Confindustria e la situazione economica dell’Italia: Pil al ribasso, disoccupati raddoppiati in tre anni, riforme non fatte o inadeguate

CENTRO STUDI CONFINDUSTRIA: MALE LA SITUAZIONE ECONOMICA DELL’ITALIA ANCHE NEL 2011, DISOCCUPAZIONE IN AUMENTO, RIFORME NON FATTE – ROMA, 16 DIC – Analisi durissima da parte del Centro Studi di Confindustria nel rapporto di dicembre sulla situazione economica italiana: «l’Italia delude», è la sentenza del Centro Studi degli industriali, sul fronte dell’uscita dalla crisi «ancora una volta rimane indietro». Riviste al ribasso anche le stime del Pil, prevedendo che la crescita si fermerà al +1% nel 2010 (rivisto dal +1,2%) ed al +1,1% nel 2011 (dal +1,3%). Per gli economisti di via dell’Astronomia in Italia «la malattia della lenta crescita non è mai stata vinta», «il confronto con la Germania è impietoso».

Si legge nel rapporto del Centro Studi: con la crisi, dal primo trimestre 2008 al terzo trimestre 2010, il numero di occupati in Italia è diminuito di 540mila, senza contare le ore di Cig che hanno un impatto pari a 480mila unità di lavoro. Questi i dati diffusi oggi, precisando anche che «il numero delle persone occupate continuerà a diminuire nel 2011», con un calo atteso dello 0,4%. Il tasso di disoccupazione toccherà il 9% nel quarto trimestre 2011, e «inizierà a scendere molto gradualmente nel corso del 2012».

Il numero dei disoccupati è di 2,167 milioni ad ottobre 2010, «più del doppio rispetto ad aprile 2007.

Prosegue l’analisi del Centro Studi di Confindustria: «L’Italia, ancora una volta, rimane indietro, replicando la cattiva performance che ha manifestato dal 1997 in avanti», si sottolinea: «Aumenta il conto delle riforme mancate o incomplete o inadeguate rispetto a quanto realizzato dai partner-concorrenti», come la Germania. «Il miracolo tedesco ha poco del miracoloso e molto del faticoso. Non è un fuoco di paglia», non è «né accidentale né episodico» ma «frutto dei mutamenti strutturali». L’Italia invece «delude. La frenata estiva e autunnale è stata decisamente più netta dell’atteso e il 2010 si chiude con produzione industriale e Pil quasi stagnanti. La malattia della lenta crescita non è mai stata vinta, come la migliorata dinamica della produttività nel 2006 e nel 2007 aveva lasciato sperare. Il comportamento durante la crisi ha dissipato ogni dubbio al riguardo», sottolinea il rapporto del Centro Studi.

Con la crisi, spiegano gli economisti di Confindustria, «la contrazione economica è stata violenta: -6,8% il Pil da massimo a minimo, 35 trimestri perduti», sottolineando che «il recupero si dimostra indeciso e lentissimo: +1,5% finora». Così, spiega il Centro Studi nel rapporto di autunno, «non si ritornerà sui valori pre-recessivi che nella primavera del 2015. Per riagguantare entro la fine del 2020 il livello del trend, peraltro modesto, registrato tra 2000 e 2007, l’Italia dovrebbe procedere d’ora in poi ad almeno il 2% annuo». Un obiettivo «raggiungibile in un arco di tempo ragionevole, come insegna la lezione tedesca, entro il 2012 secondo gli stessi documenti governativi». Ma «per coglierlo gli strumenti messi in campo appaiono insufficienti».

In questo contesto per il nostro Paese, che si colloca «in uno scenario globale che può essere delineato come cautamente favorevole», sono state riviste «ulteriormente al ribasso le previsioni per l’economia italiana. Il PIL del Paese sale nel 2010 dell’1,0% (dall’1,2%), nel 2011 dell’1,1% (da 1,3%) e dell’1,3% nel 2012». Gli economisti di Confindustria indicano che «la spinta maggiore verrà sempre dall’export». E «un contributo rilevante sarà dato dagli investimenti», mentre «la spesa in costruzioni tornerà ad aumentare dall’anno prossimo». I consumi «invece, cresceranno poco, seppure in graduale accelerazione: dopo il +0,7% nel 2010 (-1,8% nel 2009), segneranno +0,9% nel 2011 e +1,2% nel 2012» con «progressi superiori a quelli del reddito».

Le condizioni del mercato del lavoro «permangono difficili, con l’occupazione (misurata sulle ULA) che registra un nuovo forte calo nel 2010 (-1,7%, dopo il -2,6% del 2009), rimane ferma nel 2011 (+0,1%) e risale solo nel 2012 (+0,9%). Il tasso di disoccupazione inizierà a scendere molto gradualmente nel corso del 2012, dopo aver toccato l’apice (9,0%) nel quarto trimestre dell’anno venturo».

Sul fronte dell’inflazione «l’aumento dei prezzi al consumo rimarrà contenuto, sotto il 2%, nel prossimo biennio. Tensioni si verificheranno per i listini dei beni ad alto contenuto di materie prime energetiche e alimentari, le cui quotazioni sono rincarate nettamente. In generale i corsi delle commodity sono record e comprimono i margini aziendali».

Quanto ai conti pubblici, «pur scontando l’efficacia piena delle manovre del Governo, il disavanzo e il debito risulteranno più elevati a causa della minor crescita, come anche indicato dalla Commissione europea. Il deficit si situa al 5,1% del Pil nel 2010, al 4,2% nel 2011 e al 3,2% nel 2012. Il debito arriverà al 120,3% del Pil l’anno venturo, per poi scendere al 119,8% in quello seguente».

Per Confindustria «il Paese continua a soffrire delle gravi carenze di competitività che erano già emerse nel periodo 1997-2007 e che sono state aggravate dalla recessione. Sono evidenziate dall’andamento del “clup” (il costo del lavoro per unità di prodotto sintetizza anche l’evoluzione insoddisfacente della produttività) e dall’accumularsi del debito estero, che avviene nonostante la fiacchezza della domanda interna». Le condizioni creditizie, nell’analisi degli economisti di via dell’Astronomia, «rimangono difficili e su di esse incombono perdite sui prestiti sia a famiglie e imprese sia a stati sovrani (quelli percepiti più in difficoltà), oltre che su quel che resta dei titoli tossici.

In tema di innovazione tecnologica, precisa il Centro Studi di Confindustria: «per le principali economie avanzate le Ict sono dalla metà degli anni 90 il principale motore della crescita guidata dall’innovazione». «In Italia questo propulsore è stato finora usato meno, per ragioni di domanda e di offerta». «Un maggiore sfruttamento dell’Ict nel 1997-2007 avrebbe condotto a un Pil italiano più alto del 7,1%», sottolineano gli economisti di Confindustria. Secondo le stime, «se nei prossimi cinque anni l’intensità del capitale Ict fosse portata ai valori del Regno Unito, ciò aggiungerebbe lo 0,8% alla crescita annuale del Pil, quasi raddoppiandola». Ma «per far ciò serve uno sforzo congiunto di imprese utilizzatrici (spesso piccole) e produttrici, intervento pubblico e università», afferma il rapporto del Centro Studi.

Valeria Bellagamba