BLONDE REDHEAD / Penny Sparkle, in uscita il nuovo album della band

I tre componenti dei Blonde Redhead

BLONDE REDHEAD – Se qualcuno riscoprisse oggi i Blonde Redhead dopo averli ascoltati per la prima volta agli esordi, sedici anni fa, faticherebbe a pensare che si tratti dello stesso gruppo. Da cuginetti dei Sonic Youth, rumorosi e stropicciati, i Blonde si sono via via “addolciti”, abbracciando sonorità più sinuose e raffinate portando via via le melodie dalla “corsia d’emergenza” (“Melody Of Certain Damaged Lemons”, melodie come macchine in panne in corsia d’emergenza, tradotto dallo slang Usa, era il titolo del loro album del 2000), al centro della carreggiata.
Il trio composto dai gemelli Amedeo e Simone Pace (italiani di nascita e newyorchesi d’adozione) e dalla giapponese Kazu Makino ha presentato il nuovo cd “Penny Sparkle”, uscito in questi giorni, a Milano, Roma e Bologna, in tre concerti che hanno dato il via al tour europeo e che, sostanzialmente, non hanno deluso. Del nuovo disco e della tournée abbiamo parlato con Amedeo.

Al primo ascolto “Penny Sparkle” sembra un disco dove manca un singolo che lo rappresenti, sembra più un lavoro “pieno” da ascoltare nella sua integrità. E’ solo un’impressione?
In effetti noi abbiamo sempre cercato di dare un’atmosfera ai nostri dischi, per farli assorbire completamente. E’ sempre stato un tentativo, secondo me non ci siamo ancora riusciti, ma è vero che i nostri album preferiti sono quelli che non hanno un singolo, ma quelli “costanti” che ti  fanno rilassare senza dover per forza alzare o abbassare il volume.

Questo nuovo lavoro esce a settembre, e sembra fatto apposta, perché si respira una certa malinconia autunnale…
Lo abbiamo scritto a inizio estate, ma c’era tantissima pioggia. Eravamo in campagna, vicino a Woodstock, ci siamo chiusi in casa per quattro-cinque mesi a fare dei demo in una sala molto grande con pochi mobili e un’acustica molto riverberata. Il posto era bellissimo, pieno di animali, cervi in particolare, in mezzo alla natura, con l’orto dove andavamo a cogliere la verdura. La malinconia è venuta da sè, specialmente quando scrivo i pezzi. Quando uno crea è difficile dire “voglio creare una cosa positiva”. Per noi comporre non è più uno scarico di emozioni come in passato, è più una cura intensiva per stare meglio. Lo stesso ci succede quando suoniamo nei concerti, dove scarichiamo l’energia negativa.

La critica negli ultimi anni ha parlato dei vostri dischi come “di passaggio”. Definizione ambigua, che se da un lato vi fa sembrare dei costanti rinnovatori, dall’altro sembra quasi che non abbiate trovato la giusta dimensione e che siate sempre rimandati al disco successivo…
A me piace che i nostri lavori siano definiti “di passaggio”, anche perché per noi in effetti ogni disco è stato un passaggio, specialmente gli ultimi due. Se uno ha sei mesi per fare un disco, non riesce a maturarlo appieno, senti quasi che ti manca il tempo per farlo. E’ suonandolo che via via ti rendi conto di come funziona, il disco in sé rimane per forza di passaggio. Forse definirei solo “La mia vita violenta” (il loro vero primo album datato 1995, ndr) un disco non di passaggio, ma come vero punto di partenza.

Facciamo un passo indietro, torniamo ai vostri esordi…
Io cerco di evitare il più possibile di guardarme al passato, però in questi ultimi periodi ho riascoltato dei pezzi vecchi, che mi sono sembrati strani ma in senso bello, sentivo che per noi era più semplice creare cose nuove, c’era più libertà, come dire, nei confronti di noi stessi. E’ sempre più difficile andare a scoprire cose nuove, agli inizi eravamo più incoscienti, poi crescendo questo modo di sentire è purtroppo diminuito. Ma penso che sia qualcosa che riguarda diversi aspetti della vita di ognuno, non solo la musica.

In “Penny Sparkle” si sente “profumo di Stoccolma”…
Quando abbiamo conosciuto Van Rivers e Subliminal Kid (svedesi, produttori dei Fever Ray), abbiamo deciso di fare un pezzo loro. Si sono appassionati, è nato un bel rapporto, abbiamo cominciato a mandare loro i nostri pezzi, poi Kazu è andata a Stoccolma a trovarli, è tornata entusiasta. Noi eravamo in una fase in cui stavamo scrivendo dei pezzi, facevamo dei demo che non riuscivamo bene a capire che suoni volevamo, l’aiuto che ci offrivano lo abbiamo preso al volo. Abbiamo sviluppato un linguaggio per scrivere i nostri pezzi, ed è difficile muoversi, distaccarsi. Con loro abbiamo imparato un nuovo modo di fare musica.

Fonte: tgcom