TOMIZAWA / Morte, il decesso del pilota giapponese è avvenuto in ambulanza e non all’Ospedale Ceccarini di Riccione

Le indagini sono ancora in corso. Ed è presto per dare giudizi. Ma una cosa è certa: Tomizawa non è morto alle 14.19 come è stato dichiarato dai medici. E’ morto in ambulanza ed è arrivato cadavere al ‘Ceccarini’ di Riccione.

Sono questi i primi risultati dell’inchiesta aperta dalla Procura di Rimini sulla morte di Shoya durante il Gran Premio di San Marino domenica scorsa sul circuito di Santamonica a Misano Adriatico. I risultati dell’autopsia insomma parlano chiaro e spiegano che la Dorna, organizzatrice del motomondiale, aveva mentito dando come orario della morte le 14,19, in ospedale. Una brutta storia perché ora prende corpo l’accusa di aver voluto nascondere un fatto del genere per mandare avanti “come se nulla fosse” lo show della MotoGp. Non solo: da quello che si è capito sembra che la notizia della morte di Tomizawa si arrivata addirittura prima della fine della gara della Moto2, dove poi si è anche festeggiato sul podio.

L’indagine in ogni caso non è conclusa e cerca anche di capire se fra la caduta del centauro e la sua morte, gli siano state apportate tutte le cure necessarie, senza ritardi o omissioni. L’esame autoptico, ha anche appurato la causa della morte: schiacciamento del torace e degli organi interni in seguito al passaggio sul suo corpo delle moto di Alex De Angelis e Scott Redding, entrambi indagati per omicidio colposo come ‘atto dovuto’.
 
Sul tema in redazione sono arrivate centinaia di lettere nel blog. E c’è ancora chi si nasconde dietro

l’ignobile concetto “sono le gare, è la vita. E chi non capisce non è mai salito su una moto”. Nessuno vuole demonizzare le corse, è vero che la morte è una casualità “normale” se si viaggia a oltre 300 orari su due ruote. Ed è anche vero che – come ha spiegato Giacomo Agostini – “i piloti non sono farmacisti”. Ma è anche vero che esiste una dignità nella morte. Valentino Rossi, Jorge Lorenzo e soci sono partiti in gara sapendo che Tomizawa era un cadavere. Era giusto che la notizia venisse divulgata anche al pubblico. In modo tale che ognuno, in base alla propria coscienza e alla propria sensibilità avesse potuto prendere le più intime decisioni: tifare Rossi e strombazzare per ogni suo sorpasso o andarsene dall’autodromo piangendo. Insomma gli organizzatori del motomondiale non hanno solo tolto dignità alla morte di un pilota, ma hanno anche privato tutti noi spettatori di poter decidere cosa fare. Il pubblico, d’altra parte, per definizione è eterogeneo: ci sono i veri piloti, ma anche i farmacisti.

Repubblica.it