MUSICA / Bruce Springsteen, 35 anni fa usciva “Born to run”

MUSICA BRUCE SPRINGSTEEN – La faccenda era molto più semplice di quanto in molti non avessero potuto immaginare. Perché erano sì altri tempi, e nel music biz giravano più soldi, ma ai piani alti della Columbia erano molto nervosi e quelli del piano immediatamente di sotto stavano iniziando a sudare freddo. C’era questo Bruce Springsteen, uno bravo, sì, che però aveva già due album alle spalle che nelle chart non avevano fatto dei numeri: e va bene la fiducia, va bene che un artista di razza deve avere il tempo di crescere, ma è vero anche che una major a fine anno guarda il bilancio e la bontà di una scelta la legge di fianco alla dicitura “totale utile”. Perché il 1975, in fondo, non era tanto diverso da oggi. Esisteva già la Microsoft, fondata a Albuquerque da un giovanissimo Bill Gates, e con la comparsa dell’Altair 8800 l’informatica stava entrando nelle case di tutti. Chiuso definitivamente il pasticciaccio brutto del Watergate con le condanne di Mitchell, Haldeman e Ehrlichman, e chiusa definitivamente la guerra del Vietnam con la resa di Saigon alle truppe del Nord, l’America – che pur non se la stava passando benissimo, tra recessione economica e crisi petrolifera – si stava preparando a guardare avanti: un ex attore, Ronald Reagan, iniziava a fare paura a Gerald Ford alle primarie del partito Repubblicano. Il giovanotto barbuto, quello con una Telecaster appesa al collo sopra ad un giubboto nero di pelle, sapeva che il fondo era già stato toccato e che non aveva niente da perdere, come i suoi ex compagni di scuola rimasti a Long Branch, New Jersey, che dopo il liceo si erano fatti qualche anno di acciaieria, prima di iniziare a venire falciati dalle sempre più frequenti riduzioni del personale e a capire che, forse, era meglio cambiare aria, in un’altra città o in un altro stato. Di corsa, se possibile, perché qualcuno – che sia per destino, o vocazione, o per qualche altra strana ragione – la vita la deve prendere per forza a passo veloce. Il giovanotto barbuto aveva deciso di chiudersi ai Record Plant e ai 914 Sound Studios, New York. Sapeva cosa stava facendo, perché un tale Jon Landau, un paio d’anni prima, quando aveva suonato per la prima volta in apertura a Bonnie Raitt, all’Harvard Square, una delle canzoni che si stava preparando a registrare, lo aveva definito il “futuro del rock’n’roll”. L’aveva colpito così tanto, quella canzone, da portarlo a mollare la sua carriera da giornalista per diventare il suo manager. La canzone parlava di un “effimero sogno americano”, di “città che ti strappa le ossa dalla schiena, una trappola mortale, un invito al suicidio”. E di gente come lui e Wendy, che deve “fuggire finché siamo giovani, perché i vagabondi come noi sono nati per correre”. La canzone era “Born to run”, title track del disco che ha consegnato definitivamente Bruce Springsteen alla leggenda del rock mondiale. Era la sua ultima chance di sfruttare il budget enorme messo a disposizione da una major, e il Boss lo aveva preso al volo, di corsa. Le cose non sono andate per il verso giusto, almeno all’inizio: quattordici mesi passati in studio, sei dei quali dedicati solo a “Born to run”, e ancora dubbi, frustrazioni, paura di non riuscire a fissare su nastro i suoni che gli giravano nella testa. Springsteen tra il ’74 e il ’75 aveva preso il toro per le corna registrando il disco giusto al momento giusto. Uscito esattamente 35 anni fa, il 25 agosto, “Born to run” ha debuttato nelle chart americane in ottantatreesima posizione, per poi salire nel giro di sette giorni all’ottava, e andare sempre più sù, fino a salire sul podio. Il disco, ancora oggi, rimane uno degli album più venduti del Boss: capace, dieci anni dopo la sua pubblicazione, di risalire la Billboard chart fino alla diciassettesima piazza, l’album è sopravissuto al successo commerciale di “Born in the USA” senza perdere un filo della sua freschezza. Più che i numeri delle classifiche, che pur avranno fatto saltare diversi tappi di champagne nelle sale riunioni della Columbia, è stato l’impatto sociale di “Born to run” ad essere impressionante, con il Time e Newsweek che mettono il Boss in prima pagina la stessa settimana – quella del 7 ottobre – e la Libreria del Congresso di Washington che lo inserisce nella lista delle “registrazioni storiche”. Inevitabilmente, un tale boato aveva fatto sentire la sua eco nelle polemiche di una parte della stampa, che – in un primo momento – non aveva mancato di chiedersi quanto un successo di tale portata fosse più da attribuire alla qualità dell’opera o ad un budget promozionale che si aggirava sui 250,000 dollari. Springsteen non l’aveva presa benissimo, maledicendo quell’etichetta di “futuro del rock’n’roll” che ormai lo stava perseguitando. Non sono stati necessari 35 anni, tuttavia, per capire l’oggettiva importanza di “Born to run”: come “Furore” di Steinbeck o “Il 42º parallelo” di Dos Passos, al di là delle retorica – pur genuina, anche se a tratti sopra il livello di guardia, specie alle orecchie dei più disincantati europei – il disco restituisce nella maniera più diretta e sincera lo spirito di un tempo, quell’atteggiamento tutto americano di scrollarsi la polvere di dosso per rimettersi in gioco, sempre e comunque, che sia davanti alla chiusura di una fabbrica o alla scarsa lungimiranza di un discografico. E’ un qualcosa di atavico, per chi è nato e cresciuto dall’altra parte dell’Oceano: come i padri dei padri che si spingevano verso ovest alla ricerca di nuovi spazi, Springsteen in “Born to run” canta l’America che guarda oltre, che non si accontenta e che non può fare a meno di immaginare un futuro. Spesso, quando da un cassetto salta fuori una vecchia foto, la si guarda con un misto di sollievo e compassione: bei tempi, certo, ma guarda i colori. Guarda che vestiti, e come stavano male i capelli tagliati in quel modo. Trentacinque anni dopo, la fotografia di “Born to run” immortala un’America in difficoltà ma pronta a ricominciare, un’occidente che quando si sente alle strette cerca nuovi spazi, nuove soluzioni, con i piedi ben piantati per terra e senza nessuna voglia di piacersi. Oggi, guardando la stessa istantanea, davanti allo stesso mondo – solo sempre più impaurito, chiuso, immobilizzato, imbruttito e incattivito dal terrore di perdere qualcosa che sta già perdendo comunque, e che per riconquistare dovrebbe iniziare a correre – di sollievo o compassione non c’è nemmeno l’ombra. C’è solo desolazione, o al massimo rabbia, che potrebbe eventualmente trasformarsi in energia per ricominciare. Perché, al di là di ogni possibile cinismo, trentacinque anni dopo ci si accorge che i pochi nati per correre di strada ne hanno fatta parecchia, ma tutti gli altri non sono andati da nessuna parte.

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