Scontro Maroni-Saviano: il ministro minaccia la querela. Allarme della Dia: legami tra ‘ndrangheta e aziende lombarde

Roberto Saviano

MARONI-SAVIANO, IL MINISTRO MINACCIA QUERELA – Non si placa la polemica tra il ministro dell’Interno Roberto Maroni e Roberto Saviano. Dopo il botta e risposta tra i due, seguito al monologo in cui lo scrittore -riportando i risultati di un’inchiesta giudiziaria dell’Antimafia di Milano e Reggio Calabria- ha affermato che la ‘ndrangheta al Nord interloquisce con la Lega, il livello dello scontro si alza ulteriormente. Se ieri, infatti, Maroni ha gridato all’inquisizione e chiesto con forza il diritto di replica, oggi arriva puntuale il commento di Saviano alla focosa reazione del ministro. “La risposta del ministro Maroni -dichiara lo scrittore- mi ha ricordato un altro episodio, quello in cui dopo aver scritto una lettera al boss della camorra ‘Sandokan’ Schiavone l’avvocato di questi rispose: ‘Voglio vedere se Saviano ha il coraggio di dire queste cose guardando Sandokan negli occhi’. Per la prima volta da allora ho riascoltato questa espressione. E sulla bocca del ministro dell’Interno certe parole sono davvero inquietanti”. La palla, così, passa di nuovo nelle mani del ministro leghista, che definisce “grave” il paragone “con un boss della camorra. “Chiedo a Saviano di smentire -dice- altrimenti mi riservo ogni azione utile per tutelarmi di fronte a una frase così infamante”.
Intanto, però, l’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia consegnata al Parlamento e relativa al primo semestre del 2010 conferma quanto detto da Saviano nel monologo di lunedì sera. Il documento, con buona pace di Maroni, sottolinea infatti che nel nord Italia e in particolar modo in Lombardia c’è una “costante e progressiva evoluzione” dell’influenza della ‘ndrangheta che, ormai radicata da tempo su quei territori, ”interagisce con gli ambienti imprenditoriali lombardi“. In Lombardia le cosche godono di un certo grado di autonomia ma dipendono comunque dalla ‘casa madre’ calabrese e per penetrare nel tessuto sociale utilizzano due metodi: ”quello del consenso e quello dell’assoggettamento”. Si tratta di tattiche che “da un lato trascinano con modalità diverse i sodalizi nelle attività produttive e dall’altro li collegano con ignari settori della pubblica amministrazione, che possano favorirne i disegni economici”. Attraverso questa strategia si radica quindi la “mafia imprenditrice calabrese”, che con “propri e sfuggenti cartelli d’imprese” si infiltra nel “sistema degli appalti pubblici, nel combinato settore del movimento terra e, in alcuni segmenti dell’edilizia privata” come il “multiforme compartimento che provvede alle cosiddette ‘opere di urbanizzazione’.” Stando al rapporto della Dia, quindi, la ‘ndrangheta è riuscita a modificare significativamente “le normali dinamiche degli appalti, proiettando nel sistema legale illeciti proventi e ponendo le basi per ulteriori imprese criminali”. La penetrazione viene poi favorita “nuove e sfuggenti tecniche di infiltrazione, che hanno sostituito le capacità di intimidazione con due nuovi fattori condizionanti: il ricorso al massimo ribasso” nelle gare d’appalto e la “decisiva importanza contrattuale attribuita ai fattori temporali molto ristretti per la conclusione delle opere”.

Tatiana Della Carità