RIFORMA GELMINI / La distruzione della scuola italiana e l’omicidio dell’intelligenza critica

RIFORMA GELMINI – Non è questione di linguaggio, benché qualcosa con la sostanza c’entri anche la forma. La povertà del lessico rivela non di rado la miseria dei contenuti e la loro somma conduce difilato a un desolante analfabetismo dei valori.

Analfabeta, naturalmente non è la Gelmini – che pure i suoi problemi col sistema dei valori costituzionali e con l’alfabeto dei diritti certamente li ha – ma i saggi e incompetenti Soloni che, lavorando nell’ombra, le confezionano il prodotto finito. L’avvocato, in fondo, mette solo l’etichetta: “Vino Gelmini“. E’ vino, non c’è dubbio. Tra l’accademia e la scuola barcollanti, i segni di etilismo sono così evidenti che non occorre essere esperti: vino e per giunta, adulterato. Occorrerà cercare la cantina. D’altra parte, lo stornello ripeturo ad ogni pié sospinto ricorda l’antico cantiniere: Però non annacquiamo.

Lo ripetevano un tempo, nelle luride bettole dei sottoproletari abbrutiti dallo sfruttamento, i venditori del “mezzo bicchiere“, è diventato ormai la sintesi perfetta del pensiero politico del ministro dell’istruzione: Non annacquiamo. Se chi ascolta, per caso poi ride, il protocollo è rigido: Feltri, Sallusti, Porro e Belpietro puntano il dito e passano all’attacco: “è il sorriso dell’odio, un reato penale, guardate che questa è istigazione a delinquere“. Il trattamento, è noto, s’applica soprattutto a chi conta qualcosa: un diluvio di notizie vere, probabili, inventate e “sbolognate come verità di fede, col codicillo messo in preventivo: valanghe di fango e agnelli sacrificali.
Questo è l’amore!

Il vino Gelmini ha caratteristiche inconfondibili. Per quanto riguarda la scuola, ecco i dati salienti, valutati per difetto:
1) Più alunni per classe, meno insegnanti e meno tempo scuola;

2) impoverimento delle risorse economiche e mortificazione di quelle umane;

 
3) autorità invece che autorevolezza;

4) discriminazione razziale;

5) cancellazione dell’idea stessa di continuità didattica;

6) disprezzo della pedagogia e rifiuto della sperimentazione;

7) centralità della morale e della religione cattolica con conseguente educazione alla rassegnazione e cancellazione dell’idea di conflitto;

8) svilimento della democrazia e svuotamento degli organi di governo democratico della scuola in una logica di repressione di classe e di “gerarchizzazione” della società;

9) prevalenza del privato sul pubblico con la sottrazione di fondi alla scuola statale per il finanziamento di quella privata e confessionale.
In poche parole omicidio dell’intelligenza critica della funzione di crescita civile. Il cittadino non si forma più. Occorrono soldatini del capitale e un ottuso “bestiame votante“.
In quanto all’università, l’elenco della spesa è presto fatto:
1) tagli indiscriminati;
2) svilimento del ruolo del ricercatore;
3) impoverimento delle risorse umane con l’assunzione di un docente per ogni cinque pensionamenti e perdita secca di quattro docenti per l’attività formativa degli studenti;
3) aziendalizzazione con logiche di profitto ed esproprio delle funzioni di indirizzo strategico, di programmazione, di vigilanza sulla sostenibilità economica e, quindi, del bilancio, affidati a un Consiglio di amministrazione con forte presenza “esterna” e potere di attivare o sopprimere corsi e sedi e di intervenire sui fondi per la ricerca.
4) istituzione di un fondo speciale per il merito, teoricamente finalizzato a sviluppare l’eccellenza, ma concepito per utilizzare il polverone sulla meritocrazia come lo strumento di una radicale trasformazione dell’università in un’azienda;
5) divisione di classe tra gli studenti e formazione come selezione sociale;
6) privatizzazione delle università, trasformate in fondazioni, con la ricerca indirizzata al soddisfacimento di interessi privati e istituzione di un fondo gestito direttamente dal ministro dell’Economia e delle Finanze, che cancella il diritto allo studio per garantire gli interessi di pochi.
7) in barba alla meritocrezia, i professori ordinari sono più che mai i padroni del campo
.
Dopo questa massiccia produzione, l’avvocato Gelmini non è certamente benvisto e pare che ci sia addirittura chi è giunto a minacciare. Può darsi e non è bello, ma va detto: chi vende pessimo vino, prima o poi, un ubriaco rischia d’incontrarlo. Un Governo degno di questo nome inviterebbe il ministro a cambiare mestiere, ma qui cominciano i guai. Un governo: a chi lo trova, mancia competente.

Giuseppe Aragno