Repubblica: Le stragi di mafia raccontate dal pentito Gaspare Spatuzza: “Cosa Nostra aveva le spalle coperte”

STRAGI DI MAFIA – Vestito tutto di nero come un prete, in preda alla sua crisi mistica e riparato dietro una spessa tenda, il sicario di mafia ha detto quello che milioni di siciliani – che di queste cose un po´ se ne intendono – hanno sempre saputo: «Non è stata Cosa Nostra a condurre il gioco e, per entrare in guerra, Cosa Nostra aveva le spalle coperte». Le stragi secondo Spatuzza. Viste e commentate da uno che le ha fatte tutte. Da Capaci ai morti di Firenze, uno che era sempre lì quando scoppiava la bomba. Pentito dopo un «bellissimo percorso» (parole sue) religioso, uomo d´onore della famiglia di Brancaccio, Gaspare Spatuzza si è presentato al processo per l´attentato ai Georgofili riproponendo dal vivo la sua verità e trascinando ancora di più Berlusconi nel gorgo mafioso del 1993. Per la prima volta parla di una «trattativa» citando il premier e Marcello Dell´Utri, per la prima volta collega vecchi incontri con i fratelli Graviano al «nuovo soggetto politico» che stava nascendo diciotto anni fa, per la prima volta spiega il significato di «smossa» ricostruendo la carneficina mancata allo stadio Olimpico, cento carabinieri da uccidere nel gennaio del 1994 «per far muovere chi si doveva muovere».

E non è un caso – pentiti o non pentiti, i mafiosi usano il linguaggio come un´arma, scelgono con scrupolo ogni vocabolo – se Spatuzza comincia la sua lunga deposizione nell´aula bunker chiedendo «perdono alla città di Firenze» ma soprattutto qualificandosi come un ex «terrorista». Il sicario di Brancaccio ha raccontato le stragi di Firenze e Roma e Milano come se la mafia siciliana fosse stata spinta da qualcun altro, come se Cosa Nostra fosse stata quasi costretta a mettere bombe.

Bingo. Se c´era da fare un Bingo si rivolgevano sempre a lui. Così, Bingo, chiamavano i mafiosi ogni attentato con tutti quei cadaveri. Oppure dicevano tunnina, la strage dei tonni nella mattanza. «Questa tunnina non ci appartiene», ripeteva Spatuzza ai suoi capi – i fratelli Graviano – dopo ogni esplosione. E loro lo rassicuravano, gli confidavano che era tutto a posto. Rievoca in aula: «Pensavo: Capaci ci appartiene, via D´Amelio ci appartiene, ne abbiamo anche gioito, perversamente e vigliaccamente. Ma con Firenze e Roma e Milano siamo andati su un altro terreno che non è il nostro». E insiste: «Non lo dico io: è la storia di Cosa Nostra che lo dimostra». Poi riferisce ai giudici di Firenze tutto quello che gli ha spiegato Madre Natura, il capo che lui adorava come un dio, il mafioso Giuseppe Graviano. Mette in fila i ricordi, anno dopo anno e strage dopo strage.

[…]Dopo tanti «Bingo» la bomba dell´Olimpico non esplose per qualche difetto del telecomando o per qualche mistero che non conosceremo mai. E che non conoscerà mai neanche questo Spatuzza travestito da prete, che descrive come confezionarono l´ordigno – condito con tondini di ferro tagliati a lamelle per massacrare il maggior numero di carabinieri – e che oggi giudica quell´attentato così: «Nemmeno i talebani sono arrivati a fare cose di questo tipo». Dopo il fallito attentato finirono anche le stragi, in contemporanea con la nascita del nuovo partito di Forza Italia. È in quei giorni che i Graviano furono catturati a Milano. Probabilmente su mandato e su soffiata. Gaspare Spatuzza lo sospetta ma niente sa. Come per il resto, che è tutto un «sentito dire» da quei due, i Graviano. Dentro il bunker di Firenze ha fatto la sua figura di ex sicario pentito. Molto preciso, scrupoloso. Molto verosimile. Che poi le cose siano andate come gliele hanno raccontate, questo è tutt´altro discorso. S´indaga inutilmente da quasi vent´anni.

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