UOMINI DI DIO – Algeria anni ’90, sulle montagne del Maghreb in un piccolo monastero vive una comunità di monaci che tra preghiere e opere di carità porta avanti il suo quotidiano fatto di ritualità e canti, riuscendo nel contempo a dare un’aiuto concreto alla comunità musulmana che vive nei pressi del monastero, creando così un equilibrio che permette ai monaci di integrarsi grazie anche ad un rispetto reciproco, che si trasforma con il tempo in un solido ponte costruito su tolleranza e comprensione.

Purtroppo questo equilibrio costruito con non poca fatica e curato nel tempo comincia ad incrinarsi quando estremismo e paura sconfinano nella regione e alcune uccisioni perpretate da un gruppo armato di terroristi seminano il terrore, mettendo in evidente pericolo anche la comunità di religiosi a cui viene chiesto di accettare protezione, protezione armata che i monaci rifiuteranno.

La situazione precipiterà quando i terroristi irrromperanno nel monastero chiedendo assistenza, da quel momento in poi la pressione sulla comunità religiosa affinchè abbandoni la regione diventerà sempre più forte, ma il gruppo nonostante qualche iniziale divisione dettata da comprensibili paure e dubbi, deciderà alla fine di affrontare il suo destino, un destino che purtroppo li porterà inevitabilmente verso l’estremo sacrificio.

Il regista francese Xavier Beauvois si ispira a fatti realmente accaduti mettendo in scena un rigoroso ritratto di uomini, fede e tolleranza. I fatti raccontano del rapimento da parte di alcuni estremisti islamici di un gruppo di monaci in seguito giustiziati, Uomini di Dio mette in scena i mesi precedenti al sequestro provando a raccontare la comunità religiosa e il suo integrarsi in un paese straniero e in una comunità dal diverso credo.

Sicuramente Beauvois utilizza qualche eccesso di formalità nel ritrarre la vita monastica, ma il ritmo cadenzato e l’austerità di una ritualità tanto ricercata trasmettono comunque con una certa efficacia un quotidiano, che se affrontato con ritmi e piglio diversi, avrebbe rischiato di snaturare lo spirito del racconto.

Il regista decide di utilizzare un certo rigore nel narrare che resta tale per l’intera pellicola, non lasciandosi mai tentare da elucubrazioni sul martirio religioso, la tragicità dei fatti resta volutamente fuori campo e la scelta sembra più che azzeccata.

Guardando il film non si può non ripensare all’intenso documentario Il grande silenzio di Philip Groning, notando così le fiisiologiche differenze tra una realtà, quella raccontata e vissuta da Groning e quella ricostruita di Baeuvois, volutamente filtrata attraverso un narrare squisitamente cinematografico.

Nelle sale dal 22 ottobre 2010.

Note di produzione: Il film ha vinto il Gran premio della giuria al Festival di Cannes 2010 e in patria ha superato i 2 milioni di euro di incasso.

Fonte: IlCinemaniaco.com