GIUSY VERSACE / Oggi, la parente dello stilista dichiara: “Vi mostro le mie gambe”

L'atleta Giusy Versace

GIUSY VERSACE – “Non è una provocazione. Dovevo smetterla di nascondermi“. Così spiega l’atleta Giusy Versace, figlia del cugino di Donatella, Santo e Gianni, la decisione di mostrare le gambe in alcune foto pubblicate da Oggi, lei che da cinque anni è priva degli arti inferiori, dopo un’amputazione bilaterale. La sua vità cambiò bruscamente quando nel 2005 un incidente stradale, da cui è uscita viva per miracolo, le ha fatto perdere entrambe le gambe, finite tragicamente tranciate da un guardrail.

Trentadue anni, bella, famosa, e non solo per il cognome importante che porta, ma anche per le vittorie che inanella (lo scorso giugno, a Imola, Giusy ha vinto nei 100 metri ai campionati italiani di Atletica paralimpica , correndo in 19 secondi e 93 centesimi con le sue protesi in carbonio), Giusy ha accettato di farsi fotografare dal settimanale senza protesi per dare un messaggio forte a tutti quelli che si trovano nelle sue condizioni e non solo.

Nel servizio ha quindi spiegato meglio le ragioni della decisione: «Non è una provocazione. Non amo apparire, ma grazie ai tanti messaggi ricevuti su Facebook dopo i Campionati, ho capito che dovevo smettere di nascondermi. Che dovevo invitare tutti i ragazzi come me a non vergognarsi. A trovare il coraggio di mostrarsi nella naturalezza della nostra vita quotidiana, con ciò che resta delle nostre gambe o delle nostre braccia mutilate. Può capitare a tutti, al camionista e allo zingaro».

Giusy, come Oscar Pistorius, atleta-simbolo sudafricano, sogna Londra, le paralimpiadi 2012: “Anche se ho iniziato a competere solo a maggio“. Ma il paragone con Pistorius, lusinghiero per alcuni versi, non la convince sotto certi aspetti. Come lei stessa spiega in un’intervista a Famiglia Cristiana: “A volte mi confrontano con Oscar Pistorius o con Aimee Mullins, l’atleta e modella. Sono grandi punti di riferimento, ma loro hanno avuto l’amputazione da piccoli e sono cresciuti in quel modo. Quando subisci un trauma del genere in età adulta, è più faticoso . Il primo anno è stato difficilissimo, ho dovuto imparare a camminare e prendere confidenza con le protesi. Poi devi fare i conti con lo specchio e l’armadio, e lì ti senti un po’ la femminilità mozzata. A casa aprivo l’armadio e trovavo una minigonna, sistemavo la scarpiera e saltava fuori una scarpa decolletè con il tacco. Ho dovuto imparare a vestirmi in maniera diversa”.

Poi, sempre a Famiglia Cristiana, ricorda lo stato d’animo di quei tragici primi momenti: “Non ho avuto il tempo di disperarmi, perché sono sempre stata attorniata dall’amore della famiglia. Non ricordo un minuto da sola, c’era sempre qualcuno con me. Per non dar dispiacere io ridevo, ero comunque felice di essere viva, cercavo di reagire. Non volevo vedere piangere mia madre. Questo mi ha aiutato un po’, perché per non far piangere loro caricavo me stessa“. E infine spiega perché ha iniziato a correre: “Quando corri ti senti viva: io non ho pianto la prima volta che ho camminato, mentre ho pianto per l’emozione la prima volta che ho corso. Sicuramente mi dà una grande carica, ma soprattutto aiuta le persone con disabilità a capire che limiti non ce ne sono”.

Fonte: libero.it