LIBIA / Spari sul peschereccio italiano, l’imbarazzo del Viminale: rivedere accordi siglati da Berlusconi e Gheddafi

LIBIA – L’imbarazzo che si respira al Viminale non basterà a rovinare i rapporti con la Libia, ma certo quanto accaduto ieri riapre in maniera forte le polemiche sull’accordo siglato dal governo italiano con il colonnello Gheddafi.

Perché quelle sei motovedette consegnate ai militari di Tripoli – le prime tre nel maggio scorso durante una cerimonia organizzata nel porto di Gaeta alla presenza del ministro dell’Interno Roberto Maroni e dell’ambasciatore in Italia Hafed Gaddur – devono essere utilizzate per un compito preciso: contrastare l’immigrazione clandestina. E dunque adesso bisognerà capire come mai i militari libici che erano a bordo abbiano sparato contro il motopeschereccio, ma soprattutto quale ruolo abbiano avuto i sei finanzieri, due ufficiali e quattro sottufficiali. La versione libica fatta filtrare nel pomeriggio di ieri assicura che l’imbarcazione di Mazara era entrata in acque territoriali e la reazione si è resa necessaria per bloccare la pesca di frodo. In particolare è stato detto che «si trovavano al largo della località di Abu Kammash», dunque a circa 30 miglia dal porto di Zwarah. Questa ricostruzione non appare però supportata da alcun dato concreto per dimostrare che davvero il peschereccio abbia superato le acque internazionali. Del resto l’accordo sottoscritto dall’Italia prevede che i mezzi marittimi pattuglino la zona a ridosso del confine, ma dove passi esattamente questa linea nessuno lo ha mai stabilito. E in ogni caso non è previsto che si possa fare fuoco per fermare chi ha eventualmente superato la frontiera. Invece proprio questo è accaduto e adesso anche i rappresentanti del governo sono costretti ad ammettere la necessità di modificare le regole di ingaggio, intervenendo su quei punti del «trattato d’amicizia» che lasciano spazio all’interpretazione sull’utilizzo delle motovedette e sui compiti effettivi assegnati agli ufficiali che attualmente hanno soltanto funzioni di «osservazione e supporto».

Maroni ne ha parlato a lungo con il titolare degli Esteri Franco Frattini prima di confermare per oggi una riunione tecnica che dovrà servire proprio ad avviare la procedura per correggere l’intesa bilaterale. Anche perché quanto accaduto ieri è soltanto l’ultimo degli episodi che segnano la volontà dei libici di ottenere il controllo pressoché totale di quel tratto di mare. Già da molti anni Gheddafi rivendica infatti la propria giurisdizione sul Golfo della Sirte. Gli ordini impartiti ai suoi mezzi navali violano le regole internazionali e in ogni caso non possono valere – proprio questo sarebbe stato ribadito nei contatti fra i due Paesi visto che poi in serata sono arrivate le scuse ufficiali e l’annuncio della creazione di un comitato d’inchiesta che indagherà su quella che viene ritenuta una vera e propria aggressione – per il personale libico che utilizza le motovedette messe a disposizione dall’Italia. La Farnesina, ma anche i comandi delle forze italiane che hanno inviato a Tripoli un contingente per addestrare e affiancare il personale, specificano che «i nostri sono cittadini stranieri su suolo libico e dunque non hanno alcun potere di intervento».

È proprio la regola che deve essere cambiata, assegnando agli ufficiali italiani un compito operativo che consenta loro di poter agire quantomeno in accordo con il comandante libico. «Ma – chiariscono al ministero degli Esteri – bisogna anche mettere a punto l’elenco delle situazioni nell’ambito delle quali è consentito l’utilizzo delle motovedette, specificando che tutte le apparecchiature fornite sono esclusivamente destinate al contrasto dell’immigrazione clandestina e non ad altri scopi». Del resto le motovedette sono soltanto una delle numerose concessioni fatte dall’Italia a Tripoli per ottenere il pattugliamento marino. Oltre ai sei mezzi navali sono state consegnate apparecchiature per il controllo terrestre, radar, autoveicoli, senza contare i 5 miliardi di dollari in vent’anni e l’impegno alla costruzione dell’autostrada che attraverserà perpendicolarmente il Paese. Il «grande gesto» che il colonnello rivendica e sul quale ha ormai ottenuto la sottoscrizione dell’impegno formale.

Fonte: Corriere