapevoli che quanto fatto finora forse è nulla rispetto a quanto ci aspetta. A cominciare dalla campagna di fango mediatica fino alle varie minacce, come quelle di elezioni anticipate, che vengono non tanto da Berlusconi ma dagli pseudo berlusconiani». Insomma, Fini invita i suoi a «non dare mai pretesti». Li chiama ad «essere parchi nelle dichiarazioni». E a loro rivolge una preghiera di unità: «Vi chiedo di trovare sempre una sintesi unitaria, è una necessità assoluta. Dobbiamo cancellare ogni distinzione tra falchi e colombe». Ancora non si rassegna, il presidente della Camera, al fallimento della sua proposta di tregua, arrivata troppo tardi per Berlusconi con il colloquio-intervista a Giuliano Ferrara su Il Foglio. «Non pensavo che la mia intervista provocasse una simile risposta, confida a deputati e senatori il presidente della Camera. Adesso tuttavia Fini vuole soprattutto sgombrare il campo da ogni illazione e, dopo la riunione di oggi con Udc, Api ed Mpa e la comune volontà di astenersi domani sulla fiducia, Fini detta: »Nessuno è autorizzato, perchè non è la mia idea nè il mio progetto, a dire che si è trattato di prove di terzo polo«. Nè Berlusconi può permettersi di dare dei »traditori« ai finiani. »È notorio che il premier ha cercato più volte di avvicinare Udc e Api – vuole ricordare Fini – senza esserci riuscito. E ora che una forza di maggioranza, perchè noi siamo maggioranza, si confronta con loro, non può essere definita traditrice. È un fatto politico quello che è accaduto oggi, perchè è la prima volta che forze di maggioranza e forze di opposizione si confrontano su valori come il garantismo«. In ogni caso domani in Aula sarà Benedetto Della Vedova »che certo non ha una storia da giustizialista« a motivare l’astensione. Nella riunione di questa sera Fini cerca infine di stoppare sul nascere le possibili faide interne sui nuovi capigruppo. Si voterà (e il voto è segreto) alla Camera e al Senato. Ma l’indicazione del Capo è per Italo Bocchino come capogruppo a Montecitorio, con Benedetto della Vedova e Giorgio Conte vice. Al Senato per ora resterà reggente Mario Baldassarri, per arrivare a settembre a eleggere capogruppo Pasquale Viespoli. L’epurato alla Camera, l’uomo del dialogo, al Senato. Importanti ruoli anche per Roberto Menia, che dovrà coordinare i tanti soggetti nati sul territorio, facendoli confluire in un unico contenitore. »È finita la fase dell’arcipelago«, dice Fini lasciando intendere che questo sarà il primo passo verso il partito. A Silvano Moffa, che molto si è speso per la mediazione con Berlusconi, toccherà infine il coordinamento e la sintesi politica tra i due gruppi. Perchè non accada ciò che avveniva nel Pdl, dove la mano destra non sapeva cosa facesse la sinistra.

Ansa