Repubblica: Omicidio di Simonetta Cesaroni in via Poma: carcere a vita per l’ex fidanzato Raniero Busco, la prova del dna lo incastra

OMICIDIO DI SIMONETTA CESARONI IN VIA POMA – Un giallo senza fine, uno di quei misteri che nessuno sembra in grado di risolvere nonostante le indagini a singhiozzo durate più di vent´anni. La richiesta del carcere a vita per Raniero Busco, per quanto scontata, non appare certo la soluzione di una crime story che ha appassionato i lettori della cronaca nera e fatto impazzire gli investigatori. Chi ha indagato di persona sull´omicidio di Simonetta Cesaroni non ha mai creduto agli ultimi sviluppi investigativi. Primo sospettato, per forza di cose (l´ex fidanzato o l´ex marito sono sempre la pista principale di un delitto passionale) Raniero fu rapidamente scagionato in pochi mesi ed è tornato, suo malgrado, a un ruolo di protagonista grazie a elementi che molti, tra gli inquirenti di allora, giudicano inconsistenti: il segno di un morso sul seno della vittima, un Dna confuso, un alibi che allora fu giudicato inattaccabile e scricchiola a ventuno anni di distanza.

Prima, grande indagine con le regole del nuovo codice di procedura penale, via Poma fu il banco di prova della pratica investigativa moderna. Nessuno, tra gli agenti della mobile intervenuti sul posto, si preoccupò di «congelare la scena del delitto» semplicemente perché allora non si faceva. Sul muro del pianerottolo rimase in bella vista un´impronta insanguinata e ci vollero giorni per capire che era stata lasciata dalle Tod´s di un poliziotto sbadato. Gli uomini della scientifica, con le loro tute bianche, erano semplici comprimari e non i signori incontrastati dell´inchiesta come avviene oggi. Gli interrogatori di un fermato si basavano, fino a pochi mesi prima, su regole molto diverse e assai meno garantiste e questo spiega, probabilmente, una serie di fallimenti e sviste a catena: il fermo del portiere Pietrino Vanacore (poi morto suicida con una dinamica ancora tutta da verificare), il ruolo di un confidente ambiguo come Roland Voller, la pista che portava a Federico Valle (poi scagionato) e le ipotesi sconclusionate su collegamenti coi servizi segreti, col giallo dell´Olgiata e addirittura con la scomparsa di Emanuela Orlandi. Le classiche fantasie sui grandi gialli capitolini che qualcuno (non si sa con quanta buona fede) vorrebbe sempre legati da un unico filo.

Il resto sono quelle incongruenze tipiche delle indagini interminabili: elementi di prova che scompaiono e riappaiono a distanza di anni, test di laboratorio che non danno alcun risultato certo, testimoni che si contraddicono. Gli unici punti fermi restano quelli di sempre: Simonetta era una ragazza dalla vita senza ombre che, sicuramente, aprì la porta con fiducia all´assassino. Chi l´ha uccisa aveva intenzione di portare via il cadavere in un secondo tempo ma non ne ebbe l´opportunità. Il killer era qualcuno che sapeva muoversi bene in un condominio-alveare spopolato dalle ferie d´agosto e dove un volto nuovo non passava sicuramente inosservato. Qualcuno abbastanza scaltro da portare via l´arma del delitto ma che ha agito in preda a un raptus. Qualcuno che, probabilmente, è passato più volte nella stanze della squadra mobile e ne è uscito indenne.

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