MORTE DI MATTEO MIOTTO – Ignazio La Russa precisa, e un po´ frena. Sulla morte di Matteo Miotto «nessuno mi ha mentito», dice il ministro della Difesa, alla conferenza stampa convocata in tutta fretta al comando dell´Aeronautica di Milano. Però i vertici militari, da lui accusati di aver «indorato la pillola», hanno fornito un po´ in ritardo le versione «completa» della tragedia in cui ha perso la vita l´alpino italiano impegnato nella missione in Afghanistan. Insomma: il colpo mortale è partito da un cecchino, ma con i Taliban c´è stato uno scontro a fuoco durato, riferisce La Russa, «dai venti ai trenta minuti». E cessato solo dopo l´intervento di un aereo americano, che ha sganciato una bomba sugli aggressori. Per questo ritardo, «mi sono arrabbiato con me stesso, perché non ho potuto dare immediatamente alla famiglia e all´opinione pubblica tutte le informazioni, è la prima volta che succede e non succederà più».

E tanto dovrebbe bastare, secondo il ministro, a placare l´irritazione dei vertici militari di fronte alle sue dichiarazioni a caldo. Anche se La Russa («la mia non è una retromarcia») non rinuncia a lanciare agli alti papaveri dell´esercito un «richiamo affettuoso a essere consapevoli che l´Italia capisce quello che i militari stanno facendo». Dunque – ecco che il concetto ritorna – «non c´è bisogno di pillole indorate, perché la piena trasparenza è un titolo di merito». E all´opposizione: «Se mi chiederà di riferire in Parlamento lo farò» (la richiesta è già arrivata). Le regole di ingaggio in Afghanistan comunque non cambiano: niente bombe sui nostri aerei, «perché su questo non c´è l´accordo di tutto il Parlamento».

Dal centrosinistra partono bordate. «Le parole del ministro, seppur corrette dopo il disappunto dei vertici militari, sono gravi e hanno gettato discredito sulle massime autorità delle nostre forze armate», accusa Emanuele Fiano del Pd. E Francesco Rutelli, leader dell´Api: «Aprire una polemica in un momento doloroso per la nazione è il segno di quanto il ministro sia più interessato alla propria immagine che alla sostanza del mandato». Mentre per Giuseppe Caforio, Idv, «è venuto meno il rapporto fiduciario tra La Russa e i vertici militari».

Repubblica