GAZA/ Il blocco di Israele paralizza l’economia palestinese, donne costrette a lavori pesanti

Servirebbero 86.000 case a Gaza: e non solo per l’incremento demografico della popolazione, ma soprattutto per fare fronte alla necessità di ricostruire le abitazioni ancora in rovine, distrutte o parzialmente danneggiate dalle incursioni israeliane. Dovrebbero entrare 666.000 carichi di materiali da costruzione, ha detto Philippe Lazzarini la scorsa settimana, dell’ufficio OCHA delle Nazioni Unite, altrimenti con i mezzi attuali consentiti da Israele “la ricostruzione è impossibile.” La autorità israeliane, nonostante il cosiddetto “alleggerimento” del blocco imposto alla popolazione di Gaza, mantengono regole ferree sui materiali da costruzione: solo 1500 e 360 camion, entrerebbero settimanalmente a Gaza rispettivamente dai valichi di Kerem Shalom e Karni, con materiali da costruzione destinati ai progetti autorizzati dalla Autorità Palestinese e finanziati dalla comunità internazionale.

Un recente rapporto del Comitato della Croce Rossa Internazionale redatto a giugno ha messo in luce l’impatto devastante del blocco israeliano sulla popolazione.

Cosi a Gaza, dove il 61% dei palestinesi soffre di insicurezza alimentare e dove il blocco ha provocato una totale paralisi dell’economia, sono le fasce più vulnerabili, soprattutto donne e bambini a lottare per la sopravvivenza. E talvolta capita che sia proprio la disperazione ad invertire le norme sociali di una società conservatrice come quella di Gaza.

Le donne sono uno dei soggetti più vulnerabili: la percentuale di insicurezza alimentare raggiunge addirittura il 68%. Il loro coinvolgimento nella forza lavoro è pressoché invisibile, relegato ai settori di economia non formale come l’agricoltura, mentre le statistiche indicano che l’88,5 % sono proprio al di fuori delle forza lavoro formalmente riconosciuta. Nell’ultimo anno però, dopo la devastazione portata dall’offensiva Piombo Fuso, sono in alcuni casi le donne ad essere l’unica possibilità di sostentamento per il nucleo familiare. Capita quindi sempre più spesso, che siano coinvolte nei cosiddetti programmi Cash for Work, programmi che le agenzie umanitarie applicano alle fasce della popolazione più vulnerabile, programmi di assistenza diretta che generano opportunità di inserimento lavorativo temporaneo. Un fenomeno assolutamente nuovo, trattandosi spesso di lavori manualmente pesanti (costruzione e manutenzione di strade, scavi di pozzi e fognature, riabilitazione di terreni agricoli.) Occupazioni che implicano che la donna sia presente in spazi pubblici, inappropriati. La disperazione destabilizza i ruoli sociali e rende più malleabili i confini del conservatorismo.

E’ quello che accaduto con la ONG Action Against Hunger, che dopo aver pubblicizzato l’apertura di un programma Cash for Work, per impieghi a breve termine, si è vista contattare da un gruppo di 11 donne, disposte a lavorare da subito, perché costrette dallo loro personale condizione familiare. Anche altre realtà a Gaza hanno recentemente portato alla luce storie di donne impiegate nella costruzione di pozzi ad uso domestico: in quasi tutti i casi i mariti sono stati uccisi, feriti, resi disabili, impossibilitati a lavorare.

Si allarga il raggio di azione delle attività lavorative entro il quale le donne si riappropriano di spazi finora destinati al genere maschile e a loro preclusi. In realtà tale fenomeno nasconde non certo una scelta consapevole al percorso dell’emancipazione, ma l’abbandono forzato del nucleo familiare e domestico verso percorsi incerti, dettati dalla instabilità e vulnerabilità economiche. L’ennesimo segnale della disperazione di Gaza.

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