IRAN / Ahmadinejad, tra dittatura e repressione. Ma l’Onda Verde non si arrende

IRAN – In Iran si respira un clima di crescente tensione, sia per le pressioni esterne, a causa del contestato programma nucleare, sia per le divisioni interne. Quello che sembra più preoccupare il regime degli Ayatollah è però il fronte interno. Un fronte in tumulto specie dopo il 12 giugno 2009 quando si tennero le contestate elezioni presidenziali che hanno decretato la rielezione a presidente di Mahmud Ahmadinejad. Da allora e per tutto il 2009 e i primi mesi del 2010 il Paese ha assistito a proteste di piazza post elettorali indette dall’opposizione riformista. E da cui è nato un vero e proprio movimento quello dell’’Onda Verde’. Da allora Teheran accusa le potenze occidentali di aver fomentato la rivolta, fornendo sostegno ai manifestanti. La voce di protesta dei riformisti è andata però, affievolendosi sempre di più, ma non zittita, da una dura repressione che ha condotto in carcere numerosi esponenti riformisti, intellettuali, giornalisti, docenti universitari oltre che studenti e manifestanti.

Ahmadinejad ha goduto e gode del pieno appoggio della Guida Suprema, ayatollah Ali Khamenei, e dei Guardiani della rivoluzione. Nonostante tutto l’Onda Verde continua a far sentire la sua voce e i suoi leader, Mir Hossein Moussavi e Mehdi Karroubi continuano a manifestare apertamente le loro critiche ad Ahmadinejad. Un coro a cui si vanno ad aggiungere poi, anche le voci di importanti esponenti politici e religiosi conservatori, il partito a cui appartiene il presidente iraniano, infastiditi dal potere crescente di Ahmadinejad e dai suoi continui sproloqui. Il numero uno di Teheran però, si mostra incurante di tutto questo, forte anche degli appoggi che gode ancora all’interno della nomenclatura religiosa, politica e militare iraniana. Le carceri iraniane sono piene di detenuti politici e i tribunali lavorano a ritmi sostenuti nel giudicare ed emettere sentenze contro gli oppositori al regime. Nei giorni scorsi ad esempio si è conclusa con una condanna a cinque anni di reclusione il processo d’appello al giornalista Mohammad Davari. L’uomo era uno stretto collaboratore di Karroubi ed era il caporedattore del suo sito, ‘Sahamnews’. Davari è stato riconosciuto colpevole di raduni e complotti volti a minare la sicurezza nazionale. Il giornalista era stato arrestato nel settembre del 2009, dopo l’inizio delle proteste di piazza post elettorali. In verità, secondo l’opposizione, la colpa di Davari è stata quella di avere raccolto informazioni su presunti stupri contro alcuni degli arrestati, avvenute nelle carceri e denunciati poi, da Karroubi ma sempre negati dalle autorità iraniane.

E’ andata meglio invece, a Mostafa Kazzizi, editore del quotidiano riformista, ‘Seda-ye Edalat’, messo al bando lo scorso anno, è stato condannato a undici mesi di reclusione, secondo quanto scrive l’agenzia Isna. Kazzizi è stato riconosciuto colpevole di propaganda contro il sistema di governo islamico e incitazione alla popolazione ad agire contro la sicurezza. Ieri poi, è giunta notizia che Farah Vazehan è stata condannata a morte. L’oppositrice al regime era stata arrestata a Teheran lo scorso 29 dicembre, due giorni dopo le proteste antigovernative scoppiate in occasione delle celebrazioni dell’Ashura, la più importante festività sciita. La repressione governativa fu pesantissima. Centinaia di manifestanti vennero arrestati e almeno sette, secondo stime governative, vennero uccisi. Molti di più secondo l’opposizione. Ufficialmente il 4 agosto scorso Vazehan era stata condannata a 15 anni di reclusione per avere partecipato alle violenze in strada ed è stata formalmente incriminata come ‘mohareb’, nemico di Dio, un’accusa spesso rivolta ai manifestanti antigovernativi. Però, ora una fonte ha rivelato al sito web vicino all’opposizione ‘Rahana’ che la donna in realtà dovrà’ subire la pena capitale. L’oppositrice è al momento detenuta nel famigerato carcere di Evin a Teheran. Oltre a quella della Vazehan il tribunale iraniano ha emesso molte altre condanne a morte contro oppositori. Lo scorso mese di febbraio Arash Rahmanipour e Mohammadreza Ali-Zamani sono stati giustiziati perché riconosciuti dei ‘mohareb’. Però, molte altre condanne che per ora non sono state eseguite. E’ il caso di Jafar Kazemi, detenuto politico arrestato lo scorso mese di settembre in seguito alle proteste post-elettorali iraniane, che è stato condannato anche in appello. Kazemi è accusato di essere ‘mohareb’ e di simpatizzare per i Mujahedin del Popolo’, l’organizzazione dissidente che il governo di Teheran considera sua acerrima nemica. L’uomo si trova in cella di isolamento da 74 giorni.

Lo scorso lunedì il segretario di Stato americano, Hillary Clinton ha dichiarato che: “Siamo preoccupati per la sorte di iraniani che rischiano un’esecuzione imminente per aver usato il loro diritto alla libertà di espressione dopo le elezioni del giugno 2009”. Il capo della diplomazia americana ha anche chiesto la scarcerazione immediata di tutti i detenuti politici. I detenuti politici nel Paese Medio Orientale sono migliaia. In questi giorni circa venti di loro, rinchiusi nel carcere di Evin, a Teheran, hanno interrotto uno sciopero della fame che durava da 15 giorni. A renderlo noto il sito web ‘Kaleme’, molto vicino al leader riformista Moussavi. Una forma di protesta adottata per ribadire la loro lotta per la difesa dei diritti legali di tutti i prigionieri. Le loro richieste infatti, erano tendenti ad ottenere: migliori condizioni carcerarie, rispetto delle leggi sul trattamento dei detenuti, punizione per i responsabili che hanno violato i diritti dei prigionieri e risarcimento per i detenuti posti in regime di isolamento. Tra gli scioperanti giornalisti e attivisti del movimento studentesco, in particolare il fotoreporter iraniano, Babak Bordbar e i giornalisti, Majid Tavakoli, Bahman Amui e Keyvan Samimi che hanno anche attuato uno sciopero della sete. Il gruppo aveva iniziato la forma di protesta il 26 luglio scorso in seguito al trasferimento di alcuni prigionieri politici nella ‘sezione 350’ del carcere di Evin, ovvero nelle celle di isolamento note per la loro durezza. Tra i trasferiti il giornalista, Hossein Nourinejad, il leader studentesco, Abdollah Momeni e l’attivista per i diritti umani, Kouhyar Goudarzi. Un altro sito ‘Rahesabz’ aveva rivelato che la punizione era stata imposta dopo scontri avvenuti tra prigionieri e guardie carcerarie, accusate di avere trattato male i loro congiunti venuti a fare loro visita. I detenuti hanno sottolineato che la decisione di interrompere lo sciopero della fame è stata presa su richiesta dei leader dell’Onda Verde, Moussavi e Karroubi e dell’ayatollah Bayat Zanjani. Pochi giorni fa infatti, Moussavi aveva lanciato un appello ai prigionieri politici del carcere di Evin a smettere lo sciopero della fame che stavano attuando. L’intervento dell’ex premier era seguito alle dichiarazioni dei familiari dei prigionieri che avevano spiegato che molti vessavano in gravi condizioni di salute. Al suo aveva fatto seguito il messaggio di Karroubi, l’altro leader storico che denunciava il trattamento umiliante per abbattere il morale dei prigionieri politici che è stato usato nell’ultimo anno, da quando cioè migliaia di persone furono arrestate per le proteste scoppiate dopo la rielezione alla presidenza di Ahmadinejad. Karroubi aveva anche sottolineato che: “secondo le statistiche internazionali, l’Iran è diventato il primo Paese per gli arresti e la repressione dei giornalisti”. Alla forma di protesta dei detenuti avevano aderito anche le cosiddette ‘Madri in lutto’, che sono madri che hanno perso i loro figli nel corso della repressione alle manifestazioni anti-governative post elettorali. Le donne nei giorni scorsi si sono radunate davanti al carcere di Evin per esprimere solidarietà ai detenuti in sciopero della fame.

Per il 7 agosto scorso poi, il principale partito riformista, ‘Mosharekat’ aveva rivolto un appello alla popolazione affinchè manifestasse la sua solidarietà, con un digiuno simbolico, ai detenuti politici. Si è registrata un’alta adesione. “Non possiamo fare niente per mettere fine alle loro sofferenze, ma almeno possiamo mostrare il nostro sostegno”, si leggeva nella nota del partito riportata dal sito Kaleme. Anche i familiari dei detenuti hanno appoggiato la loro protesta. Ad inizio agosto si sono anche registrati degli scontri con la polizia che è anche ricorsa all’uso della forza per bloccare una loro manifestazioni di solidarietà inscenata davanti alla Procura di Teheran. I poliziotti sono arrivati anche a minacciare arresti e hanno strappato delle immagini di alcuni prigionieri che i loro familiari mostravano. Subito dopo la fine delle proteste le autorità iraniane hanno messo in libertà uno dei prigionieri. Si tratta di Babak Bordbar rilasciato 4 giorni fa. Sempre secondo quanto rivela il sito ‘Kaleme’ questa era una delle richieste dei detenuti per mettere fine al digiuno. Il reporter era stato arrestato lo scorso 27 dicembre e da allora era trattenuto in carcere senza un’accusa specifica. In verità Bordbar aveva scattato fotografie delle manifestazioni di protesta. Cosa questa, vietata dalle autorità. Il suo non è però, l’unico caso anzi, come lui tanti altri sono in carcere senza che gli sia stata formalizzata alcuna accusa. Inoltre molti altri sono detenuti subendo maltrattamenti e umiliazioni di ogni genere. E’ il caso di Abdolreza Tajik per il quale si sono mobilitati 90 giornalisti iraniani che hanno inviato una lettera aperta al procuratore di Teheran per chiedere l’immediato rilascio del loro collega. La lettera è stata pubblica dal sito Kaleme Tajik impegnato nelle campagne in difesa dei diritti umani è in carcere da 50 giorni. Tra i firmatari figurano Mashallah Shamsolvaezin, gia’ direttore di diversi quotidiani riformisti che ha passato lunghi periodi in carcere, e Azam Talaghani, figlia dell’ayatollah Mahmud Talaghani, tra i leader della rivoluzione islamica nel 1979, morto in quello stesso anno. In carcere in Iran anche diversi intellettuali. Tra questi il regista iraniano Jafar Panahi che insieme al suo collega Mohammad Rasulof è accusato di aver fatto propaganda contro la Repubblica Islamica e di aver attentato alla sicurezza nazionale, organizzando riunioni clandestine contro il governo. Il regista è stato arrestato lo scorso mese di marzo nella sua abitazione, insieme alla moglie, alla figlia e a un gruppo di cineasti e artisti iraniani, mentre stava lavorando alla produzione di un film sulle proteste post elezioni presidenziali del 2009. Le autorità iraniane hanno motivato l’arresto di Panahi, sostenendo che il regista stava girando un film antigovernativo senza aver chiesto le necessarie autorizzazioni. Panahi ha sempre respinto questa accusa, sostenendo che non esistono prove che possano dimostrare tale ipotesi. Il regista è stato rilasciato, dopo più di due mesi di reclusione, lo scorso 25 maggio dal carcere di Evin di Teheran, dietro pagamento di una cauzione di circa 200mila dollari. Il processo non si è ancora celebrato. Forse si terrà a settembre. Tra i condannati vi è anche Badrol Sadat Mofidi, segretaria dell’associazione riformista dei giornalisti iraniani. La donna è stata condannata a 6 anni di reclusione e altri 5 anni di sospensione dalla professione. La Mofidi era stata arrestata con il marito, l’attivista politico Massud Aghai, due giorni dopo i sanguinosi incidenti avvenuti in occasione della ricorrenza sciita dell’Ashura il dicembre scorso. Dopo oltre cinque mesi di reclusione è stata rilasciata su cauzione l’8 giugno. Ora la Corte rivoluzionaria di Teheran, al termine di un processo a porte chiuse, l’ha riconosciuta colpevole di raduni e complotti contro la sicurezza nazionale e propaganda contro il sistema.

Ferdinando Pelliccia