SCUOLA / Gelmini, il nuovo ordinamento dell’università italiana

SCUOLA – Prima di entrare nel vivo dell’articolo devo segnalare un’iniziativa: “La Notte dei Ricercatori 2010 ”, un appuntamento promosso dalla Commissione Europea. «Una notte bianca per proporre le storie di chi lavora giorno per giorno nei laboratori e centri di ricerca con competenza e passione. Una notte per presidiare uno dei temi strategici per la crescita culturale ed economica del nostro Paese. Una notte aspettando una nuova alba per la ricerca in italia», come recita il promo. Un evento che si terrà a Bologna, dove Via Zamboni, Piazza Scaravilli, Palazzo Poggi e Piazza Verdi, dalle 18 alle 23, saranno invase alla grande festa della ricerca

. A questa iniziativa parteciperanno personaggi come Riccardo Iacona e Piero Angela, con talk-show condotto da Piazza Verdi da Enrico Bertolino. Sarà anche proposta un’intervista a Claudio Zarcone, padre del dottorando che si è suicidato a Parlermo lo scorso 13 settembre.

Dalle ore 18 partirà un pre-evento sul circuito delle web-radio universitarie che andrà poi a sfociare nella vera e propria diretta “a rete unificata” che potrà essere seguita – da chi non può essere a Bologna – collegandosi ai siti AltraTv.tv [http://www.altratv.tv/] e Rita101 [http://www.rita101.tv/] con irradioazione anche da parte delle web-tv del Corriere della Sera, Il fatto quotidiano, L’Unità, RaiNews24 ed altri media che si stanno aggiungendo col passare del tempo.

Detto questo, invitando nuovamente chi può ad andarci, partiamo con l’articolo.

Partiamo da una questione che chi – come lo scrivente – si trova in quel “magico e tragico” mondo noto come Università Italiana sta imparando a conoscere molto bene in questi giorni di inizio (parolone…) delle lezioni.

Il nome tecnico sarebbe Disegno di Legge (ddl) 1905, ed è la proposta con cui il Ministro della (d)Istruzione Pubblica Mariastella Gelmini di fatto sta revisionando la struttura portante del sistema universitario italiano mettendo sul patibolo – letteralmente – i ricercatori, spesso il vero punto di forza della didattica degli atenei.

Per prima cosa però voglio analizzare in breve l’unico aspetto positivo – anche qui siamo al livello dei paroloni – che trovo in questa proposta di legge: quella cioè di riportare in superficie il dibattito su una medio-piccola mafia con cui il mondo universitario fa i conti ormai da anni, e cioè il fatto che ai ricercatori – oltre alle mansioni per le quali sono qualificati, cioè fare ricerca – da anni viene anche demandato l’obbligo all’insegnamento in maniera totalmente gratuita (viene fatto passare addirittura come “volontariato”).

Gli aspetti positivi si fermano esattamente qui. Da adesso in poi ci inoltreremo nelle nefandezze che questo disegno di legge, all’esame della Camera in questi giorni (atto 3687) dopo l’approvazione della VII Commissione Permanente del Senato e successiva approvazione dell’Aula medesima, porta con sé.

La novità più importante – che si instaura nella nuova concezione che vuole gli atenei sempre più aziende e sempre meno luoghi di formazione sociale e culturale – è la trasformazione del mondo dei ricercatori in una giungla dal tanfo mercatista nel quale i ricercatori, che fino ad oggi hanno vissuto di contratti a tempo indeterminato (qualcuno direbbe “beati loro”) si ritroveranno – quanto meno quelli che entrano a far parte in questo periodo di questo mondo – con contratti dalla durata triennale (rinnovabili una sola volta) nei quali, of course, saranno costretti a partecipare anche all’attività didattica con lezioni frontali, seminari etc etc. Insomma: faranno i ricercatori (pagati male) e i docenti (gratis) allo stesso tempo e solo alla fine dei sei anni verrà data loro la possibilità di partecipare – una sola volta, o almeno questo è quello che si capisce – alla selezione nazionale per l’abilitazione la ruolo di professore associato.

Ma, essendo noi il paese in cui si ingarbugliano le cose più semplici quasi per dovere istituzionale, qualora il suddetto esame dia esito positivo la/il ricercatrice/-tore si ritroverà nella giungla di cui parlavo prima, in quanto arrivati a questo punto sarà sua premura trovare un’università disponibile ad assumerlo, creando così competizione estrema ed eccessiva in un campo che – almeno sotto l’aspetto puramente organizzativo – non dovrebbe averne. Naturalmente qualora la compravendita con gli atenei non dovesse dare i frutti sperati (leggasi alla voce “contratto”) la/il [email protected] dovrà abbandonare il mondo universitario senza poter più ritentare la fortuna.

Tutto questo ha anche una sua logica. Meschina e mefistofelica – dunque degna dei liberisti che ci governano – quanto vi pare, ma di una semplicità estrema. Basta guardare in generale al mondo della formazione professionale per capirlo. Come funziona, ad esempio, nelle aziende? Usiamo un esempio pratico: mettiamo che io sia un imprenditore, come tale la legge mi offre l’opportunità di assumere un certo numero di persone con contratto di formazione, cioè un modo come un altro per creare schiavismo sottopagato (quando ti pagano, naturalmente) ed alla scadenza del contratto di apprendistato – dalla durata imprecisata – ho due possibilità: o assumere con un contratto a tempo indeterminato i lavoratori “formati” oppure rispedirli a casa e prenderne altri. Considerando che – come dottrina economica ci insenga – lo scopo principale di un imprenditore è la massimizzazione del profitto, secondo voi quale strada sceglierò?

Nel mondo della ricerca sarà la stessa cosa: piuttosto che assumere ricercatori come docenti associati, una volta scaduto il contratto di ricerca (quello determinato con la formula “3+3”) io rettore – che devo far quadrare i conti dell’ateneo, quindi in qualche modo devo “massimizzare il mio profitto”- avrò tutto l’interesse a prendere altri ricercatori ed “offrirgli” anche una cattedra piuttosto che occupare cattedre con personale stipendiato.

Naturalmente questo avrà ripercussioni anche sugli aspetti più puramente materiali del fare ricerca: se fino ad oggi un ricercatore ha tutto il tempo di portare avanti il proprio lavoro con l’introduzione del ddl la ricerca dovrà per forza portare risultati entro e non oltre lo scadere dei 6 anni (con ovvia richiesta di risultati intermedi dopo il primo triennio). Anche qui un paio di osservazioni: a) la ricerca subirà la mazzata finale, con una fuga di cervelli all’estero che ricorderà molto l’emigrazione delle masse contadine di inizio secolo; b) chi ci assicura che non si creino situazioni clientelari all’interno degli atenei? Mi spiego meglio: chi ci che i ricercatori, vista la ancor maggiore precarietà della loro situazione, non diventino dei veri e propri affaristi, proponendo ricerche con risultati graditi a chi di dovere o comunque falsati, magari dietro l’assicurazione – una volta passato il famoso esame – di assunzione? D’altronde siamo nel paese della corruzione, e come sostiene Andreotti: «a pensare male si fa peccato ma non si sbaglia mai». Hanno creato un deserto e lo spacciano per riforma.

Il fronte degli “indisponibili” si allarga ogni giorno di più [http://ricercatori-unito.it/ qui un dettaglio ateneo per ateneo]. Di cosa sto parlando? Del blocco totale delle lezioni tenute dai ricercatori, che – appunto – si dicono indisponibili a continuare la prassi delle lezioni gratuite, soprattutto alla luce del fatto che non esiste legge che riporti tale obbligo.

Veniamo così alla seconda domanda che mi ero volutamente messo da parte: tutto quello che ho appena scritto, infatti, riguarda sì i ricercatori, ma quelli di nuova nomina! Per quelli che sono già fanno ricerca ci sarà – cito testualmente – la “messa in esaurimento”, cioè una sempre maggiore sostituzione con ricercatori sotto nuovo regime (o sotto nuovo ordinamento, per usare un termine caro al mondo universitario) che tradotto in termini ancor più semplici significa una sola cosa: rimpolpare le fila di precari e disoccupati di questo paese. E se si considera che molti ricercatori hanno alle spalle anche una famiglia, il disastro sociale a cui stiamo per assistere sarà devastante.

Naturalmente questo ddl – come d’altronde tutta la politica del governo (o forse è meglio parlare di governi?) – in barba all’auto-proclamazione del Ministro dell’Economia Tremonti come “Robin Hood” del governo ruba ai poveri per dare ai ricchi. Perché va a colpire le fasce più deboli e meno tutelate delle università: ricercatori e studenti. Per i primi abbiamo appena visto come, noi studenti veniamo colpiti in realtà in maniera indiretta dalla proposta governativa, perché il nostro problema è il blocco delle lezioni – che in alcuni casi può addirittura portare alla chiusura di corsi di laurea – che quindi rallenta il nostro cammino verso il traguardo finale della laurea, già di per sé complicato in un sistema di esami atomizzati (ma questa è un’altra storia…). Dal ddl non viene infatti minimamente scalfito il potere dei baroni, sui quali sono ancora indeciso tra la definizione di “cancro” o “mafia” che si aggira nella più completa impunità nei nostri atenei. Se assistiamo alla fuga di cervelli dal nostro paese è anche, se non soprattutto, colpa di questo sistema baronale il cui unico interesse è il mantenimento del proprio centro di potere personale e non la crescita del Paese. Se si possa debellare questo male francamente non saprei, considerando che il Potere è una delle ambizioni insite nell’animo umano a prescidere da ogni altra considerazione. Si potrebbe però iniziare a fare in modo di ridurre questo sistema, molto simile a quello per il quale negli ospedali troviamo in molti casi degli incompetenti piazzati nei luoghi che contano dai politici per assicurarsi sacche di resistenza elettorale con l’unico risultato di avere ogni giorno notizie di malasanità.

Ed a proposito di fuga di cervelli, baroni e sistema di corruzione universitario, è interessante notare una singolarità – positiva o negativa non saprei dirlo – del mestiere del ricercatore: fai un concorso? Ancora prima di iniziare l’esame sai già chi lo passerà e chi tornerà a casa! D’accordo, questo succede in tutti i concorsi pubblici lo so, però per quelli in ambito universitario è stato creato un sito internet che si occupa di fare delle vere e proprie scommesse, ovviamente senza vincita alcuna, sugli “eletti” (ne vedo uno nel primo intervento ad oggi disponibile molto familiare a noi studenti di comunicazione all’ateneo bolognese): lo trovate all’indirizzo http://pronosticailricercatore.blogspot.com/ ed il blogger che lo ha aperto è un ricercatore scappato all’estero – che preferisce rimanere anonimo – ha concesso un’intervista al quale l’ottimo sito “Informare x Resistere”. Ve la riporto integralmente ora che siamo alle conclusioni perché merita davvero:

«Che cosa è e quando è nato il blog Pronostica il Ricercatore?

“Il blog è nato a Febbraio di quest’anno. Quando ho partecipato a concorsi da ricercatore, sono sempre riuscito a indovinare, anche prima dello svolgimento delle prove, chi avrebbe vinto. Mi è venuta la curiosità di sapere se ciò accadesse in tutti i campi.”

Come funziona questo blog?

“Chiunque, senza bisogno di registrarsi o fornire i propri dati, può inserire in un modulo, all’interno del blog pronosticailricercatore.blogspot.com, pronostici per uno o più concorsi da ricercatore. Dopo lo svolgimento dei rispettivi concorsi verifico i pronostici e pubblico quelli corretti.”

Su quali basi vengono effettuati i pronostici?

“Non lo so, ma credo che si basino soprattutto su ‘voci di corridoio’ nei Dipartimenti.”

Quali riscontri avete avuto? I pronostici sono spesso azzeccati?

“La risposta è stata eccezionale, ho ricevuto più di 600 pronostici, e il sito è stato visitato da 80 Paesi! La maggior parte dei pronostici sono corretti: al momento, su 28 concorsi esaminati, in 25 casi il vincitore è stato indovinato.”

Lei è ricercatore; quale è la situazione della sua categoria in Italia?

“Io sono all’estero, perché ho ricevuto un offerta migliore di qualunque proposta avrei potuto ricevere in Italia. Il reclutamento di giovani ricercatori è stato quasi nullo negli ultimi anni, creando così migliaia di nuovi precari. I pochi posti disponibili sono stati assegnati in base a logiche localistiche (si veda nella pagina dei risultati all’interno del blog la prevalenza di vincitori già interni all’ateneo che ha bandito il concorso) e non all’eccellenza scientifica. A ciò si aggiungono cospicui tagli sui finanziamenti. L’università e la ricerca italiane non sono ancora morte, ma rischiano di diventarlo.”

È così difficile raggiungere una logica meritocratica nel nostro paese?

“Non è, purtroppo, nella nostra cultura, e ci vorranno decenni per arrivarci. Coloro che usufruiscono di rendite di posizione ingiustificate si oppongono con tutte le loro forze a riforme che li indebolirebbero. La riforma dell’università ora in corso di discussione alla Camera sarà, temo, un’altra occasione perduta: il testo approvato dal Senato non risolve nessuno dei problemi italiani. Qualunque soluzione deve partire da una valutazione seria delle università, o meglio ancora di ogni dipartimento, e da tale valutazione devono dipendere i finanziamenti pubblici e magari anche gli stipendi dei singoli ricercatori. In Italia è prevista un’agenzia di valutazione, l’ANVUR, ma la sua implementazione va a rilento e i suoi poteri sono insufficienti. Infine il sistema universitario è sottofinanziato. Anche con la miglior riforma possibile (che non c’è) senza maggiori fondi non si assumono né ricercatori bravi né ricercatori mediocri.”»

Andrea Intonti