GOVERNO / Berlusconi, “La crisi è un rischio, stanno facendo di tutto per rendermi ogni cosa difficile, temo un ritorno al ’93 dei governi tecnici”

GOVERNO – “Troppe cose mi ricordano il ’93, la stagione dei governi tecnici. Dovremo stare attenti prima di aprire una crisi. Stanno facendo di tutto per rendermi ogni cosa difficile”. Allarga le braccia, sbuffa. Silvio Berlusconi si sente accerchiato da un nemico invisibile. Chi lo ha visto o anche chi lo ha ascoltato al telefono, ha colto nel premier lo stato d’animo di chi si sente sotto assedio: pronto alla battaglia ma cosciente dei tanti ostacoli che si frappongono da qui alle elezioni anticipate.

Deciso allo scontro, ma disponibile a valutare ulteriori soluzioni. Anche a far retrocedere il ritorno al voto all’ultimo posto nella classifica dei suoi desideri. Ma il senso dell’accerchiamento non gli viene trasmesso solo da Gianfranco Fini. Un complesso di fattori, nazionali e internazionali, agitano il soggiorno del premier a Porto Rotondo.

E forse non è un caso che ieri mattina, Gianni Letta si sia fermato a parlare con il presidente della Camera. Anche il tenue filo che legava il sottosegretario all’inquilino di Montecitorio, nei giorni scorsi si era spezzato. Ora, certo, non si è ricomposto. Ma il braccio destro del Cavaliere, in una sala dell’ospedale Gemelli, si è quasi sfogato in quel breve faccia a faccia. Deluso per non essere riuscito a disegnare un “percorso di tregua”. “Mi dispiace – si è giustificato con la terza carica dello Stato – ho sempre cercato di mettere pace. Ma il mio ruolo di mediazione è finito. Stavolta Silvio è irremovibile. Dopo questa svolta, non vuole tornare indietro. Lo capisci anche tu”. Parole pronunciate più con rassegnazione che con fermezza.

Il rapporto con Letta è sempre stato cordiale. Anche Fini, però, come il Cavaliere, “stavolta” non intende fare un passo indietro. Soprattutto non vuole concedere una sola arma per rendere “meno difficile” la traiettoria verso le urne agognata dal presidente del consiglio. “Guarda, noi comunque manteniamo fermi i punti del programma elettorale. La fedeltà a quel patto è fuori discussione, noi la fiducia la votiamo. Tu dici che la mediazione è ormai impossibile. Certo, con questa campagna che state facendo anche contro tutte le Istituzioni e non solo contro di me. Chi spara contro le Istituzioni danneggia il Paese. Voi, poi, vorreste distruggermi con il mio consenso e darmi pure la colpa. Tu dici mediazione, ma se poi Berlusconi vuole scaricare a noi la colpa della crisi, è un altro paio di maniche”.

Il gruppo di Futuro e Libertà, insomma, non intende fornire alcun pretesto che consenta al Cavaliere di salire al Quirinale e rassegnare le dimissioni. L’inquilino di Palazzo Chigi lo sa. Ma soprattutto si è convinto che il presidente della Camera non sia l’unico scoglio. Negli ultimi giorni ha più volte fatto riferimento a quel che accadde negli anni di Tangentopoli. All’esecutivo di Carlo Azeglio Ciampi. Ha citato il recente viaggio di Giorgio Napolitano negli Usa, le pressioni dall’estero e quelle di vari settori finanziari e di Confindustria a cominciare da Luca Cordero di Montezemolo. “Non vorrei – è la sua riflessione – che in caso di mie dimissioni, si replichi la spinta per rinnovare quel metodo”.

Anche perché a dicembre è fissato un appuntamento considerato decisivo per il capo del governo: la decisione della Corte costituzionale sul legittimo impedimento. Se la Consulta lo dichiarerà incostituzionale, ripartiranno contemporaneamente tre processi: Mills, Mediaset e Mediatrade. E il rischio di una condanna in tempi brevi diventerebbe concreto. “Ecco – ragionava nei giorni scorsi il premier – temo l’esistenza di un’operazione contro di me. Proprio come nel ’93”.

La strada che porta alle elezioni, poi, passa per il Colle. E il capo dello Stato, seguendo il dettato costituzionale, in caso di crisi sarebbe costretto prima a rinviare il premier alle Camere e successivamente a verificare l’esistenza di un’altra maggioranza. E proprio Berlusconi ha paventato in queste ore il rischio che un mandato del genere possa essere affidato alle due più alte cariche istituzionali (Schifani e Fini) o al ministro dell’Economia (proprio con lo stesso mandato affidato nel ’93 all’allora Governatore della Banca d’Italia Ciampi) incaricato di affrontare la crisi finanziaria e riformare la legge elettorale. Ipotesi che non lasciano tranquillo il capo del Pdl: costretto a formalizzare l’esistenza della componente finiana nella maggioranza nel caso di rinvio alle Camere o a cedere il passo nell’altra eventualità.

Proprio per questo Berlusconi in questa fase intende giocare su più tavoli. E l’opzione elettorale non rappresenta più la prima scelta. Il pressing di Bossi su questo è fortissimo, ma i dubbi del Cavaliere lo sono altrettanto. Chiama e cerca di persuadere tutti i parlamentari di “confine” come Beppe Pisanu invitato ieri a cena. Non vuole allora la pace con Fini, ma si “appella” ai moderati di Futuro e Libertà. Spera di “strapparne” una decina per proseguire con l’attuale esecutivo. E nello stesso tempo prepara il documento da sottoporre all’esame del Parlamento. Quattro punti dettagliati, in larga parte concentrati sulla giustizia. Con cui chiederà l’approvazione per la separazione delle carriere, il processo breve e il Lodo Alfano costituzionale. “Ma prima di chiedere un voto – ha spiegato ai fedelissimi – bisogna pensarci bene”.

Repubblica.it